L’uscita dalle officine Lumière. Non c’è altro termine di paragone per descrivere il fiume di persone d’ogni età ed estrazione che ogni mattina si riversa fuori dalla stazione ferroviaria di Venezia, eretta a partire dal 1861 dopo l’abbattimento della chiesa e del convento di Santa Lucia, e poi modellata nelle forme attuali (così simili a quelle di Termini e di Santa Maria Novella) dagli architetti razionalisti Mazzoni e Vallot in età fascista. Santa Lucia è forse l’unica stazione in Italia, tra le medio-grandi, a unire diverse caratteristiche abnormi: non è una tappa di transito (chi deve cambiare lo fa per lo più a Mestre, in terraferma), non prevede uscite al di fuori di quella principale, non comunica con sottopassi, parcheggi o tunnel di metrò, e dunque obbliga tutti quanti i suoi 80mila passeggeri quotidiani a uscire a piedi dalla bassa scalinata che guarda sul piazzale, e più in là – senza alcun parapetto a occludere lo sguardo – sul Canal Grande.
Lo scenario, per chi arriva, è molto suggestivo, e non è un caso che il cartellone pubblicitario che fino a poco tempo fa copriva le impalcature di San Simeon Piccolo fosse uno dei più ambiti e cari della città. Ma oggi non è tempo di romanticismo, né di nostalgie; fa freddo, stamattina. E anche stamattina, come da un mese a questa parte, quel fiume bipartito di viaggiatori (che proustianamente può ormai scegliere il proprio côté, imboccando dunque lo scivoloso ponte di Calatrava sulla destra oppure incamminandosi a mancina verso l’erto ponte degli Scalzi, o verso Cannaregio) viene accolto da uno spettacolo insolito, che intimorisce i piccoli e impensierisce gli adulti. Dai lampioni pendono infatti dei manichini in divisa, e al centro del piazzale si leva una bassa tenda blu con a fianco un sarcofago di compensato chiaro. Non è un’installazione di Cattelan, anche se gli intenditori d’arte potrebbero pensarlo (in fondo siamo nella città di Pinault e della Biennale): gli abiti, le bandiere, gli striscioni chiariscono di cosa si tratta.
Dal 19 dicembre i 42 ferrovieri della Wasteels International Italia che gestivano il treno di notte “Stendhal” da Venezia a Parigi, sono accampati qui notte e giorno per protestare contro il loro licenziamento in tronco, o meglio (recita la lettera che hanno ricevuto – ironia della sorte – il giorno di Santa Lucia) la loro “messa in mobilità”, un provvedimento reso ancor più beffardo dalla recente scoperta che l’azienda negli anni non ha versato all’INPS i contributi atti a garantire ai lavoratori, in caso di sofferenza, almeno appunto l’assegno di mobilità. L’esito è che da un giorno all’altro (e da oltre un mese ormai) i ferrovieri sono senza lavoro, senza alcun tipo di stipendio o sussidio, e senza prospettive di sorta.
Ma perché sono stati licenziati? La risposta è complessa, ma mi aiutano a ridurla all’osso i lavoratori che incontro fuori dalla tenda: tutta gente non più giovanissima, anzi per lo più giunta a quell’età in cui l’esperienza accumulata è proporzionale alla difficoltà di “riciclarsi” in un mestiere diverso: penso a Giorgio che è venuto da Pavia 30 anni fa (ne aveva 23) per lavorare sui treni di notte in partenza dal Veneto, a Massimo che invece è di qui ma ha anche lui più di 20 anni di anzianità, a Marco che è del Tuscolano ma ha messo su casa a Portogruaro negli anni ’80, a Gian Marco che è un po’ più giovane e traduce la sua rabbia in proteste civili ma vibranti in piazza e sul web, a Salvatore che col suo caldo accento siciliano funge in certo modo da trascinatore. Persone che un singolare contrappasso espone oggi alle gelide nottate in sacco a pelo, in quella tenda blu sul Canal Grande senza alcuna forma di chauffage, dopo anni in cui si sono curati di assicurare un caldo sonno a chi inseguiva Parigi per lavoro o per diporto.
