Il Post
La riforma del lavoro in 4 punti

La riforma del lavoro in 4 punti

Che cosa cambierà con l'articolo 18, i contratti a termine e i congedi di paternità, e come funzionerà la nuova "Assicurazione Sociale Per l'Impiego"

21 marzo 2012

La trattativa sulla riforma del lavoro tra il governo e le cosiddette “parti sociali”, cioè i rappresentanti dei lavoratori e quelli delle imprese, è arrivata a una svolta – e a una conclusione – ieri. Il governo aveva detto più volte di avere intenzione di chiudere il negoziato questa settimana e ieri, dopo settimane di incontri e riunioni, ha deciso di stilare un verbale con le posizioni dei vari soggetti coinvolti nella trattativa. Non c’è stato un accordo da firmare, ha spiegato Monti, perché «nessuno ha potere di veto» e perché il governo non apprezza «la cultura del consociativismo» propria della concertazione. Per questo motivo sarà il Parlamento a mettere mano alla proposta di legge, sui cui contenuti – in particolare relativamente all’articolo 18 – tutte le parti sociali acconsentono alle modifiche fatta eccezione per la CGIL. Un incontro conclusivo si terrà giovedì, domani.

Questo è il contenuto della riforma, a oggi. Va preso con le molle, perché sappiamo quanto può essere modificato – e persino stravolto e ribaltato – nel percorso di approvazione parlamentare.

Il contratto “dominante”
Il centro della riforma, ha detto il ministro Fornero, è il contratto a tempo indeterminato come contratto “prevalente” e “dominante” sugli altri. Oltre i 36 mesi di lavoro ogni contratto a tempo determinato diventa automaticamente a tempo indeterminato. Non sarà più possibile fare stage dopo la laurea, definiti dal ministro Fornero «lavoro non retribuito». L’ingresso dei giovani fino a 29 anni nel mondo del lavoro avverrà con un “contratto di apprendistato”, che diventa “contratto di inserimento” per chi ha più di 29 anni. L’apprendistato non potrà durare più di tre anni e dovrà prevedere un percorso di formazione: in caso di mancata assunzione, le competenze del lavoratore saranno comunque certificate.

Per l’intera durata dei contratti a termine, le aziende pagheranno un 1,4 per cento aggiuntivo di tasse. Queste tasse saranno restituite in caso di assunzione a tempo indeterminato del lavoratore – il “premio di stabilizzazione” – altrimenti andranno a finanziare l’ASPI, altra novità introdotta dalla riforma. Il rischio è che durante i contratti a termine l’aumento delle tasse possa essere pagato dallo stesso lavoratore, come già avvenuto in passato, visto che questo è privo di capacità negoziale sull’importo del suo stipendio.

Che cos’è l’ASPI
L’acronimo sta per Assicurazione Sociale Per l’Impiego ed è tecnicamente un ammortizzatore sociale, uno strumento di sostegno del reddito per chi perde il lavoro. Sostituirà a partire dal 2016 l’indennità di mobilità e di disoccupazione ordinaria e sarà, nella definizione del governo, “universale”: coprirà anche i lavoratori con meno anni di esperienza e quelli che hanno contratti atipici e precari, finora esclusi da qualsiasi ammortizzatore sociale (nonché apprendisti e artisti dipendenti).

I lavoratori con due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane di lavoro negli ultimi due anni potranno avere accesso a un assegno mensile da massimo 1.119,32 euro lordi, che si ridurrà del 15 per cento dopo 6 mesi e di un altro 15 per cento dopo altri 6 mesi. L’erogazione potrà durare fino a un anno per chi ha meno di 55 anni, 18 mesi per chi ha più di 55 anni.

Tutti i lavoratori contribuiranno a finanziare l’ASPI: l’1,4 per cento chi ha un contratto a tempo indeterminato, il 2,8 per cento chi ha un contratto precario (realizzando il meccanismo di incentivi e disincentivi di cui al paragrafo precedente). La sovrattassa sui contratti a termine non sarà applicata ai contratti stagionali, tipici delle aziende commerciali e turistiche. Le piccole imprese continueranno a godere di un regime agevolato, verseranno lo 0,40 per cento e non l’1,4 come le grandi imprese.

L’ASPI entrerà in vigore soltanto nel 2016 e “in regime transitorio” per dare il tempo ai lavoratori anziani oggi in mobilità di arrivare alla pensione, grazie anche ai contributi aziendali. La riforma degli ammortizzatori sociali non tocca la cassa integrazione ordinaria, quella straordinaria viene limitata alle aziende in ristrutturazione. Viene superata invece la cassa integrazione in deroga, introdotta nel 2009 per estendere i sussidi alle piccole imprese escluse dalla cassa integrazione. L’ASPI vorrebbe essere la concretizzazione del cambio di approccio del governo, dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore. Secondo il ministro Fornero l’ASPI arriverà a coprire 12 milioni di lavoratori, dove gli attuali strumenti ne coprono 4.

Nella pagina successiva: l’articolo 18, i congedi di paternità, le norme contro gli abusi di contratti a termine.

1 2 Pagina successiva »
TAG: , , , ,    
  • anita81

    Ehm, la maternità È un fatto di donne. La genitorialità, invece, è di entrambi i sessi, e ben venga il congedo di paternità obbligatorio.

  • wiz.loz

    Vorrei che i detrattori spiegassero nel dettaglio (e non solo con slogan) quali parti sono “contro i lavoratori” o “di destra”.

