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Perché i lavoratori dell'Alcoa protestano

Perché i lavoratori dell’Alcoa protestano

Le foto delle proteste e degli scontri oggi a Roma, contro il governo e contro la chiusura dello stabilimento sardo della multinazionale con sede negli Stati Uniti

10 settembre 2012

Oggi a Roma si è svolto un corteo dei lavoratori dell’azienda Alcoa impiegati nello stabilimento di Portovesme, in Sardegna: sotto il ministero dello Sviluppo economico sono state fatte esplodere due bombe carta, un manifestante è rimasto ferito ed è stato trasportato in ospedale. Il responsabile economia del PD, Stefano Fassina, è stato contestato e spintonato. Da mesi gli operai dell’Alcoa protestano contro la chiusura definitiva della fabbrica e contestano lo scarso impegno del governo nel trovare un’alternativa alla chiusura, a partire dall’assenza di un intervento sul costo dell’energia e di adeguati investimenti nelle infrastrutture.

Alcoa Inc. (Aluminum Company of America) è una multinazionale statunitense che produce alluminio e che è presente nel mondo in 31 paesi con 61 mila dipendenti. Alcoa lavora in Italia dal 1967 con un ufficio commerciale e di rappresentanza a Milano. Dopo l’acquisizione nel 1996 della società a partecipazione statale ALUMIX (del gruppo EFIM, Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere), Alcoa ha anche due stabilimenti produttivi in Italia: il primo, di prodotti laminati, a Fusina in provincia di Venezia; il secondo, di alluminio primario, a Portovesme. Lo stabilimento di Portovesme si trova nel sud-est della Sardegna, occupa un’area totale di circa 58 ettari e impiega circa 800 persone.

L’alluminio viene estratto dalla bauxite. Il processo di isolamento dell’alluminio è complesso e si svolge in due fasi principali. La prima è chimica (la bauxite viene frantumata e fatta reagire per eliminare gli ossidi indesiderati e ottenere una polvere bianca chiamata allumina), la seconda è elettrolitica: l’allumina, grazie all’energia elettrica (il cui costo influisce per il 35-40 per cento sul costo di produzione dell’alluminio), viene ridotta a metallo fuso e colato in lingotti o solidificato in prodotti semi-finiti. L’alluminio prodotto in questo modo è chiamato “alluminio primario”, diverso da quello secondario prodotto dal riciclaggio dei rottami di alluminio.

Il 9 gennaio 2012 Alcoa, come parte di un piano di ristrutturazione globale dell’azienda, ha annunciato la chiusura di tre impianti di produzione di alluminio primario in Europa, quelli con i costi di produzione più elevati: Portovesme in Italia, La Coruña e Avilés in Spagna. Alcoa ha anche aperto un sito per spiegare e chiarire la vicenda e riassumere le varie tappe delle trattative sindacali e politiche iniziate a gennaio. Tra le ragioni della chiusura si legge:

Portovesme è uno degli stabilimenti Alcoa per la produzione di alluminio primario con i più alti costi di produzione e ha registrato continue e ingenti perdite dal 2009. Non si vedono segnali di inversione di questo trend.

[...] Le ragioni degli ingenti costi operativi sono – tra gli altri – il prezzo dell’energia, il costo delle materie prime e l’obsolescenza degli impianti che causano inefficienze operative. Il mercato dell’alluminio ha subito una flessione drammatica dalla seconda metà del 2011: in pochi mesi l’indice LME ha perso il 27% e una stabile ripresa non è prevedibile nel breve periodo. Questo crollo aggraverà ulteriormente la posizione in perdita di Portovesme per il 2012.

Nel tentativo di rispondere a queste sfide, Alcoa ha effettuato investimenti significativi nonostante l’impianto fosse in perdita. Il Governo ha fornito supporto attraverso la “legge per la sicurezza di approvvigionamento di energia elettrica nelle isole maggiori”, mentre i nostri lavoratori hanno adottato iniziative in grado di migliorare l’efficienza delle attività produttive. Tuttavia, nel lungo periodo la sostenibilità dei costi dello stabilimento peggiorerà ulteriormente a causa del rialzo dei prezzi dell’energia e dei costi aggiuntivi dettati dalla normativa europea per l’introduzione dei diritti di emissione EU ETS (Emission Trading System). Date le attuali circostanze, non vediamo come lo smelter possa essere economicamente sostenibile nel futuro.