Per sommi capi: nell’ottobre scorso Trenitalia ha creato una società di nome TVT, in partnership al 50% con la francese Veolia (azienda energetica, che ha aperto un brand Veolia Transdev attivo nel ferroviario tra Auckland, Boston, Seul e Francoforte) : questa TVT ha scalzato la Wasteels (la quale pure aveva l’appalto fino a giugno 2012) dalla gestione del treno Venezia-Parigi, e ha trasformato quest’ultimo in un treno “Parigi-Venezia” dal simpatico nome di “Thello”, affidandolo alla società LSG-Sky Chef, anch’essa non specializzata nel traffico su rotaia (cura il catering per la Lufthansa, e nelle ferrovie opera solo in Svezia), la quale ha gemmato ad hoc una filiale dal nome LSG-France. Come siano state fatte queste gare (i maligni dicono: se sia stata fatta una gara tout court), non è chiaro: nelle maglie larghe del diritto europeo, le procedure seguite per l’assegnazione dei servizi di questo treno rimangono molto opache. Sta di fatto che né TVT né LSG-Sky Chef hanno minimamente pensato a riassorbire il personale precedente, come dovrebbe avvenire per legge in Italia in occasione degli avvicendamenti di società appaltatrici: non erano tenute a farlo perché né nel bando di gara né nel protocollo di assegnazione è stata inserita alcuna “clausola sociale”. LSG-Sky Chef ha invece assunto nuovo personale, giovane e ovviamente non qualificato, ma dotato di tre caratteristiche precipue: a) è quasi interamente di nazionalità francese, benché lavori su un treno il cui hardware (dai vagoni agli accessori) è tutto italiano; b) tiene il treno con 6 persone invece delle precedenti 12; c) guadagna dai 300 ai 400 euro in meno rispetto ai lavoratori italiani preesistenti. I quali infatti sono rimasti a piedi.




Al netto dell’amarezza e del disgusto devo dire che è un ottimo articolo. Andateci piano ragazzi, qua rischiate di diventare il miglior sito di informazione in Italia.
Commento molto scomodo.
Premesso che sono sempre per principio dalla parte dei lavoratori, in questo caso però lo faccio senza scordarmi il modo in cui sono stato trattato da molti colleghi “anziani” della stessa Wasteel (ebbene sì, ci ho lavorato per 2-3 anni).
Dopo avermi rinnovato il contratto di anno in anno infatti c’è stato un momento in cui alla Wasteel dovevano assumere 3-4 persone e per gli altri stagionali fine dei giochi.
Ebbene, pur rincuorato da tutti perchè ero il più “anziano” tra gli stagionali, alla fine hanno prevalso amicizie e parentele varie (gli “anziani” hanno scelto chi prendere) e non una parola di conforto mi è arrivata dai colleghi.
Per non parlare di turni e viaggi… Non ho mai visto più nonnismo che in quella società.
In quanto alla professionalità di questi lavoratori lasciamo perdere …
Infine scopro ora da quest’articolo che forse non mi hanno versato i contributi INPS (approfondirò la cosa).
Detto ciò, mi spiace molto per quei (pochi) colleghi bravi e onesti.
Sabato scorso sono andata a Venezia, come ogni tanto faccio, per fare una bella passeggiata.
Appena scesa dal treno, sulla scalinata della stazione, ho visto quella tenda e quelle persone accampate.
Questa è la vera Italia, ho pensato. Quanto dolore, quanto grave è la situazione.
Dobbiamo fare sentire la loro voce a tutti i costi, consapevoli che un giorno potremmo anche noi perdere il lavoro.
Forza POST, scrivi di questi ferrovieri, scrivi di chi è nelle situazioni simili.
Per non dimenticare chi ha perduto il lavoro.
Senza il lavoro, non c’è più nulla da perdere.
Articolo molto bello, anche se ovviamente su certi dettagli, ad esempio le assegnazioni degli appalti e sul diritto del lavoro relativo a questa situazione, si potrebbe dire qualcosa di più (ma mi rendo conto che servirebbero pagine e pagine).
