Il Post
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La storia degli articoli copiati su Repubblica

Il corrispondente dell'Agi da Pechino accusa frequenti plagi, il Foglio riassume la questione

31 agosto 2012

Da diversi mesi circolano in rete dei dubbi sulla genuinità di alcuni articoli dall’Asia pubblicate sul quotidiano Repubblica, e in particolare il corrispondete dell’Agi da Pechino ha confidato a diversi colleghi di avere l’impressione che spesso i suoi pezzi vengano usati e copiati senza citarlo. Oggi la storia è raccontata sul Foglio, con ridondanza di sarcasmo e sassolini dalle scarpe, ma la questione c’è.

Ma chissà che ne pensa il direttore di Rep., Ezio Mauro, della sospensione di Zakaria e del suo corrispondente da Pechino, Giampaolo Visetti. Uno con un curriculum rispettabile. Leggiamo su Internet: “Classe 1965, è stato direttore dell’Adige, del Trentino, dell’Alto Adige e del Corriere delle Alpi e condirettore del Gazzettino di Venezia. Poi corrispondente di Repubblica da Mosca e dal 2009 da Pechino”. Il dubbio che circolava in rete da qualche settimana è che Visetti abbia un ghost writer. Se così fosse, si chiamerebbe senza dubbio Antonio Talia, corrispondente da Pechino di Agi China. Ghost writer a sua insaputa, fino a quando non scopre che il giornalista di Rep., negli editoriali audio su RSera, legge i suoi articoli. Li legge tutti, dalla A alla Z, mica solo dieci righe come Zakaria. Tutto, compresi aggettivi e avverbi. Tranne la firma. Il super Zakaria all’italiana, beccato, ammette la colpa e dice che la fonte l’ha citata. Solo che, disdetta, ogni volta i tecnici di Rep. tagliano quel pezzettino insignificante di audio dal suo editoriale. Un complotto. Ma a questo punto Talia ci tiene, a passare per il ghost writer di Visetti, e si mette a controllare ogni sua produzione.

(continua a leggere sulla rassegna stampa Treccani, in PDF)

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  • andreab

    Beh non ci sarebbe molto da stupirsi. Gli articoli di Enrico Franceschini da Londra sono spesso (cattive) traduzioni dal Guardian.

  • drbrunvand

    Questo è ingiusto, Franceschini copia anche dal Telegraph.

  • uqbal

    Possiamo aspettarci una presa di posizione di Repubblica o le basterà fare finta di niente?

  • thea

    e pure al Corriere c’è qualcuno che legge il NYT per trarre ispirazione, diciamo così…

  • alessandromeis

    è davvero così importante?

  • http://www.everydayshow.eu drpbrock

    Repubblica è famosa per dei bei copia incolla da wikipedia senza citare la fonte e appiccicando in fondo all’articolo la dicitura “riproduzione riservata”. Vedi l’articolo sulla morte di Nei Armstrong.

  • thea

    Fa tristezza che la cosa venga fuori perchè il “copiato” è un giornalista italiano.
    Insomma, provinciali pure in questo.

  • lisbona

    Bah. La basi su cui è montata la storia sono un po’ debolucce, però. Se questo dice che ha letto i suoi articoli (tre) su Rsera e se alla sua mail ha risposto dicendo che è stata tagliata la parte finale dai tecnici (o dal caporedattore??) forse poteva anche finire tutto lì. Qualunque corrispondente o qualunque persona che scrive di esteri ha come fonte gli altri giornali del Paese dove sta. Franceschini scrive oggi quel che ieri scriveva il Guardian, e allora? Perché quelli che stanno in Cina non usano come fonte anche i giornali cinesi? E se li fanno tradurre dagli stringer perché il 70% di loro non sa abbastanza bene il cinese? E le fonti di metà degli articoli non sono Ansa e comunicati? Per caso ci indignamo ogni volta che non c’è scritto come dice l’Ansa? Bah. Certo, il Visetti dalla Russia era di certo meglio del Visetti dalla Cina. Detto questo, mi pare tutto (visto dall’Italia) un’esagerazione. Perché, Rampini non copiava i giornali stranieri senza citarli?

