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Nessuno può fare niente per affrontare il doppio fallimento della democrazia italiana?

20 settembre 2011

Dire quale sia la cosa che più colpisce e più delude dell’attuale condizione della politica e società italiana è molto difficile: la competizione è troppo intensa. L’Italia è guidata da un governo che si è dimostrato non in grado di condurre le riforme necessarie al paese e che la maggioranza aveva annunciato: ci si poteva credere o no prima, ma adesso è un dato di fatto. Il governo è inetto a governare.

Ciò malgrado, ha i numeri per mantenersi in vita, e i parlamentari che lo appoggiano non mostrano di voler favorire una soluzione diversa. Così ci troviamo nella paradossale situazione di un governo che plausibilmente la maggioranza degli italiani – e persino, plausibilmente, la maggioranza del parlamento – ritiene inadeguato ad aiutare il paese in un momento molto difficile, e però di cui nessuno conosce un modo per rimuoverlo. Gli attori sono pochi, e chiari: uno è Silvio Berlusconi, che non è più disponibile ad arrendersi di certi leggendari giapponesi nella giungla. Un altro sono i suoi parlamentari: i quali evidentemente non riescono a trovare la via verso la propria coscienza e senso del dovere nei confronti dei loro connazionali, ingombra com’è del terrore di abbandonare la loro presente condizione o di tradire una logica corporativa e similmafiosa che li lega alla loro compagine. Pare incredibile che sia così per ben cinquecento persone, ma non c’è altra spiegazione. Il terzo attore è la Lega: per cui vale in parte la stessa analisi, a cui si aggiunge una paura più politica di vedere sparire per chissà quanto l’occasione che l’ha fatta diventare potere nazionale.

Come spiega efficacemente oggi Stefano Folli, la situazione è bloccata.

Quindi lo scenario è poco incoraggiante. Si vive nella vaga attesa del 25 luglio perché non si ha la minima fiducia nella capacità di ripresa dell’attuale governo. Inoltre si ha la sensazione che il pasticcio sessual-giudiziario in cui Berlusconi è invischiato, e che ha minato la credibilità internazionale dell’Italia, sia soprattutto un acceleratore dei fattori di logoramento politico che esistono al di là delle intercettazioni e delle serate allegre di Palazzo Grazioli.
È il logoramento figlio di una maggioranza esaurita: un Pdl e una Lega costretti a stare insieme, ma privi di un progetto, di un’idea del paese. D’altra parte, l’opposizione non ha saputo sfruttare gli anni berlusconiani per costruire un’alternativa convincente, fondata su una leadership riconosciuta. Ed è precisamente in questo vuoto che si è bruciata la Seconda Repubblica.
Ora l’immediato futuro è denso d’incognite. L’eventuale caduta di Berlusconi, personaggio chiave degli ultimi 17 anni, non sarebbe comunque indolore. Governo di transizione, di unità nazionale, elezioni anticipate: tutte le ipotesi sono legittime, tutte sono difficili da realizzare in pratica. E intanto si continua ad attendere il ‘casus belli’. Che probabilmente in questa settimana è a portata di mano: il voto segreto sull’arresto di Marco Milanese. Le condizioni per il colpo di scena ci sono tutte. Se l’ex collbarotare di Tremonti finisse in carcere, la maggioranza potrebbe essere scossa da un ‘effetto domino’ destabilizzante. Ma i colpi di scena, per loro natura, non si annunciano in anticipo.

Che una democrazia con il capitale di civiltà e progresso dell’Italia si trovi nella situazione di non poter che aspettare un deus ex machina senza nessuna buona ragione per pensare che arrivi davvero, è una considerazione deprimente e incredibile. Tutto suggerisce che non ci sia niente che possiamo fare se non aspettare l’imprevisto, e questo vale drammaticamente anche per le opposizioni, che pure non sembrano tentare strade particolarmente creative o intraprendenti.

Ma come detto all’inizio, non è una condizione che riguarda (e dovrebbe umiliare) solo la politica: vale anche per la società e i cittadini. Il potere di bilanciamento, stimolo e influenza dei cittadini appare completamente sbriciolato: in una simile situazione di stallo non c’è iniziativa che appaia sufficientemente credibile o fertile da essere coltivata e sviluppata. Di solito, in mancanza di idee, qualcuno allora propone una manifestazione, di solito senza gran costrutto: è sintomatico che al momento non si affacci neanche quella proposta lì. Ma non si affacciano soprattutto idee, progetti, stimoli: non si affacciano dalla società richieste che non siano “fate qualcosa”, non si affacciano grimaldelli per forzare il blocco, non si affacciano movimenti o iniziative, non si affaccia uno straccio di idea, in nessun ambito che abbia pochi poteri o molti. Stiamo assistendo al doppio fallimento della nostra democrazia: incapace di produrre leadership all’altezza con un voto informato e lungimirante, e incapace di riformare i propri errori. E c’è persino da temere che se arrivasse il famoso colpo di scena, l’attuale legge elettorale renderebbe ancora molto ardua quella riforma degli errori passati.