Trovo avvilente questa storia, ma se l’idea è quella di far sì che casi del genere non si ripetano, dobbiamo essere molto lucidi. I picchetti e le proteste dei lavoratori lasciati in mezzo ad una strada oggi in Italia si sprecano, ma che speranze abbiamo che le loro storie arrivino ad una conclusione felice?
Poche, perché se sono arrivati sulle gru o alle tende in piazza è proprio perché hanno l’impressione, fondamentalmente giusta, di essere con l’acqua alla gola.
Allora è evidente che bisogna trovare un modo per non arrivare a queste situazioni. Io comincerei con una domanda: con la riforma Ichino ora avrebbero qualcosa di più o in meno, in mano? Sicuramente di più: tre anni di stipendio quasi completo. Di certo, mentre il sindacato s’ammazzava sull’art. 18, qua le cose potevano andare a catafascio liberamente.
In secondo luogo: se in Italia non ci fosse soltanto una compagnia ferroviaria, non sarebbe più facile per questi lavoratori trovare lavoro? In regime di concorrenza, se davvero le tratte dismesse da TI sono profittevoli, qualcuno che sostituisce questi treni con altri lo si trova, e meno posti di lavoro verrebbero distrutti.
Lo stesso per Fincantieri: quanti di quei posti di lavoro persi dipendono da una gestione clientelare resa possibile dal fatto che Fincantieri è fondamentalmente ancora pubblica?
La forma attuale della nostra economia porta a picchetti e a richieste eccezionali (i sindacati, per Fincantieri, hanno chiesto garanzie allo Stato sulle commesse a Fincantieri -e lo Stato come può sapere se ci saranno navi da costruire?). Non sarà che questa forma la dobbiamo cambiare?
Bell’articolo. Bravi!
Romanticamente, tutti dovrebbero essere riassunti. ma non è questa mentalità che ci ha portato alla situazione attuale?
Ci sta arrivando il conto ( e tutto in un colpo) di anni di non decisioni.
un articolo centrato ,romanzato dal giornalista nel giusto modo cogliendo i problemi dei lavoratori degli utenti dei turisti senza per altro tralasciare il dramma che tutti noi stiamo attraversando dove il lavoro ,centro nevralgico della costituzione si sta inabissando al largo della vita
Quando si vive fuori dall’Italia e si ritorna solo per le feste a volte è veramente difficile, e sicuramente deprimente, rendersi conto della situazione nella quale il nostro Paese giace.
Quello che vedo, da articoli come questo, dai reportage di Report, è che la situazione non cambierà mai. Mi capita spesso di vedere film italiani degli anni 80-90 che parlano di situazioni simili, di disoccupazione, clientelismo, corruzione e menefreghismo. La storia da noi non si ripete: NON CAMBIA MAI.
Per quanto queste persone che picchettano debbano essere assistite ed aiutate, il problema non si puo’ risolvere con una firma, ne con una petizione. Il problema e le sue cause sono descritte nell’articolo stesso. Sono li sotto gli occhi di tutti. E’ lo Stato che permette a società di fatto private, ma che gestiscono e approfittano di risorse pubbliche, di operare al di fuori delle leggi (Com’è possibile in uno stato civile che nessuno si preoccupi di verificare i versamenti dell’INPS???). Anche sulla vergognosa ed ignobile inedia dei sindacati tutto è detto nell’articolo, ed anche li’ purtroppo la colpa è da condividere. Chi vota questi baroni? Non sono i lavoratori stessi che come descrive qualcuno nei commenti applicano quando possono la legge tutta italiana e suicida del favoritismo parentelare o d’interesse?
Il Paese è in stasi. Monti non ha potere e quel che è peggio è che il popolo tutto giace a faccia nella terra, senza capacità di reagire, senza la forza di scrollarsi di dosso la crosta di malcostume, ignoranza ed egoismo che ci ha portati dove siamo.
E diciamo pure che tranne qualche raro caso, la stampa italiana(a volte devo dirlo anche il Post) non punta l’attenzione dove dovrebbe, non grida quello che bisognerebbe gridare quando dovrebbe, ma anche questo è sintomo della necrosi in stato avanzato.
HS