Salvati dalla scienza

Giovanni Sabato racconta l'affermarsi della scienza come strumento di giustizia

Dal genocidio in Guatemala ai massacri del Darfur, il contributo della scienza alla verità sulla violazione dei diritti umani

E’ il dicembre del 1984 in Argentina e Paula Logares, una bambina di otto anni, torna a casa per la prima volta dopo sei anni passati nelle mani di una famiglia che l’aveva sottratta ai suoi genitori. I suoi genitori non ci sono più – uccisi dopo il golpe del 1976 – e accanto a lei c’è la nonna Elsa Pavòn, l’unica ad aver sempre creduto che quella bambina fosse sua nipote.

Inizia con questa storia il libro di Giovanni Sabato, Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani, che per la prima volta in Italia affronta il tema del rapporto tra scienza e diritti umani. Come nel caso della bambina di otto anni Paula Logares, che fu restituita alla sua vera famiglia grazie alla prova del DNA con cui la nonna potè dimostrare quello che per sei anni era stato taciuto.

Fino ad allora, per i registri anagrafici, la bambina era stata Paula Lavallén, figlia del sottocommissario di polizia Ruben Lavallén. Ma qualcuno aveva una convinzione diversa. Elsa Pavón era certa che la piccola fosse sua nipote, rapita con i genitori nel 1978, a 23 mesi di età, da un gruppo di uomini armati. I genitori erano poi scomparsi fra le schiere dei desaparecidos. Ma un anonimo, nel 1980, aveva segnalato alla nonna che una bimba simile a Paula viveva dai Lavallén a Buenos Aires.

Quando la nonna la vede di nascosto, è certa: è sua nipote. Nel dicembre del 1983, caduta la dittatura militare, Pavón sporge denuncia alla magistratura. Dopo un anno di processi e ricorsi le viene data ragione: le analisi genetiche dimostrano che Paula è sua nipote. I giudici ordinano che venga sottratta ai Lavallén e torni con i veri familiari.

La restituzione di Paula è la prima vittoria delle Abuelas de Plaza de Mayo. Per la prima volta, uno dei bambini rapiti dai militari durante la passata dittatura ritrova la sua identità e la sua autentica famiglia. E per la prima volta per risolvere un caso simile vengono usate, e accettate in sede giudiziaria, le analisi genetiche. Ma questo è anche il primo episodio di un impegno sistematico che spingerà sempre più scienziati, rispondendo alle richieste della società, a mobilitare le loro competenze per dimostrare, con la forza della scienza, la verità sulle violazioni dei diritti umani.

Da quel momento in poi il contributo degli scienziati alla soluzione di casi legati alla violazione di diritti umani diventerà sempre più rilevante. Dal genocidio in Guatemala, ai massacri del Darfur, a quelli di Srebrenica, il libro di Giovanni Sabato passa in rassegna i casi principali in cui scienziati di varie discipline hanno lottato a fianco di politici, tribunali e società civile per riaffermare le verità più negate delle dittature e dei massacri.

Dai satelliti alle tombe, dai geni alle statistiche, la scienza offre dunque molti strumenti per «dire la verità così che non possa essere negata», o almeno per dirla nel modo più convincente possibile. Ma la denuncia delle violazioni non è l’unico ambito in cui soluzioni scientifico-tecnologiche possono aiutare a difendere i diritti umani. In senso lato, i maggiori apporti sono stati probabilmente i grandi vaccini o la rivoluzione verde in agricoltura, che hanno dato un sostanzioso contributo ai diritti al cibo e alla salute per un numero sterminato di persone. In senso più proprio, in questi anni il numero di scienziati che inquadra il proprio lavoro in un’ottica di diritti umani continua a crescere e ad allargare gli orizzonti. Con ogni probabilità la varietà delle applicazioni è limitata solo dalla fantasia o, più prosaicamente, dai limitati rapporti fra scienziati e operatori dei diritti umani. Promuovere questi contatti, abbattere barriere che spesso sono date solo dalla consuetudine, e dare corpo alle innumerevoli linee d’azione possibili è diventata la nuova priorità, a cui l’AAAS ha dedicato due nuove grandi iniziative.

Nell’ottobre 2008 è partito On-Call Scientists, un database di scienziati disponibili a collaborare come volontari con associazioni a cui servano le loro competenze. L’invito è rivolto a specialisti di ogni disciplina, incluso chi non ha la minima idea di come il suo sapere possa aiutare i diritti umani: saranno le richieste delle ONG a suggerirlo. Il primo abbinamento è stato fatto nel marzo 2009 fra un’economista USA, Anne Alexander, e la National Economic and Social Rights Initiative (NESRI) per un’analisi sulla riforma sanitaria nel Montana. Nei mesi successivi offerte e richieste sono affluite copiose schiudendo ambiti inediti: si sono cercati e trovati ingegneri, geologi, chimici, per studi che spaziano dall’impatto di attività estrattive all’inquinamento di aria e acqua in alcuni paesi africani. A fine 2009 erano iscritti al sito oltre 350 scienziati.

Nel gennaio 2009 è stata lanciata l’AAAS Science and Human Rights Coalition, una rete che raduna le associa- zioni scientifiche e i singoli ricercatori interessati a impegnare «le loro conoscenze, strumenti, voci» a tutti i livelli dell’intersezione fra scienza e diritti umani. Accanto allo sviluppo delle attività classiche già descritte ci sono infatti gruppi di lavoro sull’etica (per collegare i principi internazionali dei diritti umani ai codici etici delle varie discipline), di servizio alla comunità scientifica (per sollecitare le tante associazioni ancora prive di programmi sui diritti umani e coadiuvare chi li avvia) e di produzione di materiali informativi.

Un’altra area di attività, infine, affronta un tema di più ampio respiro: che cosa significa e come far valere uno dei più misconosciuti fra i diritti sanciti dai trattati internazionali, quello a «godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni». Il diritto è incluso fra l’altro nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali all’articolo 15, da cui il nome assegnato a tale progetto.

Questo articolo – afferma la Coalition – innalza valori fondamentali della scienza come l’accesso equo alle conoscenze, la libertà di ricerca e la cooperazione transnazionale al rango di diritti universali che gli Stati devono salvaguardare. Dato che il dibattito in quest’ottica è stato quasi assente, il primo passo sarà di esplorare i significati concreti di questo diritto e le possibili azioni per farlo valere, vista anche la sua rilevanza per altri diritti fon- damentali quali quelli al cibo e alla salute, e le sue ripercussioni in ambiti delicati come quello dei brevetti. Fra i primi obiettivi, c’è quello di sollecitare una riflessione nella comunità scientifica e fra gli operatori dei diritti umani, per poi porre il tema all’attenzione dell’Alto commissario ONU per i diritti umani nel 2011.

Mostra commenti ( )