È un fallimento di tutti quanti, una bella lezione, letterariamente e storicamente spettacolare ma per molti ancora indigeribile, per fortuna. Dicono che sia in momenti come questi che si raddrizza la schiena e si aguzza l’ingegno: che i duri cominciano a giocare e da qualche parte, inattesa, una cosa succede. Il famoso colpo di scena, anche tra noialtri extraparlamentari: siamo in 60 milioni meno novecento, sarebbe anche statisticamente più probabile.

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27 Commenti

  1. atlantropa

    A ben guardare il fallimento di cui parla l’articolo consiste nel fatto che in una democrazia rappresentativa, una volta eletto un organo di rappresentanza, il popolo smette di essere “”sovrano”" sino a nuove elezioni, unitamente al fatto che in Italia non è stato previsto alcun meccanismo tramite il quale un parlamento che si sia dimostrato inadatto (anche semplicemente nell’atto di sostenere un governo inadatto) possa essere rimosso.
    Tuttavia questo limite non è unicamente italiano; l’elettorato italiano ha solo il discutibile merito di averlo portato clamorosamente alla luce.

  2. giovannischiano

    il Partito Democratico non dovrebbe appellarsi a Governi tecnici. Ma a elezioni. Come dire che siano prontissimi per formare un Governo capace di riforme strutturali per il paese. Come disse una volta Civati, tutti quelli che si richiamano a Ciampi dimenticano cosa successe dopo.

  3. Io sono d’accordo con ro55ma quando dice che le riforme necessarie al nostro paese non si fanno per una questione di consenso elettorale. Piaccia o non piaccia, il popolo non vuole riforme e la classe politica non ha voglia di convincerlo ad accettarle perché preferisce assecondare le richieste irrazionali dell’elettorato, per non perdere voti: il centro-sinistra s’è sforzato di abbattere lo scalone della riforma delle pensioni di Maroni perché “a 58 anni le persone sono logorate dal lavoro”, mentre in altri paesi si va in pensione ben oltre i 60 anni; le liberalizzazioni il popolo non le vuole perché teme che compromettano i loro privilegi da corporativismo italiota [ricordate i tassisti che intasavano le strade di Roma per protesta? e i Marco Rizzo che gli andavano appresso, non capendo che il vero problema del paese è la disoccupazione? per non parlare degli scandali dell'albo dei giornalisti].
    Come negli USA, se vuoi cambiare le cose e il popolo non vuole, prevalgono le forze estreme come il Tea Party e chi è al potere, per non perderlo, è costretto ad annacquare le sue proposte di cambiamento.

  4. sire

    @ilsensocritico: ed è per questo che ci vuole un governo tecnico che non tenga conto delle logiche elettorali, ma che prenda a cuore le ragioni di tutti gli italiani, secondo me, nella speranza che ciò porti ad un futuro migliore.
    e se dopo viene un governo come il dopo-ciampi, la colpa non può essere di ciampi.

  5. @SIRE
    io sarei d’accordo, perché attualmente non vedo altre possibilità, ma che paese è quello che ogni 15/20 anni ha bisogno di un governo tecnico per sopravvivere ai propri errori? Un paese senza futuro.

  6. sire

    è un paese con un democrazia di 65 anni, dopo 2 millenni di signorìe. ecco che paese è.

  7. karsaf3

    Più ci avviciniamo alla scadenza della legislatura, più è evidente l’inettitudine del governo e di tutto il parlamento, camera e senato, maggioranza e opposizione, compresi i battitori liberi svincolati che all’occasione votano per il mantenimento de questa legislatura. Le elezioni anticipate evidentemente non sono gradite alla “casta” nel suo complesso. Non è difficile capirne le ragioni che spaziano dalla spregiudicatezza egoistica dei parlamentari all’economia, dalla mancanza di moralità alla corruzione dilagante e all’assenza di un progetto politico, sia della maggioranza che dell’opposizione. Siamo in continua emergenza e una delle ragioni è proprio l’immobilismo. L’emergenza non vuole parole ma fatti concreti; ciò vuol dire che i parlamentari sono solo pronunciatori di parole utili soltanto ad alzare l’audit dei media e incapaci di gestire l’emergenza. Per fortuna abbiamo uomini e donne fuori dal circuito mediatico che operano e cooperano silenziosamente nel mondo per alleviare dove e come possono le sofferenze di milioni di persone.

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