A marzo, nel corso di uno degli incontri tra il ministero dello Sviluppo Economico, la regione Sardegna, la provincia, l’Alcoa, i sindacati e il consiglio di fabbrica dello stabilimento di Portovesme, era stata stabilita la disponibilità alla negoziazione fino al 31 agosto, data limite per la presentazione di una lettera di intenti da parte di un soggetto interessato all’acquisto dello stabilimento.

Se per tale data non sarà firmata una lettera di intenti il processo di fermata dell’impianto comincerà. La società si incontrerà il primo settembre con i Dipendenti e i Sindacati per comunicare i tempi e le modalità del processo di fermata. La società si impegna a mantenere gli attuali livelli occupazionali fino al 31 dicembre. Manterremo poi l’impianto in condizioni di poter essere riavviato con un altro operatore nel caso cambiassero le circostanze. Per poter permettere questa eventuale ripartenza è essenziale che il processo di fermata avvenga in modo ordinato.

Il primo settembre, poiché non c’è stata la firma su una lettera di intenti da parte di alcuna compagnia interessata a rilevare l’impianto sardo, sono iniziate le operazioni «per la fermata controllata degli impianti dello stabilimento di Portovesme». Alcoa ha infatti spiegato in un comunicato stampa di non aver ricevuto concrete manifestazioni di interesse da parte di potenziali acquirenti e che sono fallite le trattative con le uniche due multinazionali (le svizzere Glencore e Klesch) che si erano dimostrate interessate a subentrare alla multinazionale americana. Al centro delle loro richieste, per l’apertura formale del negoziato, il problema dell’abbattimento dei costi dell’energia e la questione degli esuberi (Glencore chiedeva ad esempio il taglio di almeno 350 dipendenti).

Ieri il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, ha detto: «L’acquirente non c’è stato, ma lo stabilimento rimane riapribile, quindi noi faremo di tutto per trovare eventuali altri investitori». Oggi al ministero dello Sviluppo Economico si sta svolgendo un nuovo incontro tra il governo, i sindacati, l’azienda e gli enti locali.

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  • http://vittimep2.blogspot.com vittimep2

    Oggi, la crisi internazionale fa venire al pettine tutti i nodi dell’economia italiana. Il caso Alcoa è emblematico: una fabbrica che produce alluminio in una regione senza porti decenti, priva di strade ed autostrade e con il costo dell’energia elettrica stratosferico per la produzione Alcoa, cioè alluminio. Purtroppo a rimetterci sono i lavoratori onesti e le loro famiglie, oltre ad un’intera regione che si rivedrà costretta a nuovi processi emigratori.

  • http://www.chiello.net angeloch

    Mi dispiace per i lavoratori e le loro famiglie ma se fossi dirigente di Alcoa (se chiunque di noi lo fosse) non vedrebbe altre strade che chiudere l’impianto.
    L’alternativa si chiama comunismo. Ed ai più non piace, mi pare.
    Purtroppo i dipendeti di Alcoa non sono uguali a quelli di Alitalia, per esempio. È evidente che sono dei figli di nessuno, quelli di Alitalia erano figli di qualcuno. Anche io sono figlio di nessuno e quando la mia azienda fallirà non importerà a nessuno.
    Peggio ancora i dipendenti di Alcoa non sono impiegati pubblici. Un impiegato pubblico non può essere licenziato, ferie malattie paternità maternità unghio incarnito, veri o preseunti.. tutto compreso. Vedi se toccano un impegato pubblico come i sindacatoni si inca…no. Anche io non sono un impiegato pubblico e quando la mia azienda fallirà non importerà a nessun sindacato.

  • wolf44

    D’accordissimo con i commenti precedenti. Oltre alla vicinanza umana e alla solidarietà alle famiglie di operai e impiegati dell’Alcoa, dalla lontana Roma (non solo dal punto di vista geografico) mi prende lo sconforto perchè si assiste non alla chiusura di un’azienda, ma alla diseconomizzazione di una intera area sarda con importanti conseguenze anche per l’indotto. D’altronde se la politica energetica nazionale la fanno i TAR (p.e. si veda il caso della centrale a carbone nel Friuli con ricorso vinto dai pescatori locali !!!), la politica industriale consiste nell’accompagnare le aziende che chiudono con la cassa integrazione, non si agevolano/incentivano gli investimenti, qualunque manovra volta all’incremento della produttività è considerata antisindacale, non vedo grandi speranze per il futuro . Ho come l’impressione che non si sia ancora toccato il fondo…. e a vedere le dichiarazioni della campagna elettorale penso che ci attendano ancora anni di vuoto cosmico.

