In questi giorni di anniversario dell’11 settembre 2001 stiamo rivivendo le successioni degli eventi di dieci anni fa: ieri era il giorno che George Bush andò a Ground Zero, oggi quello in cui annunciò all’America di prepararsi alla guerra. Si discuteva in tutto il mondo di quello che era successo e di quello che sarebbe successo: due settimane dopo, il 29 settembre, il Corriere della Sera pubblicò un lunghissimo articolo (fu impaginato in una sorta di inserto graficamente inedito per l’epoca) di Oriana Fallaci, celebre giornalista e inviata che non scriveva da molto tempo. L’articolo era letterariamente molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un dibattito intenso: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo a cui successero nuovi contributi e tentativi di imitazione diffusi. Per Fallaci fu un rientro sulla scena della discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena di un suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente. Oriana Fallaci morì il 15 settembre del 2006, cinque anni fa. Rileggere – o leggere per la prima volta – il suo articolo “La rabbia e l’orgoglio” (e la premessa scritta dal direttore del Corriere che allora era già Ferruccio De Bortoli), ora che sembrano passati secoli, è molto interessante per ricordarsi da cosa siamo passati.
Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l’ altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’ una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: «Be angry. It’ s good to be angry, it’ s healthy. Siate arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano». E se a me fa bene io non lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà. Hai acceso un detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con la tua richiesta. Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l’ ho vissuta io, quest’ Apocalisse. Di fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò dunque da quella.
Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e alle nove in punto ho avuto la sensazione d’ un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a chi ti sta accanto: «Down! Get down! Giù! Buttati giù». L’ ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio mai. Ho acceso la Tv. Bè, l’ audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato? Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco, grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta sull’ obiettivo, si getta sull’ obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito anche perché nello stesso momento l’ audio è tornato e ha trasmesso un coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh, God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio! Dio, Dio, Dioooooooo!» E l’ aereo s’ è infilato nella seconda torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’ aria. Sì, sembravano nuotare nell’ aria. E non arrivavano mai. Verso i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf!
(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)




Afghanistan è stato un successo (ovvero oggi è un paese meno oscurantista, meno dittatoriale e meno pericoloso per l’Occidente). Si poteva fare molto meglio, per esempio evitando di disperdere energie in Iraq.
Iraq è stato un mezzo successo (ovvero oggi è un paese meno dittatoriale e non minaccia più Israele) ed un mezzo insuccesso (ovvero oggi è troppo vicino alla sfera d’influenza dell’Iran). Si poteva fare meglio, sicuramente, ma non saprei come. So solo che lasciare Saddam in sella sarebbe stato peggio.
(fra parentesi, non mi sembra di aver mai insultato nessuno, quindi non capisco perchè dire che sono poco serio, invece di semplicemente confutare una tesi).
La risposta di Terzani fu certamente il momento piu’ alto, lucido e conclusivo raggiunto dalla critica alla Fallaci di “La rabbia e l’ orgoglio”. Grazie a Crayencour di averlo ricordato.
Vale la pena copiarne un brano e riportarne il link:
” … Ma questo (nostro mestiere) ci impone anche grandi responsabilita’ come quella, non facile, di andare dietro alla verita’ e di dedicarci soprattutto a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia, … Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e’ complicato. Ma non si puo’ esagerare, Oriana …”
http://www.kelebekler.com/occ/terzani.htm
@ Pietromaggi
Mi pare difficile parlare della guerra in Afghanistan come di un “successo” (tra l’altro l’attentato dell’altro giorno la dice lunga sulla sicurezza sul posto e sul livello di controllo del territorio da parte del governo fantoccio). Iraq un “mezzo successo”? Resta uno dei luoghi più pericolosi del mondo, non si sa chi comanda, l’intervento militare era contro il diritto internazionale (Colin Powell), e se bisognasse bombardare tutti gli Stati che “minacciano Israele” dovremmo convertire la Crysler in industria bellica. Ma non andiamo oltre, che è off-topic.
Non volevo offenderti e me ne scuso, ma tu commentando il mio primo post hai concluso “ma siamo seri!”… beh, io lo sono. No hard feelings.
Consiglierei al posto di citare anche questo:
http://www.kelebekler.com/occ/terzani.htm
Mi sembra che sia un dato di fatto che nella maggior parte degli stati islamici, causa religione, non ci sia la libertà che abbiamo noi.
A questo punto è così scandaloso affermare che la nostra civiltà è migliore e che certi comportamenti fatti da chi è ospite a casa nostra sono deleteri per noi e per chi si vuole integrare?
Ho letto adesso La rabbia e l’orgoglio, che finora mi ero rifiutata di leggere.
Istruttivo.
E’ davvero notevole come una scrittrice e giornalista brava a gestire parole e concetti divenga rozza e grossolana come la più ignorante massaia al momento di scrivere di coloro che odia, che odia da ignorante, appoggiandosi ai più vieti e ridicoli luoghi comuni, alle invettive più grossolane, ai concetti più periferici.