  • masc

    @wiz.loz
    la terminologia di destra o di sinistra credo che sia abbastanza fuori luogo in questo caso: sicuramente il governo porta avanti politiche conservatrici e cerca di scaricare oneri sociali sui lavoratori scaricandoli da stato o aziende. i punti gravi secondo me sono questi:
    la flexicurity è stata stralciata: manca il sostegno al reintegro dei licenziati -intendo strumenti di ricollocamento- l’ASPI dura 1 anno, con un tetto basso.
    l’articolo 18 permette ora il licenziamento (per motivi economici) di qualsiasi lavoratore: sicuramente le aziende ne faranno uso:
    il lavoratore licenziato (50 enne p.es) avrà un anno di aspi, da 15 a 27 mensilità ( forse,dipende dal giudice) e poi sarà sul “mercato” a cercare di riciclarsi – auguri- gli mancheranno solo 15-17 anni di contributi per andare in pensione.
    sul precariato mi sembra che sia cambiato poco: cose di facciata più che sostanziali. ma mi sembra che funzioni come ora – e non bene-
    di pregi io sinceramente non ne vedo tanti, ma magari mi sbaglio.

  • gert

    E poi, se il giudice non può sindacare sui motivi economici, cosa impedisce all’imprenditore di spacciare un licenziamento discriminatorio per licenziamento per motivi economici?

    Non mi pare neanche che si sfoltisca la selva di contratti precari.

  • vital

    chi ha un minimo di consapevolezza in materia di lavoro non può non aver colto nella proposta di riforma dell’art. 18 schematicamente illustrata dalla Fornero il tentativo maldestro di “indorare la pillola” e di mascherare il sostanziale arretramento del livello delle tutele per la parte debole del rapporto, in alcun modo bilanciato.
    Mi pare ineccepibile l’analisi contenuta nell’articolo pubblicato al seguente link: http://www.orticalab.it/La-Fornero-l-articolo-18-e-il
    che Vi invito a leggere perché rende chiaro “il gioco delle tre carte” e facilita un dibattito più consapevole

  • cane

    Io verrò lasciato a casa tra un mese dopo due anni di precariato perchè la mia società è stata acquisita da una più grossa. non rientro in nessuna delle categorie suddette visto che semplicemente non mi rinnoveranno il contratto. Per me, precario 35 enne, non c’è niente di nuovo in questa riforma, a parte ovviamente che dai miei futuri stipendi verrà decurtato il 2.8% da dare all’ASPI.

  • anait

    e chi decide la tipologia del licenziamento? Lo stesso imprenditore? La vedo proprio la fila di imprenditori che decideranno di licenziare per “discriminazione”! E’ evidente che, se si toglie al giudice la possibilità di sindacare sui motivi economici, la quasi totalità dei licenziamenti sarà per motivi economici (con forse un 1% per motivi disciplinari, che lasciano però troppo le mani libere al giudice per “sindacare”…).
    Si verifica così quanto sempre sostenuto da Piti e da (troppo) pochi altri: alla fine avremo tolto diritti a chi li aveva senza aver aggiunto nulla di sostanziale a chi non li aveva.

    Questa “riforma” sarà il trionfo dell’esternalizzazione, del lavoro a somministrazione (sul quale mi sembra non si dica nulla) e delle finte cooperative.

    Se ipoteticamente la mia azienda decidesse di cacciarmi (perché ho 44 anni si vogliono far risparmi sulla mia pelle), non ci vorrà molto a sostenere che mi si fa fuori per “motivi economici” e a sostituirmi con un poveraccio con un contratto a somministrazione (magari pure indeterminato, ma a condizioni da fame e senza CCNL).

  • wolf44

    Ho la partita IVA ma non casse specifiche (tipo avvocati, commercialisti ecc) NON voglio un contratto di lavoro subordinato, voglio lavorare come e quando dico io, a risultato e in autonomia. Perché devo essere assunto? perché devo avere le ferie programmate e comunicate al grande fattello INPS? voglio essere libero di offrire la mia professionalità come voglio e quando voglio. Se vado bene e ho voglia di lavorare non mi “licenzieranno mai”.
    D’altronde non essendo rappresentato al tavolo ed essendoci i sindacati inevitabilmente conducono la trattativa al contratto obbligatorio … Siamo sempre più uno stato socialista

  • Alessandro

    “Restano proibiti i licenziamenti discriminatori: in questi casi, il reintegro del lavoratore discriminato rimane obbligatorio e anzi viene allargato anche a chi lavora in imprese con meno di 15 dipendenti, che oggi l’articolo 18 esclude dalla tutela.”

    Errore. Come tutti i giornali di oggi, tranne il Sole. Il licenziamento discriminatorio è nullo, da codice civile e non ex art. 18 Statuto dei lavoratori. E, in quanto tale, se accertato giudizialmente, comporta la caducazione dell’atto di recesso datoriale (licenziamento) e la dichiarazione che il rapporto di lavoor è tutt’ora in essere. Indipendentemente dalla dimensione dell’azienda.

    In parole povere, non viene esteso alcunché. Il licenziamento discrminatorio comporta GIA’ OGGI l’obbligo di reintegra.

    Per favore, almeno voi.

    Grazie.

  • pifo

    Il licenziamento per motivi economici deve esistere come possibilita’ per l’imprenditore. Qualsiasi reale politica economica che punti alla ripresa, nelle nostre condizioni, non puo’ prescindere da questo punto. Inutile illudersi del contrario. Basta guardare cosa accade nei paesi europei forti.
    Sarebbe stato pero’ piu’ giusto e interessante rafforzare i meccanismi degli indenizzi, riformando, come suggerisce Masc, l’intero istituto del ricollocamento.
    Una nuova “Agenzia del lavoro” che prende in carico il lavoratore, indenizzato per 15-27 mesi, e pianifichi con lui il reinserimento attivo.
    Questa storia della possibilita’ di appellarsi al giudice invece sembra la solita pasticciata all’italiana.