  • tppz

    Ok, io qui ci vedo anche un problema legato al solito discorso della globalizzazione. Mi permetto di semplificare troppo la questione e affermo che servirebbe qualche misura protezionistica per non bruciare “definitivamente” quei posti di lavoro dalla Sardegna. Mi permetto di sottovalutare il problema del costo dell’energia, in favore di una qualche sorta di autarchia italiana dell’alluminio. Con queste premesse “troppo semplicistiche” ora domando: quali sono i vincoli internazionali che impediscono all’Italia di fare da se riguardo a quell’alluminio? Perché l’Alcoa, che non è italiana, può permettersi di fare dei calcoli legati al costo dell’energia comparando lo stabilimento sardo con tutti i vari stabilimenti che possiede in giro per il mondo? Perché è necessario per la Sardegna (e per l’Italia) “competere” con quegli stabilimenti efficienti? Sia chiaro che sono consapevole che ho estremizzato e semplificato troppo la questione, ma mi “serve” per capire quali sono i vincoli normativi e “mentali” che portano a considerare la globalizzazione (aggiungerei “selvaggia”) necessaria.

  • hermann

    Un’autarchia italiana dell’alluminio risolverebbe il problema della scarsa redditività di Portovesme (alzando artificialmente il prezzo dell’alluminio), ma a spese delle imprese “a valle”, che l’alluminio lo utilizzano come materia prima per produrre altri beni: probabilmente, ciò comporterebbe comunque molti licenziamenti, forse più di quelli che si vortrebbero salvare in primo luogo. Perché gli operai non accettano la proposta della Glencore, nonostante comporti 350 esuberi probabilmente consentirebbe di mantenere integre le operazioni produttive e (se capisco bene) quindi non sarebbe del tutto irreversibile come invece la completa chiusura dell’impianto.

  • hermann

    Un’autarchia italiana dell’alluminio risolverebbe il problema della scarsa redditività di Portovesme (alzando artificialmente il prezzo dell’alluminio), ma a spese delle imprese “a valle”, che l’alluminio lo utilizzano come materia prima per produrre altri beni: probabilmente, ciò comporterebbe comunque molti licenziamenti, forse più di quelli che si vortrebbero salvare in primo luogo. Perché gli operai non accettano la proposta della Glencore, nonostante comporti 350 esuberi probabilmente consentirebbe di mantenere integre le operazioni produttive e (se capisco bene) quindi non sarebbe del tutto irreversibile come invece la completa chiusura dell’impianto?

  • calberto

    Rovescio la domanda: perché è così importante avere una fabbrica di alluminio primario in Italia? Il modello autarchico era sbagliato quando lo voleva Mussolini e continua a esserlo oggi; tra l’altro quell’idea ha creato il Sulcis così come lo conosciamo, un insieme di industrie (e miniera/e) improduttive e che sopravvivono solo grazie all’assistenza pubblica.
    Il Sulcis (e le altre zone “industriali” sarde come Ottana e Porto Torres) sono in crisi da anni, perché fondate su premesse sbagliate: il Piano di Rinascita della Sardegna del 1962 doveva servire a far uscire la Sardegna dal sottosviluppo, ma, contrariamente a tutti gli studi che avevano preceduto la legge, si investì sull’industria pesante e non sulla piccola e media impresa tradizionale; risultato, intere porzioni di Sardegna diventarono distretti industriali, mantenuti dallo Stato. Il problema è che per ignoranza dell’elettorato, miopia/malafede della politica, miopia/malafede dei sindacati, quel modello non è stato sostituito da un modello di sviluppo più moderno e profittevole.

    L’offerta di Glencore non è così chiara, anche perché immagino che la condizione primaria posta da ogni eventuale acquirente sia un basso prezzo dell’energia (=intervento pubblico).

  • skelfrog

    Aggiungiamo poi, che la richiesta di alluminio parrebbe essere, negli ultimi 18 mesi (più previsioni a medio termine) in fortissima diminuzione.

