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Ladolescenza di Makkox

di Makkox

«Linfanzia e Ladolescenza sono luoghi a cui si sopravvive morti, o gravemente adulti.»

Ladolescenza è un albo di Makkox, una compilation di sue storie già pubblicate, più una nuova. Ci sono le cicale, le ragazze, le partite di calcio e le ginocchia, e la cicoria che deve essere amara, come la vita.

È pubblicato in due versioni di carta bellissima e Makkox vi spiega sul suo blog che cos’è, come è nato e come si compra; se lo ordinate ve lo spedisce, ma prima di mandarvelo, siccome è matto, ve lo firma e forse ci disegna sopra.

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Linfanzia e Ladolescenza sono luoghi a cui si sopravvive morti, o gravemente adulti.

Una buona parte della mia prima esistenza m’ha visto vittima di malumori di cuore. Son sempre stato romantico e timido. No, forse timido no, in effetti mi menavo, come si dice da queste parti, ovvero mi buttavo. Poi però la tiravo lunga. Rimanevo in quel limbo del corteggiamento, della danza pre-accoppiamento, per lungo tempo e spesso la controparte danzante si rompeva le palle, oppure tutto quel girarsi attorno faceva impazzire il sentimento come la maionese. E buonanotte, si restava confinati lì, nell’eterno flirt non più risolvibile in altro. Perché facessi così non lo so, non ero abbastanza attratto dalla meta, invece mi faceva battere il cuore l’avventuroso e incerto viaggio verso.

Boh, vai a capire.
Certo non andava sempre in quel modo interrotto, però son quelle le volte che ricordo con più sofferenza nostalgica e pena di me. Altre volte non mi son menato per nulla e quelle invece son diventate rimpianto. Ho scritto questo racconto casualmente, caoticamente. È iniziato col disegno di un ragazzo in piedi sotto una quercia, con una canna in spalla, che guarda in su ascoltando le cicale; praticamente da metà storia, ma quando l’ho disegnato non avevo in mente alcuna narrazione. Poi, pian piano, a mozzichi nel tempo, ho composto il resto.
Venne pubblicato su Animals. Forse è la mia storia preferita, non so dirlo con certezza, comunque le sono affezionato in una maniera molto speciale. Andavo a caccia di cicale da ragazzino, con un mio amico. Ero più piccolo del protagonista del fumetto. Poi le cicale catturate le davamo alle oche che le ingoiavano vive. La cicala stava silenziosa in tutto questo e finiva nel gozzo dell’oca. A quel punto noi davamo un colpetto sul gozzo dell’oca e, chissà per quale motivo, solo allora la cicala si metteva a frinire. L’oca si spaventava e correva via starnazzando. Una cosa di tale crudeltà che mi fa rabbrividire, adesso. Come posso aver fatto una roba del genere io che oggi ho i sensi di colpa se prendo una farfalla nel parabrezza?
Nella forma di ragazzino la crudeltà non è percepita. Immagino che l’assassino perfetto sia colui che da questo punto di vista è rimasto bimbo.
Non è un’intuizione mia, ma di Philip K. Dick.

Da piccolissimo parlavo molto meno di adesso. O comunicavo meno. Parlavo tra me e me. Rimuginavo. Poi chiedevo cose. Quasi sempre a mia madre. Mamma mi sembrava più attendibile di mio padre. Lui scherzava sempre colla faccia seria, restavo interdetto alle sue spiegazioni. Ho creduto fino a una bella età che se ti sviti l’ombelico ti cade il sedere in terra.
Ero anche un ragazzino poco socievole. Timido. Per cui rimanevo spesso in casa a leggere. Anche mia madre, che non lavorava, leggeva moltissimo. Stavamo lì stravaccati sul divano con libri aperti a gabbiano in giro ovunque. Puoi leggere molti libri contemporaneamente così come puoi ascoltare molti racconti da persone diverse e non confonderti, mi diceva. Il novanta per cento delle frasi che pronunciavo iniziavano con Ma’?

Ho avuto una bella infanzia, ripeto. Ora, oggi, la mia maturità non mi sembra all’altezza, non è questione di nostalgia.
Di certo, potendo scegliere, non avrei preferito accadesse l’inverso. Se succede al contrario non puoi mai più arrenderti completamente alla meraviglia. Un’infanzia felice è un premio di lotteria, adesso lo so. Ti fa sopravvivere qualcosa dentro che non si pietrifica mai.
Può essere anche una dannazione, in un certo senso. Ti resta per sempre un punto debole, vulnerabile, lì nel centro.