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Inermi

Nessuno può fare niente per affrontare il doppio fallimento della democrazia italiana?

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Dire quale sia la cosa che più colpisce e più delude dell’attuale condizione della politica e società italiana è molto difficile: la competizione è troppo intensa. L’Italia è guidata da un governo che si è dimostrato non in grado di condurre le riforme necessarie al paese e che la maggioranza aveva annunciato: ci si poteva credere o no prima, ma adesso è un dato di fatto. Il governo è inetto a governare.

Ciò malgrado, ha i numeri per mantenersi in vita, e i parlamentari che lo appoggiano non mostrano di voler favorire una soluzione diversa. Così ci troviamo nella paradossale situazione di un governo che plausibilmente la maggioranza degli italiani – e persino, plausibilmente, la maggioranza del parlamento – ritiene inadeguato ad aiutare il paese in un momento molto difficile, e però di cui nessuno conosce un modo per rimuoverlo. Gli attori sono pochi, e chiari: uno è Silvio Berlusconi, che non è più disponibile ad arrendersi di certi leggendari giapponesi nella giungla. Un altro sono i suoi parlamentari: i quali evidentemente non riescono a trovare la via verso la propria coscienza e senso del dovere nei confronti dei loro connazionali, ingombra com’è del terrore di abbandonare la loro presente condizione o di tradire una logica corporativa e similmafiosa che li lega alla loro compagine. Pare incredibile che sia così per ben cinquecento persone, ma non c’è altra spiegazione. Il terzo attore è la Lega: per cui vale in parte la stessa analisi, a cui si aggiunge una paura più politica di vedere sparire per chissà quanto l’occasione che l’ha fatta diventare potere nazionale.

Come spiega efficacemente oggi Stefano Folli, la situazione è bloccata.

Quindi lo scenario è poco incoraggiante. Si vive nella vaga attesa del 25 luglio perché non si ha la minima fiducia nella capacità di ripresa dell’attuale governo. Inoltre si ha la sensazione che il pasticcio sessual-giudiziario in cui Berlusconi è invischiato, e che ha minato la credibilità internazionale dell’Italia, sia soprattutto un acceleratore dei fattori di logoramento politico che esistono al di là delle intercettazioni e delle serate allegre di Palazzo Grazioli.
È il logoramento figlio di una maggioranza esaurita: un Pdl e una Lega costretti a stare insieme, ma privi di un progetto, di un’idea del paese. D’altra parte, l’opposizione non ha saputo sfruttare gli anni berlusconiani per costruire un’alternativa convincente, fondata su una leadership riconosciuta. Ed è precisamente in questo vuoto che si è bruciata la Seconda Repubblica.
Ora l’immediato futuro è denso d’incognite. L’eventuale caduta di Berlusconi, personaggio chiave degli ultimi 17 anni, non sarebbe comunque indolore. Governo di transizione, di unità nazionale, elezioni anticipate: tutte le ipotesi sono legittime, tutte sono difficili da realizzare in pratica. E intanto si continua ad attendere il ‘casus belli’. Che probabilmente in questa settimana è a portata di mano: il voto segreto sull’arresto di Marco Milanese. Le condizioni per il colpo di scena ci sono tutte. Se l’ex collbarotare di Tremonti finisse in carcere, la maggioranza potrebbe essere scossa da un ‘effetto domino’ destabilizzante. Ma i colpi di scena, per loro natura, non si annunciano in anticipo.

Che una democrazia con il capitale di civiltà e progresso dell’Italia si trovi nella situazione di non poter che aspettare un deus ex machina senza nessuna buona ragione per pensare che arrivi davvero, è una considerazione deprimente e incredibile. Tutto suggerisce che non ci sia niente che possiamo fare se non aspettare l’imprevisto, e questo vale drammaticamente anche per le opposizioni, che pure non sembrano tentare strade particolarmente creative o intraprendenti.

Ma come detto all’inizio, non è una condizione che riguarda (e dovrebbe umiliare) solo la politica: vale anche per la società e i cittadini. Il potere di bilanciamento, stimolo e influenza dei cittadini appare completamente sbriciolato: in una simile situazione di stallo non c’è iniziativa che appaia sufficientemente credibile o fertile da essere coltivata e sviluppata. Di solito, in mancanza di idee, qualcuno allora propone una manifestazione, di solito senza gran costrutto: è sintomatico che al momento non si affacci neanche quella proposta lì. Ma non si affacciano soprattutto idee, progetti, stimoli: non si affacciano dalla società richieste che non siano “fate qualcosa”, non si affacciano grimaldelli per forzare il blocco, non si affacciano movimenti o iniziative, non si affaccia uno straccio di idea, in nessun ambito che abbia pochi poteri o molti. Stiamo assistendo al doppio fallimento della nostra democrazia: incapace di produrre leadership all’altezza con un voto informato e lungimirante, e incapace di riformare i propri errori. E c’è persino da temere che se arrivasse il famoso colpo di scena, l’attuale legge elettorale renderebbe ancora molto ardua quella riforma degli errori passati.

È un fallimento di tutti quanti, una bella lezione, letterariamente e storicamente spettacolare ma per molti ancora indigeribile, per fortuna. Dicono che sia in momenti come questi che si raddrizza la schiena e si aguzza l’ingegno: che i duri cominciano a giocare e da qualche parte, inattesa, una cosa succede. Il famoso colpo di scena, anche tra noialtri extraparlamentari: siamo in 60 milioni meno novecento, sarebbe anche statisticamente più probabile.

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