  • Wizard

    Io spero che chiunque sia contrario al nucleare si senta un po’ in colpa per la chiusura di questo stabilimento. Già immagino i commenti di chi dice “non è vero, col nucleare l’energia non costerebbe meno!”. Sì, bravi, tenetevi le vostre false convinzioni, un buon modo per pulirsi la coscienza.

  • andrea61

    Premetto che sono del settore e conosco un po’ il mercato dell’alluminio primario.
    La decisione di chiudere Porto Vesme é solo in minima parte ascrivibile alla fine dei sussidi e risale almeno a diversi anni quando l’Alcoa decise di chiudere progressivamente tutti gli stabilimenti nell’emisfero occidentale trasferendo la produzione in medio oriente ed in Asia. Tale decisione non era contenuta in qualche oscuro e segreto documento, ma era scritta nei documenti ufficiali e pubblici dell’Alcoa.
    Dunque che quell’impianto fosse destinato a chiudere era materia arcinota da anni ai nostri governi, nazionali e locali.
    Da allora il contribuente/utente ha dovuto spendere una cifra superiore al miliardo per “difendere” quei 530 posti di lavoro. Oggi siamo tornati al punto di partenza e qualsiasi soluzione diversa dalla chiusura oltre ad essere di carattere temporaneo, costerà altre centinaia di milioni a fondo perduto.
    Credo che un paese serio e lungimirante avrebbe investito quel miliardo in ricerca, innovazione, incubatori, credito. Oggi la Sardegna avrebbe molto piú posti di quei 530 e soprattutto in settori con un futuro.

  • calberto

    @wizard sì, vabbé, raccontalo ai nipoti di questi operai, coloro che, forse, vedranno una centrale nucleare funzionante. (no, non sono contrario al nucleare per principio, sono contrario perché qui e ora non sarebbe conveniente, non con le tecnologie attuali)

  • skelfrog

    @ Andrea61 +1

    Per Carbosulcis si parla di 400 milioni di perdita nell’ultimo decennio.
    Ognuno dei dipendenti (PUBBLICI) ha “prodotto” in media circa 80.000 euro di passivo ogni anno.
    Li si pagasse per non far nulla, costerebbero un terzo.

  • henrygale

    Grazie comunque per aver corretto l’errore, così il testo è più chiaro. Rimango della mia idea (sto parlando al Post) ma dopo aver visto la galleria antropologica “su Instagram” di Repubblica, beh, mi arrendo. ciao

  • skelfrog

    Ugo Cappellacci dice che a fronte dei 13 miliardi annui spesi per incentivi alle rinnovabili (10% di surplus sulle bollette di tutti a solo beneficio dei fabbricanti di pannelli) “solo” 250 milioni (2 miliardi della riconversione carbon-free spalmata in 8 anni) non sarebbero poi una tragedia.

  • pendolare

    Ci dovrebbe essere una centrale a carbone a un tiro di sputo dall’alcoa, non so quale sia il consumo di energia del Sulcis, ma ho l’impressione che l’Alcoa ne sia una componente importante, quindi la mia domanda è: non è che il costo di tenere aperta l’alcoa sia comunque minore di quello di ritrovarsi con una centrale a carbone a mezzo servizio e a dover pagare anche la cassa integrazione?

  • Wilson

    @angeloch: no, il comunismo non è alternativo alla chiusura: in URSS sarebbe già chiusa da decenni (e in USA non l’avrebbero manco aperta, salvando la zona dal sottosviluppo).
    @wizard: Hai messo troppe premesse fasulle (chiamiamole pure “fantasie”) per correggerle tutte, puoi trovare le principali nei commenti precedenti al mio, però.
    .
    Per il resto è uno spaccato emblematico dei problemi dell’Italia: si buttano miliardi (altro che stipendi dei parlamentari, questi sono i costi enormi della “casta”) per mantenere migliaia di famiglie sull’orlo della povertà e produzioni inutili e in perdita (se lo stato chiudesse e distribuisse direttamente i sussidi ai lavoratori questi guadagnerebbero come dirigenti) e si impedisce la nascita di altre opportunità di lavoro con tasse insostenibili (aprire un’attività di successo, dopo aver pagato le tasse, rende quanto un BTP: chi te lo fa fare?), burocrazia inefficiente, infrastrutture sottosviluppate, giustizia civile inutilizzabile (se subisci un danno, inutile chiedere risarcimento, fai in tempo a chiudere)…