  • albix

    La proposta e’ ancora una volta a sfavore di tutti i lavoratori di qualunque parte essi siano in quanto di fatto a) concede all’azienda il licenziamento individuale per motivi economici e sono convinto che in un momento di crisi come questo sara’ molto utilizzato dalle aziende b)introduce una indennita’ ASPI che ha una durata molto corta e non sostiene i lavoratori piu’ anziani nella ricerca di un nuovo lavoro.c)manca assolutamente qualsiasi strumento che aiuti il lavoratore licenziato nella ricerca nel nuovo lavoro. Ricordo che nel famoso “modello tedesco” il lavoratore e’ accompagnato in questa ricerca da un ente preposto , che funziona egregiamente cosa che in Italia al momento e’ assolutamente un sogno.d) non fa menzione di alcun impegno all’azienda nella ricollocazione dei dipendenti licenziati. Troppo facile spostare le produzioni e le attivita’ dove il costo del lavoro e’ molto piu’ basso anche a causa di enormi differenze sociali.e) non crea nessun reale vantaggio per i giovani e le categorie meno protette ed incrementera’ la forbice tra eta’ pensionabile ed eta’ in cui le aziende tendono a non considerare piu’ produttivo un lavoratore. Insomma a mio giudizio la riforma e’ assolutamente unilaterale e non si puo’ definire come strumento a supporto della crescita del paese ma semmai alla piu’ facile disoccupazione.

  • Alessandro

    @PIFO La possibilità di licenziare per motivi economici esiste già adesso. Si chiama giustificato motivo oggettivo. E in soldoni significa che se l’azienda è in difficoltà economiche e deve sopprimere il mio posto, può cacciarmi senza spendere una lira. Soltanto che le esigenze economiche devono essere vere e non pretestuose. Cioè, per esempio, se il giorno successivo assumono un altro al mio posto, il licenziamento sarà illegittimo. Nessuno vieta di licenziare quando ce ne siano i presupposti, anche economici, ovviamente. E il licenziamento legittimo non costa niente all’azienda: né indennizzi, né altri obblighi.
    La possibilità di contestare il licenziamento davanti ad un Giudice non è una pasticciata: è la Costituzione.

  • wolf44

    Scusate se aggiungo un ulteriore commento: la vera riforma del lavoro secondo me la può fare solo una sensibile riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro in generale. Se l’azienda o l’imprenditore non ha mercato o fatturato non c’e spazio per i diritti dei lavoratori non essendoci lavoro in sé per nessuno (e non ce n’è traccia da nessuna parte, anzi si prevedono aggravi).
    Per quanto riguarda il licenziamento discriminatorio ha perfettamente ragione Alessandro: è un principio sacrosanto sancito dal Cod civ.
    Inoltre critico la riforma per la totale mancanza (non mi è parso di vederla da nessuna parte) di una rivisitazione, o meglio di una prima vera strutturazione del collocamento.
    In Italia sembra che l’unico vero modo di trovare lavoro sia il ricorso alle conoscenze (anche quelle lecite non per forza la “cuginanza italica” delle raccomandazioni). La domanda e l’offerta non si incontrano quasi mai, per non parlare della riconversione/formazione dei lavoratori (soprattutto quelli di età elevata o provenienti da settori in crisi strutturale).

  • riccardor

    mah.. io penso che un datore di lavoro abbia diritto di lavorare con chi vuole, e quindi licenziare chi vuole. Non è compito delle ditte occuparsi del welfare dei cittadini. In questo caso la proposta Ichino mi pare, oltre che efficace, anche giusta.

  • http://picappacappa.blogspot.com/ kappa

    Le leggi sono solo dei paletti entro cui i lavoratori e i datori di lavoro si possono/devono muovere, ma non sono le leggi a creare occupazione. Anzi, il loro utilizzo è subordinato al mercato del lavoro (es. il rischio di cui si parla nell’articolo: “durante i contratti a termine l’aumento delle tasse possa essere pagato dallo stesso lavoratore, come già avvenuto in passato, visto che questo è privo di capacità negoziale sull’importo del suo stipendio” sarà maggiore in un mercato del lavoro stagnante, minore in un mercato in salute).

    Premesso questo, nel vostro ragionamento manca un tassello:
    Il mondo del lavoro non è un sistema a sè stante ma è inserito nell’economica mondiale. 40anni fa era, per motivi di trasposto, telecomunicazioni e dazi doganali era impensabile produrre in Serbia, Romania, Cina o India per poi vendere sul mercato europeo/italiano. Oggi non è cosi. Quindi senza arrivare a confrontarci con la Cina e l’India, dobbiamo perlomeno confrontarci con il mercato del lavoro in UE.

    Per questo motivo l’atteggiamento dei sindacati è anacronistico.

  • ro55ma

    Che qui ci si possa “perdere” in tifoserie varie (con relative castronerie interpretative sul 18..) lo capisco; capisco meno che a nessuno importi che il tentativo di Fornero e Monti stravolga l’impianto italiano tradizionale e deresponsabilizzante: “noi concordiamo e poi Pantalone o chi per lui pagherà”, che ha segnato la storia del nostro debito pubblico e dei privilegi di pochi (imprenditori e qualche lavoratore) su tutti gli altri.
    Fornero è stata chiarissima: tutto si regge sulla scommessa che il sistema Italia si modificherà perchè ognuno farà la sua parte.
    Dalle Regioni e Provincie che fin ora hanno fatto altro (pagare consulenti e amici per far finta di formare, per esempio) alle parti sociali che invece di protestare hanno chiesto la loro fetta; ai lavoratori, fuori dal circuito privilegiato (pubblico e grandissime aziende), che hanno dovuto ingoiare tutto – pur di sopravvivere – perchè il sistema “si occupava del posto di lavoro” non di loro.
    Chi si metterà di traverso adesso, tolti due o tre “giustificati ideologicamente” e che fanno fatica a rappresentare sè stessi, lo farà per difendere rendite di posizioni e squilibri sui quali campano da decenni, nei partiti, nei sindacati (datoriali e dei lavoratori) e nelle istituzioni. Vedremo da che parte si schiereranno gli italiani!

