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Il macabro ospedale di Serra d’Aiello

21 aprile 2010

Sarà anche un luogo comune la frase che dice che la realtà supera la fantasia, però a volte è vero. A volte, tanto luogo comune non è. A Serra d’Aiello, nelle ultime settimane, sembra di essere sul set di un filmaccio (o di un filmone, fate voi.) Sono successe cose strane e brutte in quel posto.

Serra d’Aiello è un paese piccolo, in Calabria, Amantea non è lontana, la provincia è quella di Cosenza. Ci vivono 764 persone. E’ diventato un posto famoso tre anni fa per via di un ospedale per lungodegenti, l’istituto Papa Giovanni XXIII. C’erano, nei tempi d’oro, 900 pazienti; ci lavoravano duemila persone, il triplo della popolazione del paese. Si scoprì che gli amministratori, il direttore era un prete quarantenne, don Alfredo Luberto, rubavano alla grande. I pazienti, quasi tutti malati psichici, vivevano in condizioni disastrose, mancavano anche i soldi per le medicine. Lui don Luberto, se la passava invece parecchio bene: in casa aveva quadri e sculture pregiate, roba da collezione, si era fatto costruire una palestra e poi aveva questa fissa delle penne stilografiche Mont Blanc, continuava a comprarne. Si scoprì che dall’amministrazione dell’ospedale erano spariti 13 milioni di finanziamenti, 15 milioni di contributi dei dipendenti non erano mai stati pagati.

La casa di riposo fu chiusa, i pazienti trasferiti altrove, faldoni e scartoffie arrivarono alla procura calabrese di Paola. Don Luberto si beccò una condanna a sette anni di carcere. Poi successe che un procuratore, Bruno Giordano, iniziò a guardare tra quei documenti e si accorse che in poco più di una decina di anni ben 12 pazienti erano spariti dall’istituto. Dodici. Spariti. Così, da un giorno all’altro. Con un bel po’ di stranezze. Era scomparso, per esempio, un paziente quasi infermo. Be’, all’ospedale dissero ala famiglia che se n’era uscito con le sue gambe per non tornare più.

Il magistrato iniziò a indagare, ma era solo. Chiese di avere aiuti e finalmente arrivarono. Non si sa come, ma ai magistrati venne l’idea di andare a cercare nel piccolo cimitero di Serra d’Aiello. Forse fu una soffiata. O magari un’intuizione. Ed è qui che la realtà supera la fantasia e si entra in un film. Vi ricordate Brubaker? E’ del 1980, Robert Redford è direttore di un carcere, fa scavare tutto intorno e trova un sacco di scheletri di detenuti che in teoria erano spariti nel nulla. Be’, quasi uguale. Nel cimitero i carabinieri hanno iniziato ad aprire loculi senza nome, quelli indicati dalla lettera X: significava che dentro ci doveva essere una sola tomba. Ne hanno aperte un bel po’. In alcuni loculi c’erano due tombe, in altri quattro cadaveri. In una addirittura otto. Cadaveri fantasma, senza nome, nessuno sa chi sono. O meglio, chi erano. Sui giornali locali si parla di Clinica degli orrori. Titoli scontati, è vero. Però la Papa Giovanni XXIII era davvero la clinica degli orrori.

A Serra d’Aiello, tra i 700 abitanti, sono arrivati i Ris, quelli di Messina. Fuori dal cimitero sono state piazzate grandi tende, uomini coperti da tute bianche hanno iniziato a fare avanti e indietro. Sono state riesumate 70 salme, poi le hanno portate a Messina. Lì il DNA viene comparato a quello dei familiari dei pazienti scomparsi dalla clinica. A qualcuno si arriverà a dare un nome, ad altri forse no. Perché ora i magistrati sospettano anche che quella che hanno chiamato “anarchia cimiteriale” sia stata sfruttata dalla n’drangheta per seppellire i suoi morti, o le sue vittime. Gente che dove scomparire e rimanere senza nome.

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  • ally

    Ma è Italia?
    Ecco, credo che proprio queste sono le notizie da prima pagina. Notizie che evidenziano il nostro degrado sociale. Altro che le stupidaggini della politica di cui non ne possiamo più… Voi del post DOVETE inventare una “nuova prima pagina”.

  • http://uqbarorbistertius.blogspot.com/ step

    forse se l’opinione pubblica si rivolgerà verso i problemi VERI, anche il grottesco teatrino della politica lascerà il posto ad una classe di politici più responsabili…

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  • vsgaudio

    Io che sono nel fondo del pessimismo globale e dentro quella che è la Calavria, la Culavria di Burchiello, vado a rivedermi questa “Appendice in manicomio” datata 17 settembre ’73 che, nonostante tutto, è specularmente meno terribile dell’orrore compiuto dal prete libertino, modello sadiano ma fuori da ogni canone barthesiano.
    APPENDICE IN MANICOMIO

    In rapporto di classe al maniaco
    ogni gorno danno trecento lire e il brodo
    allo schizofrenico duecento lire e il brodo
    per tutto il tempo
    l’interruttore è veto, un clic psicotico
    il valore della forza-lavoro è ergoterapia, caro Sigmund(Marx a Novara non c’è mai stato)

    il momento ch’addita la carne
    dorme schiuso in maculazioni deiranti
    questo silenzio vomita in bocca
    la falla dei desideri
    nell’istante vacuo la successione
    immediata del momento succede
    al momento
    l’ondata di semi semina
    semi
    l’estasi rattenuta o persa
    la proprietà abbandonata, l’impossibilità
    di restare inerte su una spiaggia
    quest’inverno correndo fermo nel tempo
    sporco di residui il relitto, un delitto
    nudo nel sudore del cambio stagionale
    sarei cosa del mare (?)
    una separazione in questo presente
    recisa sventola, sbatte la bandiera
    dove sbatte è ferma in quel tempo
    Dove sarebbe oltre l’esempio?
    tra i rimanenti
    la sostanza recisa, o ghiotta di batteri
    la presenza
    nel silenzio delle sensazioni la virtualità
    s’accorcia, s’accartoccia limpida
    non sapresti dire cos’è
    la stanchezza, la chiusura del gesto sul gesto
    inoltre come una boccata d’aria
    un kischiarsi di immagini nel momento
    l’argomento beccheggia tra le verifiche
    di una solita sera lungo i bordi
    del tavolo
    non è possibile che il tempo inaridisca
    i miei sensi nell’unità
    l’obiezione all’evoluzione obietta
    la funzione compie l’illustrazione
    la mosca è una mutazione
    smpre attorno attacca, gira
    come se fosse sempre la stessa

    (da:V.S.Gaudio, La 22^ Rivoluzione Solare, Milano 1974)

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