  • Wilson

    @pendolare: no, visto che la centrale deve importare carbone da fuori perché quello delle miniere locali è di pessima qualità (presenza di zolfo). Non solo: è ovvio che nessuna delle soluzioni che possono venire in mente a noi non funzionano: se ci fossero le condizioni per rendere produttivo l’insieme ci sarebbero pure gli acquirenti, invece non si presenta nessuno.
    Parte del problema è dovuto al fatto che in Italia non conviene possedere alcuna attività (come scritto prima le tasse sui redditi da capitale già da sole lo rendono inutile, con gli altri problemi diventa impraticabile); risolvere questo problema è l’unica via per una soluzione (poi se il modo migliore per sfruttare le risorse del Sulcis sia la filiera carbone-alluminio o, come pensano tutti gli addetti, un’altra lo deciderà il mercato o meglio: lo deciderà chi investirà nella zona convinto di sapere come trarne profitto).

  • jamesnach

    @Wizard
    Io direi che quello che si deve sentire in colpa sei tu, per la tua ignoranza sul nucleare.
    Il nucleare è una forma di energia sussidiata da quando esiste, 60 anni, e come oramai assodato nel dibattito internazionale, l’energia elettrica prodotta da nucleare non è competitiva se non assistita da dosi da cavallo di assistenza statale. Tanto varrebbe regalare l’elettricità ad Alcoa, costerebbe molto meno e non avremmo relitti tecnologici da smaltire tra 30 anni…
    Così è se ti pare, e anche se non ti pare. Basta con queste fregnacce disinformate spacciate per verità.
    —-
    Sul sito dell’Economist c’è un intero dossier che spiega il perchè e il per come, buona lettura: http://www.economist.com/node/21549936

  • laphroaig

    Io sono del posto e un paio di cose mi sembrano chiare: Aprire un polo industriale in un’area priva di qualsiasi infrastruttura e’ stata un’ idiozia gigantesca. Tanto piu che e’ stato fatto il tutto con la consapevolezza che ci sarebbe stato lavor per 30 anni. A scapito della distruzione di un territorio meraviglioso. Bene, 40 anni dopo le infrastrutture sono le stesse, il prezzo della manodopera salito e questa pagliacciata non e’ piu conveniente a nessuno. Si cerca di tenerla in piedi, per cosa? Per riavere lo stesso problema tra 2 anni?
    La verita’ e’ che finche i nostri rappresentanti politici non parleranno di “bonifica” o “rilancio del territorio” non si andra’ troppo lontano. Volendo parte della bonifica dovrebbe essere pagata dalle multinazionali, un’ altra parte dal governo. Non ho idea di quanti lavoratori potrebbe essere impiegati e per quanto tempo. ma uno studio ne vale la pena. Piu della cassaintegrazione pagata da tutti per 2 anni..e rimanere cosi, nel bel mezzo delle rovine, su un territorio devastato.

  • robz

    @JAMESNACH: belle le fantasie sul nucleare, un paio di domande: come porti l’energia nucleare in Sardegna e se vuoi fare la centrale qui da noi (sono di Cagliari) come la porti nel resto d’Italia in entrambi i casi in modo conveniente? Quanto devi dare alle popolazioni locali per fargliela accettare la centrale, non è cosa da poco, qui siamo piuttosto sensibili sull’argomento (sai com’è… in Sardegna c’è il 70% delle servitù militari italiane, ossia territorio inaccessibile per di più molto probabilmente, anzi quasi certamente contaminato, come dimostra il caso di Perdas de Fogu). Poi per favore mi potresti linkare o suggerire un indagine di mercato su quanto viene bene nelle cartoline turistiche una spiaggia combinata con una bella centrale nucleare sullo sfondo. Perché sai il turismo è l’unica cosa che non sta morendo qui da noi, anche se sta entrando in crisi pure quello. E ti informo che le agenzie di viaggio sul clichè dell’ambiente incontaminato ci campano abbastanza.
    Al di là di questo, come ti ha già fatto notare qualcuno, il problema è immediato e una centrale nucleare è un investimento decennale. Non è la soluzione.