  • masc

    @riccardor: nella proposta Ichino – che non è la fornero- il carico economico del ricollocamento ricade pincipalmente sull’azienda che licenzia: il senso è che è interesse dell’azienda che il proprio ex-dipendente trovi un nuovo posto di lavoro.
    @kappa : la relazione fra politica e legislatura e economia è sicuramente complicata, ma al momento la tendenza è sottomettere le leggi al “buon funzionamento” dell’economia, e questo sta causando problemi gravi quali aumento delle diseguaglianze, maggiori concentrazione delle ricchezze e conflitti sociali.

  • piti

    Due cose:
    a) mi chiedo se coloro che per anni hanno saputo solo ripetere come pappagalli, di fronte a ogni vessatoria riforma del lavoro, che si trattava di difese vecchie e ideologiche, hanno vagamente il sospetto che di vecchio e ideologico c’è solo questo illimitato attacco ai lavoratori.

    b) Mi pare manchi una parola che riassume tutto il significato di questa riforma, che giustamente ha il volto grifagno di quel’arpia della Fornero. La parola è RICATTO. In un quadro normativo di questo genere si lascia la totale, totalissima, possibilità imprenditoriale (=padronale) di ricattare i lavoratori. Non fai come dico io, in barba a contratti, leggi, limiti eccetera? E io mi invento una cretinata a pretesto e ti licenzio.

    Il resto, sono parole di privilegiati o di servi sciocchi: entità non escludentisi necessariamente a vicenda.

  • acousticmotorbike

    Io non sono un imprenditore – non ne sarei probabilmente capace – e non sono mai stato un lavoratore dipendente, per cui può darsi che qualcosa mi sfugga, ma se volessi aprire un’attività e mi dicessero che le persone che assumo (e pago) non ho poi la possibilità di licenziarle se non ne sono soddisfatto, se non lavorano come io credo che dovrebbero fare, se ho bisogno di professionalità diverse, bèh penso che non esiterei a utilizzare i contratti a tempo (e lo dico, ripeto, dall’alto di un’esperienza di oltre 20 anni come consulente, cococo, cocopro, assegnista di ricerca, partitaivista, socio di cooperativa, e qualcos’altro che ora mi sfugge).
    Luca

  • Mounier

    @PITI
    Grazie per averci segnalato che non si tratta di ragionare nel merito delle cose, magari avendo una posizione giustamente variata sui diversi elementi, ma di porre un confine chiaro e inamovibile fra i puri e gli intelligenti (cioè quelli che la pensano come te) e “i privilegiati o servi sciocchi” (cioè quelli che non la pensano come te).
    La cosa ironica è che poi ti indigni se ci sono alcuni che trovano ideologiche le posizioni del sindacato… Ma per cogliere l’ironia temo sarebbe necessario un esercizio di riflessività critica ulteriore…

  • uqbal

    AcousticLuca

    Per questa ovvietà sacrosanta che dici, lo sai che rischi si passare per nemico ed affamatore del popolo?

  • masc

    per favore leviamo la pseudo-ideologia – anche ironicamente- da queste faccende, che invece sono molto gravi, secondo me.
    in america c’è il lavoro “at will” e la meritocrazia, ma è il nostro riferimento di welfare? Non credo.
    In italia, c’è comunque la possibilità di licenziamento – sotto i 15 dip- e – per riorganizzazioni- anche sopra. Molte aziende lo utilizzano, anche – alcune- in maniera assai spregiudicata.
    Così come l’utlizzo del precariato.

    Se poi vogliamo invece dire che il costo del lavoro è troppo alto, così come la tassazione sulle aziende, beh – sono d’accordo – ma è tutto un altro discorso, che non è stato affrontato dalla fornero. Perchè? probabilmente, perchè l’unica riforma del lavoro – a costo ZERO per lo stato e per le aziende- è scaricarla sul lavoratore.

  • warmduscher

    @Uqbal, @AcusticLuca

    Ma il fatto che il lavoro non sia una merce è un concetto che vi è chiaro oppure no? Poi uno può anche sostenere che l’imprenditore debba essere libero di trattare i propri dipendenti alla stregua di un semplice fattore produttivo, ma per favore non diciamo che questa e’ un’ovvietà, non facciamo gli stupiti quando qualcuno la pensa diversamente.

  • anait

    Mi pare che perlomeno la riforma di oggi smentisca l’assunto ideologico che ci hanno inculcato fino allo sfinimento, per cui era necessario togliere diritti a chi ne aveva per assicurarne qualcuno a chi non ne aveva. Mi pare che, guarda caso, ci si sia accontentati della prima parte. Per il resto c’è qualche briciola e tanta propaganda (vedi homepage su corriere.it che recita tutt’ora “L’art 18 varrà x tutti”).

    Togliere al giudice la facoltà di “sindacare” sui licenziamenti economici comporta semplicemente che d’ora in avanti è data facoltà di licenziare liberamente chiunque per qualunque motivo (sarà sufficiente affermare che lo si fa per motivi economici).

    Sull’altro fronte, quello del precariato, cambia sostanzialmente poco, si potano le escrescenze più purulente (associazione in partecipazione, etc) ma non si interviene nella regolamentazione di tutte quelle tipologie apparentemente più presentabili (somministrazione, interinale, finte cooperative, etc) che rischiamo di ritrovarci come nuove protagoniste assolute del mercato del lavoro.