Metto a confronto l’antikhomeinismo grottesco e ridicolo della Fallaci e quello raffinato e consapevole di Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran) e di Marjane Satrapi (Persepoli). Che differenza! Com’è pateticamente provinciale e periferica la Fallaci, quanto sagge ironiche cosmopolite libere le due iraniane!
Va bene che l’ideologia e il pregiudizio accecano, ma credo ci sia un limite da non superare. In realtà la Fallaci è stata una grandissima scrittice e sicuramente la più grande giornalista italiana del dopoguerra. La rabbia e l’orgoglio è il prodotto di un talento inarrivabile comunque la si pensi. Nafisi e Satrapi sono solo una piccola cosa anche gradevole per carità ma che non lascerà certo traccia nella storia della cultura. E infatti la Fallaci suscita e susciterà anche fra 20 anni grandi dibattiti e grandi polemiche e grandi passioni e continuerà ad essere letta ovunque. Io credo che queste critiche feroci e ideologiche avrebbero inorgoglito Oriana (soprattutto considerandone il misero valore), di sicuro avrebbe avuto orrore di essere considerata “saggia” e “cosmopolita” (come se essere cosmopolita fosse indice di grande talento).
@BELISARIOUNO
infatti il tuo ragionamento non fa una piega… è molto più conosciuto Hitler di Gandhi ma non per questo il primo aveva ragione.
Chi come la Fallacci non aveva molto da dire esagerava per attirare l’attenzione, usando luoghi comuni pregni di ignoranza, e la otteneva.
Chi come Terzani predicava la comprensione e il dubbio senza alzare polveroni passava inosservato.
La gente leggera la Fallacci, allora è un bel problema
scusate gli errori, ma sono da un dispositivo mobile
@CLARENZA
“…rozza e grossolana come la più ignorante massaia…”
Ma Clarenza ti appoggi ” ai più vieti e ridicoli luoghi comuni, alle invettive più grossolane, ai concetti più periferici”?
Ma Signora mia, un po’ di raffinatezza!!!
Suscitare grandi dibattiti, grandi polemiche e grandi passioni non e’ di per se un indice di impatto culturale. L’impatto e la valenza culturale di uno scritto (e indirettamente dell’intellettuale che lo produce) si misurano nella sua capacita’ di esprimere una interpretazione robusta in grado di superare la verifica dei fatti, una critica valida e suffragata, un cambiamento duraturo capace di sopravvivere a se stesso, un avanzamento di stato, un aumento della sensibilita’ nella coscienza collettiva esteso e consolidato.
Prendo in mano “Scritti corsari” apparsi su quello stesso giornale trenta anni prima e verifico oggi la capacita’ dell’ intellettuale che li ha prodotti di capire e descrivere una societa’ in evoluzione sotto gli effetti della “omologazione culturale”: profezie puntualmente verificatesi. A distanza di pochi anni le visioni di Pasolini misero d’accordo tutti, a dispetto delle sue posizioni politiche e in periodi di fortissime contrapposizioni ideologiche.
Il risultato e’ che oggi Pasolini lo leggono anche in seminario!
Riprendo in mano “La rabbia e l’orgoglio” e lo trovo, al netto delle reazioni emotive, semplicemente obsoleto, completamente surclassato, smentito, violentato dalla storia stessa che aveva la pretesa di raccontare e prevedere a tutti noi.
Rimangono la violenza dialettica del pamphlet, la ostinazione polemica, la rabbia appunto e null’altro: solo eco che andranno man mano estinguendosi, sovrastate da altre polemiche voci che avranno fatto della violenza verbale lo stesso uso efficace.
Nessuno toglie nulla alla Fallaci scrittrice e giornalista ma “La rabbia e l’orgoglio” e’ roba che puo’ essere tranquillamente dimenticata senza mancare di rispetto a nessuno, perche’ il fatto che una “autorevole giornalista” si inca..zi a morte e si inorgoglisca a leggere le critiche che gli vengono rivolte non alza automaticamente il valore di quanto scrive. O no?
Saluti.
Pifo penso che abbiamo avuto impressioni diverse, non trovo affatto che sia obsoleto, anzi a mio parere è più attuale che mai, come Niente e così sia rimane uno delle cose migliori scritte sul Vietnam e contro la guerra, anzhe se di sicuro tu leggendolo penserai che molto dui ciò che Oriana ha scritto in quell’opera è superato (e leggendolo ora mi renderei conto che in parte è anche vero).
Da dimenticare.
Lunga sbrodolata di un concetto rozzo, sbagliato, utile al potere e dannoso: dobbiamo reagire, i musulmani ci stanno attaccando.
Risultato: discriminazioni razzistiche, guerre ingiuste.
Lasciamola leggere a Breivik.