  • ziopippi

    @LISBONA

    che senso ha mantenere un’inviato speciale in un paese estero se la gran parte del suo lavoro è tradurre articoli dei quotidiani locali? con internet puoi farlo benissimo da casa, facendo risparmiare al giornale un sacco di spese

  • fulgenzio

    E c’era bisogno del “corrispondente dell’Agi da Pechino” per capirlo? Qualsiasi lettore provvisto di almeno un occhio funzionante e un paio di neuroni lo ha capito da tempo immemorabile. Se non sono articoli copiati allora sono scritti male, pieni di refusi, errori o magari notizie inventate di sana pianta. Se poi si trattano argomenti meno “visibili” come cinema o tecnologia/videogiochi, wow, inizia l’helzappopin.

  • fenus

    Mi ricordo che anni fa avevo letto alcuni articoli di cinema “tradotti” paro paro da recensioni di Positif, una rivista specializzata di cinema francese, senza che venissero minimamente citati autore e rivista. Mi chiedo quanto spesso capiti in tutti i settori, a questo punto…

  • http://direfareprogettare.blogspot.it/ davipedri

    a me quello che fa impazzire è che in calce a ogni articolo (di ogni quotidiano della carta stampata, per la verità) c’è la dicitura ‘riproduzione vietata’… come la mettiamo?

  • tobuto

    E’ colpa di 20 anni di berlusconismo che hanno portato la sinistra a copiare (ops) i metodi della destra.

  • riccardor

    Allora meglio “Internazionale”, li si sa e si compra apposta.

  • feamarth

    per non dire dei video, presi da youtube senza citare la fonte e mettendo la sovraimpressione del sito repubblica

  • pat1

    Non è la prima volta che ci sono critiche a Visetti, giornalista che ho sempre apprezzato fino a due anni fa. Un caso su cui mai è stata fatta chiarezza e che generò molti sospetti fu quello delle storie dallo tsunami… che qui viene riassunto e sul quale avrei voluto leggere la spiegazione dell’inviato
    http://www.giornalettismo.com/archives/119367/il-bambino-medico-e-la-commessa-infermiera-storie-o-favole-dal-giappone/

  • pat1

    Scusate ho visto ora che nell’articolo citato in fondo è citata anche questa storia, ma è più articolata e ampia di così…

  • capodoglio

    Uh, ma non serve mica copiare pari pari gli articoli: a volte è sufficiente modificare qualche parola qui e là da wikipedia, come per la commemorazione di Neil Armstrong (con anche evidenti erroridi traduzione, https://twitter.com/CattivaScienza/status/239455758943653889/photo/1/large), o copiare pari pari le gallerie fotografiche da quotidiani stranieri. Il tutto mettendo sempre, sotto, la dicitura “riproduzione riservata”.

  • http://blog.terminologiaetc.it/ licia

    Oggi sul Corriere e La Stampa ci sono due articoli con interi capoversi in comune, firmati ovviamente da due giornalisti diversi ma senza alcun accenno a quella che si presume debba essere una fonte comune.

    http://www.corriere.it/cronache/12_settembre_01/calabro-fine-vita_30af0eba-f3f3-11e1-8223-8f87a48260f4.shtml
    http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/martini-lombardi-chiesa-morte-17793/

    L’ho notato per l’insolito uso della parola twitterologo (facendo una ricerca ho trovato l’altro articolo).

  • http://pensieri-eretici.blogspot.com Mauro

    A proposito di Repubblica… io mi preoccuperei piuttosto delle cazzate a raffica che spara il suo corrispondente da Berlino Andrea Tarquini.
    Un incompetente del genere (per di più presuntuoso e pomposo e orgoglioso della propria ignoranza) credevo potesse esistere solo nei fumetti o nella satira prima di conoscerlo e leggerlo.
    Saluti,
    Mauro.