  • fausto57

    @AcousticLuca
    Cioè, praticmanete stai dicendo: io sono l’imprenditore proprietario dell’azienda e in quanto tale per me il lavoro è una merce come ogni altra e lo compro da chi mi pare e piace. Non so se questa mia considerazione equivale a considerarti affamatore del popolo (come UQBAL mi accuserebbe di dire) e non mi interessa saperlo. Prendo atto che secondo te il fatto che al lavoro sia “attaccata” una persona fisica, un cittadino non è, per costui, fonte di alcun diritto specifico in materia di diritto del lavoro. Io la penso diversamente.

  • acousticmotorbike

    @UQBAL,
    me ne rendo conto ed è inevitabile che sia così finchè si continua a parlare della riforma del mercato del lavoro come di una misura di welfare… il mercato del lavoro è un arena su cui ognuno dovrebbe massimizzare la propria capacità di creare ricchezza (pubblica o privata), qui invece si continua a pensare allo stipendio come a un sussidio…

    @MASC
    come detto sopra, non stiamo parlando di welfare, ma di far funzionare meglio il mercato del lavoro, dove le parole chiave sono “mercato” e “lavoro”.

  • acousticmotorbike

    @FAUSTO57
    detto brutalmente, sì. Dal punto di vista dei fattori produttivi il lavoro è una merce e non è compito dell’imprenditore farsi carico dei problemi sociali. E’ suo compito rispettare le leggi, produrre beni e servizi di qualità, pagare stpendi equi (e quelli attuali raramente lo sono, soprattutto per i precari…) e tutte le tasse dovute.
    Il resto è compito del welfare, che è una cosa diversa.

  • anait

    @acousticLuca: si tratta semplicemente di mettersi d’accordo, ovvero quale modello sociale ispira la nostra visione e interpretazione della realtà. Vogliamo il liberismo duro e puro, ancor più “senza se e senza ma” di quello anglosassone? Va bene, ma allora bisogna che tanti nostri “imprenditori” imparino subito a fare a meno anche di incentivi, agevolazioni fiscali, finanziamenti dell’Unione Europea, etc.
    Altrimenti si ricade nell’eterna legge della privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite che piace tantio ai capitalisti de noantri.

    Se lo stato (o la UE) sostiene in qualunque modo un’impresa (anche solo con un’agevolazione fiscale), è perché si crede a torto o a ragione nel “ruolo sociale” dell’impresa stessa: ovvero che tale “elargizione” dovrebbe comportare produzione di ricchezza e lavoro per tutti.
    Se l’impresa pretende di non dover assolvere alcun ruolo sociale, dovrebbe allora imparare a restare a galla e navigare con le sue sole uniche forze. E questo avrebbe implicato, per dire, che l’intero sistema bancario europeo e, forse, mondiale, si sarebbe dovuto estinguere da solo circa due-tre anni orsono. Così, guarda caso, non è accaduto. Abbiamo pagato noi perché non accadesse.

  • warmduscher

    @AcusticLuca
    Il lavoro e’ una merce nella misura in cui lo stato (e cioè, in democrazia, il popolo) lo consente. Ripeto, puoi ovviamente sostenere che l’imprenditore non si debba “far carico dei problemi sociali”, ma renditi conto che la tua è una fra le tante possibili posizioni, non una cosa ovvia.

  • acousticmotorbike

    @ANAIT
    su questo concordo in pieno. Sugli incentivi alle imprese e sul salvataggio delle banche, che si sarebbe dovuto fare in modo diverso…

  • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

    [acousticmotorbike: "il mercato del lavoro è un arena su cui ognuno dovrebbe massimizzare la propria capacità di creare ricchezza (pubblica o privata), qui invece si continua a pensare allo stipendio come a un sussidio…"

    arena?!
    e quelli non intelligenti, bravi, genuflettici li perdiamo per strada? Fermo restando che prima o poi tutti si è poco abili per altri, è solo questione di tempo e di standard...
    Per un imprenditore cinese o indiano lavoriamo troppo poco... aumentiamo le ore!

  • masc

    eh no, caro acousticmotorbike, non è così. lavoro e welfare sono strettamente collegati, così tanto che la fornero è per l’appunto Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (detto anche ministero del welfare).
    Si – è vero- forse bisognerebbe ricordarlo anche a lei!

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Il lavoro non è una merce ma neanche qualcosa a cui si ha dritto senza nessuna condizione, regola o responsabilità. Questo vale sia per il datore di lavoro che per il lavoratore.

  • acousticmotorbike

    A chi mi critica dicendo che non è ovvio che l’imprenditore non si debba fare carico dei problemi sociali io chiedo: perché dovrebbe farlo?
    In un bilancio (pubblico o privato) 1000 euro per spese di personale valgono come 1000 euro per l’acquisto di energia o di calcestruzzo.
    Se vogliamo contabilizzare l’utilità sociale del lavoro facciamolo, ma allora portiamolo a bilancio.

  • diegoghi

    Leggo ora (notizia ripresa da blog, quindi non so quanto attendibile), che la riforma passerà come DDL in Parlamento. Quindi è ufficiale: da questa mattina stiamo discutendo ufficialmente del nulla.

