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Il primato di Marina Abramovic al Moma

Ha realizzato una delle performance artistiche più lunghe della storia: 700 ore su una sedia a fissare immobile di fronte a sé

Uno dei suoi eroi da sempre è Maria Callas, a cui assomiglia in modo incredibile

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Quando lunedì scorso alle 5 di pomeriggio è uscita dal Moma, Marina Abramovic aveva messo fine a una delle performance artistiche più lunghe della storia. Dal 14 marzo, giorno di inaugurazione della sua retrospettiva, l’artista di Belgrado è rimasta seduta su una sedia dell’atrio del museo sei giorni a settimana, sette ore al giorno.

Il New York Times racconta com’è andata:

Capelli raccolti in una treccia appoggiata sulla spalla sinistra e pelle bianchissima, la sua posa è rimasta quasi sempre la stessa: il corpo leggermente piegato in avanti a fissare in silenzio di fronte a sé. C’era un solo fattore variabile, uno bello grosso: il pubblico. I visitatori del museo venivano invitati a sedersi in una sedia di fronte a lei: la sedia non è rimasta quasi mai vuota e in totale si sono avvicendate quasi 1400 persone, alcune per solo pochi minuti, altre per un giorno intero.

Sedersi di fronte a Marina Abramovic è stato l’evento cool della scena artistica newyorchese di quest’anno. Personaggi celebri come Bjork, Marisa Tomei, Isabella Rossellini, Lou Reed e Rufus Wainwright non sono voluti mancare e giovani artisti hanno cercato di approfittare della visibilità dell’evento per farsi notare: uno si è presentato con una toga simile a quella della Abramovic e le ha chiesto di sposarlo. E alcuni di quelli che sono tornati più volte sono diventate delle mini celebrità.

Grazie a Internet poi molte persone hanno potuto assistere alla performance “The Artist is Present” anche senza visitare il museo. Il live feed del sito del Moma ha avuto più di 800.000 page views e la pagina Flickr con le foto di tutte le persone che si sono sedute di fronte all’artista è stata visitata quasi 600.000 volte.

Il resto della mostra era dedicata a una retrospettiva sull’artista, costituita prevalentemente da video e fotografie delle sue performance negli ultimi 40 anni, a cominciare da quando era una studentessa a Belgrado, la città in cui è nata nel 1946. Secondo il New York Times i suoi lavori degli anni settanta erano fastidiosi da far drizzare i capelli: si è accoltellata, ha assunto droghe pesanti, ha giocato con il fuoco. Una volta era rimasta per sei ore in silenzio in una galleria, dopo avere annunciato ai visitatori che avrebbero potuto farle qualsiasi cosa. A un certo punto un uomo le aveva puntato una pistola sul collo, lei tratteneva a stento le lacrime ma non si mosse.

Nel 1976 iniziò a collaborare con l’artista tedesco Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay. Alcune delle loro performance prendevano di mira le manifestazioni sportive, altre erano intrise di violenza passiva. Come accadde con “Imponderabilia”, quando i due artisti si piazzarono nudi uno di fronte all’altro in uno stretto corridoio di un museo: chiunque volesse spostarsi da una parte all’altra del museo doveva passare per forza in mezzo ai loro corpi.

In futuro Marina Abramovic collaborerà con il regista teatrale Robert Wilson per uno spettacolo che prende spunto dalla sua vita. Secondo il New York Times la scelta del teatro è perfetta per un’artista che ha sempre fatto della presenza la caratteristica fondamentale delle sue performance.

Uno dei suoi eroi da sempre è Maria Callas, a cui assomiglia in modo incredibile. La Callas era un’artista molto disciplinata, resa vulnerabile da una voce che iniziò a sgretolarsi molto presto. Man mano che il tempo passava le sue performance diventavano esperienze sempre più traumatiche, un invito al fallimento. La sua tenacia nell’affrontare il rischio del fallimento fu il dramma più grande della sua vita. Era un dramma della sopravvivenza, e i suoi fan ne erano parte: aveva bisogno che loro avessero bisogno di lei, e così fu.

È la stessa dinamica che abbiamo visto al Moma in questa opera silenziosa di 700 ore. Marina Abramovic, con i suoi costumi stravaganti, le sue spalle piegate e il suo sguardo triste era la prima donna. I visitatori entravano in scena nel ruolo del pubblico: ora rapito, ora partecipe. Nell’aria si respirava imprevedibilità: ce la farà? sverrà per il dolore? cancellerà la performance all’ultimo minuto?

(Foto di Ruth Fremson)

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