    Non è un problema di adesso, è un qualcosa che va avanti da 40 anni per le miniere e da 20 per la chimica. Oggi è l’alcoa, ieri era la Vynils, avant’ieri l’eurallumina, e poco prima l’Ila, senza dimenticare il fantastico petrolchimico di Ottana (delirio magistrale quello!) i cui ultimi rimasugli chiudono in questi mesi. Prima o poi sarà il turno della Saras quando i Moratti si saranno stancato del petrolio.
    Quelle industrie vanno chiuse ora e a quella gente va fatto fare altro, non c’è altra soluzione. Mantenerle in piedi è assistenzialismo, permettere di aprirne altre è speculazione (http://www.sardegna24.net/regione/i-veleni-di-furtei-il-klondike-sardo-1.3108). Miniere e industrie diventino musei e si cerchi di far fare altro alla gente (magari bonificare, magari gli dai soldi per crearsi una microimpresa, magari un qualsiasi servizio per il loro territorio, magari li metti a fare strade o condotte idriche, non sono certo le infrastrutture quelle che abbondano da noi).
    E dove ce ne sono aperte va pensato altro, ora.

  • robz

    ehm… non ho editato il commento, quindi perdonate gli errori

  • Wilson

    @laphroaig: dal continente la situazione ha quasi lo stesso aspetto, l’unica differenza (in peggio, purtroppo) è che si vede meglio che non basterebbe: anche dove le infrastrutture sono decenti (pianura padana) l’economia sta crollando.
    Se in Italia fosse ancora conveniente investire per la Sardegna servirebbe che lo stato cessasse l’accanimento terapeutico e usasse le risorse per costruire le infrastrutture e sostenere i redditi nel periodo di transizione, mentre nascono nuove possibilità; per come stanno le cose purtroppo non nascerebbe nulla: bisogna contemporaneamente ricreare le condizioni (tasse, burocrazia e giustizia civile i primi punti, a mio avviso) per cui aprire un’attività sia potenzialmente più redditizio che comprare BTP.

  • Wilson

    @robz: più che altro mi sa che hai sbagliato bersaglio ;)
    ps: hai la mia solidarietà per la grammatica: non poter editare i messaggi a volte è davvero imbarazzante

  • http://blogghetto.org michelelan

    Chi sostiene che il protezionismo salverebbe queste imprese si sbaglia, è stato proprio il protezionismo a creare cattedrali nel deserto come questa industria.. L’italia è ha fatto funzionare queste aziende solo grazie all’indebitamento statale, i finanziamenti pubblici hanno tenuto in vita realtà industriali, morte da tempo..

    Prima o poi bisogna svegliarsi, bisogna aprire gli occhi, gli operai “cadranno” e si “rialzeranno”..

  • laphroaig

    @Wilson Il problema e’ che in primis i nostri rappresentanti (sindaci, assessori, consiglieri..) non parlano di bonifica o d’ alternative ma solo di “Non bisogna chiudere” o “qualcuno deve comprare per andare avanti cosi”. E questo perche se qulcuno dicesse parole come”bonifica” o “conversione” di fronte a 800 operai infuriati, non ne uscirebbe bene (e prederebbe tutti i voti). Ma all’operaio infuriato e’ difficile spiegargli le cose ora, quando ha altro a cui pensare. Il politico deve prendersi le responsabilita per il bene comune…
    Serve un piano decennale improntato sul turismo/agricoltura/pastorizia e bisogna lanciarlo ora!

  • robz

    @robz: ahahahhah ops, mi sono incartato sui nomi, ahahah evvabbé. Cmq ora in tv ho visto la Bindi e Tabacci sostenere che l’Alcoa va tenuta aperta tenendo conto della “situazione regionale”. Tutto procede come al solito…

  • jamesnach

    @Robz
    Ehm…

  • gednet

    Se il problema base nella produzione di alluminio è il costo energetico, è l’occasione per l’E-CAT di Rossi di dimostrare che vale: un impianto che fornisce calore sufficiente per una centrale termoelettrica che alimenti l’Alcoa sarebbe un impianto pilota a livello mondiale.

  • pendolare

    @WILSON
    “Non solo: è ovvio che nessuna delle soluzioni che possono venire in mente a noi non funzionano: se ci fossero le condizioni per rendere produttivo l’insieme ci sarebbero pure gli acquirenti, invece non si presenta nessuno.”

    è chiaro che non può essere produttivo, la domanda è siamo sicuri che convenga chiuderlo? Che non convenga continuare a lavorare in perdita, magari per 5 anni a patto che gli operai rinuncino alla cassa integrazione magari