  • jackzz

    Non vorrei peccare di “benaltrismo”, ma per me a migliorare sensibilmente la situazione basterebbe una equa e corretta riforma del diritto del lavoro, e soprattutto una maggiore attenzione a come si svolgono le cause di lavoro in Italia. Perchè l’art. 18 ha interessato una minoranza assoluta dei lavoratori finora e perchè – che si veda il lavoratore ed il lavoro come una merce, come un fattore produttivo o all’opposto – fatto sta che i datori di lavoro non vorrebbero mai licenziare, se non assolutamente necessario, perchè tra le altre, costa banalmente tempo e soldi formare una nuova persona, darle fiducia etc. etc. Con buona pace di qualcuno che evidentemente ha fatto solo delle bruttissime esperienze nella sua vita lavorativa, oppure non ha mai lavorato, e vede gli imprenditori (e qualsiasi altro datore di lavoro) come “padroni” che vogliono solo sfruttare l’operaio alla morte e probabilmente trombargli anche la moglie.. Ma sto divagando: il problema è che in italia se si intenta una causa di lavoro al 99% i giudici danno ragione acriticamente al licenziato (e questa, cari signori ideologizzati, è una amara verità). Chiaramente vedere che un lavativo\fannullone\disonesto la sfanga in giudizio 99 volte su 100 non è un grosso incentivo a che le persone capiscano che il lavoro dipendente è una scelta che oltre agli onori comporta anche qualche onere, e che non è necessariamente “per sempre”. che se sbagli o più banalmente non hai voglia di fare una mazza, la paghi.

  • fausto57

    @acousticmotorbike
    In Italia sia la proprietà che l’impresa privata è vincolata anche a finalità sociali (e non solo finalizzata all’interesse privato).
    Costituzione italiana
    Art. 41L’iniziativa economica privata è libera.
    Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
    Art. 42La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
    La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

    Inoltre aggiungo che tu stesso dici che l’imprenditore è tenuto al rispetto delle leggi. Appunto, qui si tratta esattamente di scrivere una legge che regola il mercato del lavoro e di stabilire se e a quali condizioni il lavoro è un diritto oppure no. Se è un diritto va in qualche modo tutelato dalla legge. E’ dentro questo schema che si parla di regolamentare il mercato del lavoro e non, come tu vorresti, a partore la principio dominante che l’imprenditore debba potere disporre a suo totale e insindacabile piacimento della forza lavoro.

  • lazarus

    I giudici del lavoro non danno ragione “acriticamente”, le cause vengono discusse e le sentenze motivate (leggine qualcuna, ti farai una cultura su ciò che accade davvero nei luoghi di lavoro…).
    Se poi il lavoratore spesso vince la causa è solo perché non c’era titolo per il licenziamento, o vogliamo sostenere che i magistrati del lavoro sono tutti faziosi?

  • acousticmotorbike

    @FAUSTO57
    La Costituzione dice che l’impresa privata “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”, che è una cosa molto diversa dal dire che deve farsi carico della stessa.
    L’art. 42 poi, parla della proprietà privata, che non è ciò di cui si sta discutendo.
    Detto questo, concordo con l’argomentazione che gli incentivi (ma anche la cassa integrazione per come è spesso utilizzata dalle imprese, ho un amico ingegnere che da un anno lavora a tempo pieno, pagato per metà dallo Stato… e che quando è in CIG va pure alle fiere all’estero per la sua azienda) siano un meccanismo distorsivo che introducono dei doveri a carico delle imprese che li ricevono.

  • jackzz

    Quando mi si consiglia di “leggere” senza citare fonti o magari un qualche dato aggregato mi sorgono sempre dubbi. Comunque confermo: al 90% (dai, sono sceso del 9%) in italia si da ragione alle mamme nei casi di divorzio\affidamento e ai dipendenti nelle cause di lavoro. Vogliamo sostenere che i papà e i datori di lavoro italiani sono tutti degeneri?
    Già disporre spesso il reintegro (magari in una micro-azienda, non pensiamo sempre alla fiat) invece del rimborso monetario, ad anni di distanza dal licenziamento non depone a favore di certi giudici.

  • alemanezinho

    @acousticmotorbike
    Lei parte da una visione (liberale? liberista?) che pecca di parzialità, nel senso di essere incompleta. In questa visione l’imprenditore va al mercato, compra del lavoro e lo usa per produrre merci da rivendere al miglior offerente. Ha dei costi e dei ricavi, paga tasse allo Stato. Però non si sente responsabile socialmente. Il suo contributo alla società, pensa, lo dà quando paga le tasse. Il resto non è affar suo.
    In che consiste la parzialità di tale visione? Primo, nel non considerare il ruolo sociale di chi dà lavoro, creando una ricchezza che va ben oltre quella che lui personalmente ricava dalla vendita dei suoi prodotti. Secondo, nel non considerare che il suo essere imprenditore dipende da una serie di condizioni oggettive, sociali, indipendenti da lui: si va dal fatto che esiste uno Stato che garante il rispetto dei contratti e protegge la sicurezza personale e la proprietà privata, all’esistenza di strade, autostrade, porti e aeroporti, all’esistenza di un sistema educazionale nel quale si formano, oltre all’imprenditore, i suoi dipendenti, ecc. Certo, lui contribuisce al mantenimento di tutto ciò pagando le tasse, ma quello che paga in tasse di per sé non è che una goccia nel mare. Il sistema è tenuto insieme dalle tasse pagate da lui e da tutti gli altri, e persino da quelle pagate dalle generazioni passate, che hanno permesso la costruzione del sistema. L’imprenditore è una rotella in un igranaggio maggiore di lui, che ha un passato, un presente e un futuro. L’ingranaggio ha bisogno delle rotelle per funzionare, ma una rotella senza l’ingranaggio non serve a nulla (ho usato l’immagine hobbesiana dell’ingranaggio perché cara ai liberali, avrei poturo usare quella dell’organismo cara agli hegeliani). Quindi nessun imprenditore può far finta di essere un’isola e dire che le questioni sociali non lo riguardano.

  • ricette sbagliate

    Nel Pease in cui per ottenere le rescissione di un matrimonio (anch’esso un contratto), anche quando non ci sono nè figli, nè patrimoni da spartire, anche quando le due parti sono totalmente d’accordo, ci vogliono svariati anni e milgiaia di euro, si vorrebbe che un rapporto di lavoro potesse essere chiuso a insindacabile giudizio della parte più forte, con una stretta di mano o un calcio dove sappiamo….
    certo che voi italiani siete gente ben strana!