  • steffapi

    da minima & moralia
    http://www.minimaetmoralia.it/?p=9298

    Verso un codice deontologico minimo del giornalismo culturale italiano
    31 agosto 2012

    di Christian Raimo

    Ecco una questione semplice che sembra complicata ma non lo è.
    Capita che da qualche giorno mi è stato dato l’incarico di coordinare un piccolo inserto culturale di un giornale che sta per nascere. L’inserto si chiama Orwell, il giornale Pubblico, ma non è di questo che voglio parlare.
    È che pensando a come fare questo inserto, mi sono venute in mente una specie di regole minime che vorrei veder applicate nel giornalismo culturale; così le ho scritte, in una sorta di decalogo.
    Questo:

    1. No alle marchette, di nessun tipo, mai, senza eccezioni.
    2. No al linguaggio pubblicitario, “segnalazioni”, sudditanza nei confronti degli uffici stampa.
    3. Gli articoli vanno scritti per i lettori non per ammiccare a qualche altro giornalista culturale con cui abbiamo un conto in sospeso.
    4. Le fonti vanno citate e controllate: non siamo Giampaolo Visetti.
    5. Il budget del giornale è trasparente e si gestisce in modo equo tra tutti i collaboratori.
    6. Non esistono tematiche femminili, ma prospettive di genere.
    7. Si attaccano anche violentemente le idee, le retoriche, le azioni, non le persone.
    8. Le immagini non sono mai ornamentali.
    9. Non occorre per forza sembrare originali e intelligenti, soprattutto se non lo si è.
    10. Non esistono esclusive e veti incrociati per i collaboratori, a meno che non ci sia un contratto.

    Sono tutte regole a cui tengo, la maggior parte talmente condivisibile da risultare lapalissiana, e – in questo senso – non sarebbero nemmeno difficili da rispettare, né arduo sanzionarne la trasgressione – con un po’ di discredito, eh. Ma ce n’è una a cui tengo di più ed è la decima. Rispettare la quale porterebbe a cambiare molto, e in meglio, lo stato dei rapporti tra le testate e i collaboratori.
    Il meraviglioso mondo dei collaboratori occasionali è spesso simile a un purgatorio senza gironi. Una quantità sesquipedale di persone iperformate, iperdisponibili, mediamente molto intelligenti, immerse nel tempo plastico di un precariato post-universitario che può durare comodamente decenni porta avanti da anni le pagine culturali dei giornali italiani. In forma di collaborazione, saltuaria, spesso molto saltuaria, spesso sporadica, spesso un hapax. I compensi per le pagine dei quotidiani, dei settimanali, dei mensili sono dei più vari. Variano ovviamente da zero (in fondo collaborare a un giornali può spesso una forma di militanza: io per esempio l’ho fatto e lo continuerei a fare per il Manifesto) a varie centinaia di euro. All’interno di questo spettro però vanno comprese anche cifre come 8, 13, 18, 22… euro che sono i compensi di testate a diffusione nazionale. Il prezzo di una pizza e un bicchiere di vino, o di un kebab e una Peroni. Il pagamento in genere avviene a 2 mesi, 3 mesi, spesso 6 mesi, alle volte otto mesi, alle volte quando il giornale chiude e arrivano i liquidatori, alle volte mai.
    Ora questa situazione è deprimente, ma come dire, è risaputa. Il libero mercato dello sfruttamento.
    Però, proprio perché la prassi è questa, mi sembra molto molto scorretta e anche antiliberale un’altra microprassi. Ossia la norma non-scritta per cui io – collaboratore saltuario, a vario titolo sfruttato, che non ho magari mai visto in faccia il redattore delle pagine culturali né ho mai messo piede nella redazione del giornale – vengo costretto a scegliere se collaborare al giornale X o a quello Y. Se collaboro a X, poi a Y si arrabbiano e non mi chiamano più. E allora, uno si chiede, fatemi un contratto, no? La mia penna vi piace? I miei articoli sono ben scritti e quantomeno utili per dare alle pagine quella linea che a voi redattori serve? E allora compratevi in qualche modo l’esclusiva! Garantitemi una continuità di qualche tipo, non semel in anno! Consentitemi di sentirmi parte del giornale! Fatemi contare su un fisso mensile! No?
    Non vi pare un piccolo ricatto? Non vi sembra però appunto abbastanza semplice sottrarvisi e – soprattutto – smettere di attuarlo?