  • fausto57

    Sulla responsabilità sociale dell’impresa
    http://www.lavoro.gov.it/NR/…04F7…/05_Responsabilita_sociale_imprese.pdf
    Ovviamente si possono trovare tantissimi altri contributi. ho scelto questo perché essendo di fonte governativa mi è sembrato il più “neutro”.

    @JACHZZ sulla questione dei procedimenti giudiziari nelle cause di lavoro (dalla durata, alle modalità, alla esagerata discrezionalità,….) concordo con le tue osservazioni. Un intervento su questi aspetti personalmente mi troverebbe assolutamente consenziente (e mi pare che era anche una proposta congiunta di CGIL CISL e UIL)

  • tassokan

    senza essere tacciato di “partigianeria” ricordo che le aziende non sono delle Onlus, e che il loro primario obiettivo è quello di generare profitti, tanto che il concetto di imprenditore è sintetizzabile in: “persona o ente che utilizza capitale di rischio al fine di generare profitti”.
    Certo , anche la criminalità organizzate rientra in questa definizione, naturalmente.
    D’altro canto se una azienda ha anche la minima possibilità di impiegare dipendenti a termine al fine di rendere più facile il licenziamento e spendere meno lo fa, che diamine!
    Mi sembra chiaro che chi ci rimetterà dalla modifica dell’articolo 18 saranno due categorie di lavoratori:

    i sindacalisti e i componenti del comitato di fabbrica
    i dipendenti con molti scatti di anzianità

    molte aziende aspettavano solo quello……..
    dite che è impossibile licenziare i sindacalisti comunque?
    basta prima “riorganizzare” l’azienda e metterli tutti in un reparto che poi si chiuderà, oppure fare come gente che conosco che si è visto offrire la scelta:
    “il prossimo mese sposteremo la produzione in India, se ti interessa il posto di lavoro non hai che da trasferirti laggiù!”

    Una volta fatta pulizia si potrà convincere i dipendenti ad accettare più straordinari , alla riduzione del “tempo tuta” e altre amenità del genere.

  • ellevu

    @RICETTE: per essere forestiero parli un’ottimo italiano. Se invece sei nato in questo paese ricorda che non potrai mai prescindere dal ragionare come un Italiano, e senza volere ne avresti perfino dato prova, parlando della tua gente in seconda persona!

  • acousticmotorbike

    @Tassokan
    visto che ormai oggi sono in vena di attirare critiche, aggiungo che io abolirei gli scatti di anzianità. Può darsi che questa mia posizione sia influenzata dal fatto che io, non essendo un lavoratore dipendente non ne godo, però quanti di voi pagherebbero di più un idraulico solo perché ha 63 anni? O un avvocato? Se li scegliamo (e magari li paghiamo di più) è solo perché pensiamo che siano più bravi. Io mi considero un “artigiano intellettuale” e nessuno mi paga in base alla mia anzianità lavorativa, ma solo alla mia capacità di mettere a frutto la mia esperienza, e solo se questa si traduce in una migliore qualità del mio lavoro.

  • ricette sbagliate

    domani vado dal capo e gli dico che non ho più voglia di lavorare (chissà se mi crede…), gli dico “licenziami, ti faccio lo sconto: solo 24 mensilità”. fate tutti come me, e LA Fornero sclera….

  • tobuto

    Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

  • wolf44

    Questo è un paese di diritti e non di doveri. Mi piacerebbe che vi pronunciaste su un caso a me molto vicino: lavoro in uno stabile composto da diverse (tante) unità immobiliari e c’è un portiere fisso (cioè 3 persone che si alternano nelle circa 8 ore di lavoro). Uno dei tre portieri (gli altri due sono deliziosi) è insopportabile, scontroso, e lavora oggettivamente male: i condomini non lo sopportano, l’amministrazione ce l’ha a morte con lui, io lo licenzierei (se potessi) IMMEDIATAMENTE e cercherei un altro come i precedenti due. E’ giusto mantenere in carica il portiere “odioso”? Spero che questo banale esempio sintetizzi la situazione italiana del lavoro che è un diritto (nel senso che come cittadino lo devi avere ma non lo devi meritare)

  • ricette sbagliate

    @tobuto: non c’è mica la parola “retribuito” dentro l’art. 4…. io ad esempio a volte faccio il commentatore sul post, concorra al progresso materiale o spirituale di quella parte di società che legge il post e sono così a posto con l’art. 4

  • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

    @tobuto: Si, ma qui sta diventando “…finché morte non ci separi.” :)

  • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

    @acousticmotorbike: massì togliamo tutte queste agiatezze, ben 21€ lordi al mese con cui “scialarsela” in pizzeria.
    Tanto qua è facile sparare al dipendente, quello dichiara tutto, lo stato si prende quello che vuole e son puri tutti fancazzisti che non han voglia di lavorare.
    La crisi è proprio colpa loro.

  • uqbal

    Io sono d’accordo con l’idea di Acousticmotorbike sul fatto che anche il lavoro è una merce. Una merce sottposta a regole particolari, ma secondo voi perché non paghiamo un muratore quanto un primario? Perché di muratori ne trovi tanti e non serve molto a formarne uno, mentre il primario possiede capacità rare e specialistiche (e legate ad una specifica responsabilità).
    Con questo non mi salta in mente di dire si può fare dumping sociale (secondo me nemmeno ad Acoustic), però si tratta di capire che non si può ragionare con il lavoro e con l’economia semplicemente con categorie morali: sarebbe giusto stabilire un salario minimo di 2.000 euro e contratti eterni per tutti, ma semplicemente non funzionerebbe, perché tutti quei soldi non ci sono. Le resistenze al cambiamento, che pure hanno delle ragioni, vengono da quella maniera di ragionare che considerava il salario una variabile indipendente e che pensava che il punto unico di contingenza fosse una buona idea (con il risultato di deprimere il lavoro qualificato). Le considerazioni di un Wolf44 in questo modo di ragionare sono automaticamente un’offesa, per diretta conseguenza.

  • fgranis

    Ah, dimenticavano di dirci che ovviamente i dipendenti statali sono esclusi dal provvedimento.
    Ridicolo. Ridicoli.

  • pendolare

    non capirò mai perchè i dipendeti statali debbano essere più protetti dei privati…. voglio dire: l’articolo 18 serve a proteggere i lavoratori dal “padrone cattivo”, più cattivo è il padrone, maggiori dovrebbero essere le tutele del povero lavoratore. Ma se il padrone è lo stato e i lavoratori più tutelati sono quelli che lavorano per lo stato, lo stato è il padrone più cattivo di tutti???
    deve essermi qualcosa che mi sfugge, immagino sia, io ti do uno stipendio basso, però sicuro… bah

  • Ryoga

    Cmq é veramente allucinante come tante posizioni siano totalmente prive di senso pratico. Parlare di diritti dei lavoratori e responsabilità sociale delle imprese non ha senso in un momento in cui l’Italia perde competitivitá.
    Solo vivere in un paese competitivo puó garantire un tenore di vita dignitoso, non si può non rendersi conto che il nostro sistema é inefficiente, non alloca le risorse migliori nei posti giusti e non stimola a investire e mettersi in gioco. Da li bisogna partire per rodosegnare diritti e doveri, non il contrario.

  • maragines

    A me la riforma pare l’ennesima montagna che partorisce un topolino. E per giunta un poco debole di vista.
    *
    Mi lasciano perplesso tante grida e tanti confronti all’arma bianca. Perché mi pare non si prenda in esame la realtà, ed in particolare il liberismo non esiste più da parecchi anni, è un insieme composito di teorie che hanno applicazione frammentaria, nel Regno Unito le autostrade sono sempre state di proprietà della regina (ad esempio) e lo sono le ferrovie (tra l’altro ricomprate…).
    **
    Trovo indecente che si dica che il datore di lavoro ha diritto di licenziare i dipendenti che non lavorano. Perché questo sottintende che questo diritto non esiste. E questa è francamente una castroneria. Io ho lavorato abbastanza per datori di lavoro e nei tribunali d’Italia per sapere che licenziare il lavoratore lavativo è più che possibile. È rognoso e comporta un giudizio molto lungo (perché spesso il lavoratore instaura un giudizio pretestuoso) ma non è “impossibile”.
    #
    E ho lavorato abbastanza in realtà di lavoro varie per sapere che i lavoratori lavativi esistono ma fioriscono ovunque anche datori di lavoro completamente illegali. Che nella fabbrica che ho frequentato lo Statuto dei Lavoratori è una chimera, esiste il diritto del “padrone” e poco altro.
    ***
    Cosa cambia? Poco e niente secondo me, nei fatti.
    La riforma delle agenzie per il lavoro (ex collocamento) la leggo da quando iniziai a studiare il diritto del lavoro nella fine degli anni ’90… Farla è più complicato che realizzare un tunnel tra il Cern e il Gran Sasso.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Pendolare ha messo il dito nella piaga. Siamo tutti italiani e sappiamo tutti perfettamente che il vero paradiso del fancazzismo, del doppio lavoro e dei furbi e la fonte dei principali problemi non è tanto il settore privato, dove normalmente chi fa impresa cerca di selezionare chi assumere e dopo cerca tenersi i lavoratori migliori, ma il settore pubblico, che invece funziona più da ammortizzatore sociale che come un sistema efficiente per fornire servizi ai cittadini.
    Fate pure tutte le teorie sociali, antropologiche e filosofiche che volete, ma se non si rimette nell’equazione un modo di responsabilizzare lavoratori e datori di lavoro, anche per premiare chi fa bene e chi merita e per penalizzare chi non merita e non fa niente (sopratutto nel pubblico), il sistema continuerà a non funzionare e resterà un gigantesco problema per tutti.

  • maragines

    Siamo largamente maggioritari tra quelli che pensano che il pubblico impiego contenga moltissimi problemi di produttività. Adotterei la proposta Ichino senza esitare quanto a quello.
    *
    Ma questa riforma non si preoccupa di produttività e di rendimento dei lavoratori. Del resto non dovrebbe e non potrebbe: a quello ci devono pensare i datori di lavoro…

  • franzkafka

    La riforma contiene anche un premio per gli imprenditori che assumono come galoppini in vice-sotto-formazione laterale aggiunta dipendenti con laurea dottorato e master: il dipendente sarà abbligato a portare a sue spese al datore le brioche calde tutte le mattine come dimostrazione di produttività per il Paese. Ma per favore non chiamiamolo sfruttamento!

  • tobuto

    @ricette sbagliate:
    Nel primo comma parla esplicitamente di lavoro, direi che il secondo comma specifica in cosa consiste questo lavoro, diritto e dovere del cittadino.

  • tobuto

    Comunque il lavoro è un fattore produttivo, è il lavoratore che evidentemente è molto di più.

  • fausto57

    @TOBUTO
    Se non che nella realtà lavoro e lavoratore non esistono se non insieme (naturalmente mi riferisco al lavoro vivo e al lavoratore vivo)

  • tobuto

    Ciò non vuol dire che siano la stessa cosa.

  • fausto57

    @TOBUTO
    Certamente non sono la stessa cosa. La mia era una considerazione aggiuntiva alla tua, non sostitutiva.