Il Post
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La direzione del PD

5 marzo 2013

Matteo Renzi sarà domani alla direzione democratica, ma sbaglia chi s’aspetta che precipitino i tempi del confronto interno su linea e leadership.
Ora il Pd deve occuparsi del presente – il proprio e quello dell’Italia, nel senso del governo da darle – perché ritiene che contribuire alla soluzione di questo rompicapo sia una responsabilità del partito di maggioranza relativa. Questo significa che i democratici ancora non possono occuparsi più di tanto di capire il recente passato, cioè quali siano le ragioni vere del peggior arretramento elettorale da quando esiste il centrosinistra.
E soprattutto significa che i democratici non ce la fanno a gettare lo sguardo troppo in là, prendere fin d’ora le decisioni necessarie per tornare più competitivi nello scontro elettorale che si svolgerà entro qualche mese, poco più o poco meno di un anno.

Ecco perché non si andrà oltre una discussione seria sulla soluzione della crisi politica-istituzionale in corso (Renzi è fuori da ogni gioco da questo punto di vista). Sarebbo rischioso se si dovesse discutere senza rete della sconfitta elettorale. Mentre il tema cruciale della leadership prossima ventura è tema sul quale per adesso il gruppo dirigente dem è d’accordo nel sorvolare: sarà la partita dell’autunno, tra congresso e nuove primarie.

Naturalmente però è importante che le scelte per l’oggi e l’analisi di ciò che è accaduto ieri non siano tali da pregiudicare le future chances di rivincita.
Ci sarà quindi bisogno prima o poi di diradare la nebbia sui tre milioni e mezzo di voti perduti negli ultimi cinque anni. L’analisi del risultato proposta dalla segreteria Bersani è troppo limitata, anche se contiene un punto di verità indiscutibile: il Pd ha pagato l’anno di sostegno al governo Monti.
La storia dirà che – fosse contato solo l’interesse del Pd e non la salvezza nazionale– Bersani non avrebbe dovuto farsi convincere di ciò di cui non era convinto, nel novembre 2011. E che ha sbagliato chi s’è illuso (quorum ego) che gli italiani avrebbero capito, apprezzato e premiato il lavoro di risanamento avviato dal professore della Bocconi.

Ma sostenere che il Pd non si sia abbastanza occupato della sofferenza sociale, del lavoro e dell’insicurezza delle famiglie, questo è un insulto che Bersani non merita.
Si potrebbe all’opposto dire che il segretario del Pd non s’è quasi occupato d’altro, e non solo in campagna elettorale ma da sempre. Le fabbriche chiuse, le scuole a pezzi, gli ospedali abbandonati: solo il Pd s’è visto da quelle parti, sforzandosi ogni volta di distinguere il proprio ruolo da quello dei tecnici tagliatori di costi.

Il crollo contemporaneo di Vendola e Ingroia toglie sostanza alla tesi di un Pd poco di sinistra.
In questo senso vale il paragone con una lontana sconfitta del Pci, quella del 1979. Per spiegare le elezioni che avrebbero segnato l’inizio della lunga fine del comunismo italiano si ricorse allo stesso argomento: nell’emergenza (la crisi, il terrorismo) abbiamo sostenuto l’austerità, per di più gestita da altri (la Dc, allora), ora paghiamo caro il nostro senso di responsabilità davanti ai ceti popolari.

In realtà eravamo nell’anticamera degli anni Ottanta e del craxismo. La società si scomponeva e ricomponeva in un modo che avrebbe reso inutilizzabili i discorsi di classe. Fattori nuovi e incontrollabili entravano nella determinazione dell’opinione e del comportamento elettorale degli italiani. L’argomento riproposto oggi era già superato trentaquattro anni fa. Tra gli elementi di cui non teneva conto c’era la personalizzazione crescente della politica.
Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere la battaglia di Bersani contro i partiti personali.
L’intercambiabilità dei leader, considerata a lungo una debolezza, è stata in realtà la salvezza del centrosinistra nella Seconda repubblica. Oggi il Pd è in difficoltà, ma ha un futuro davanti. Mentre non c’è miracolo che possa dare al centrodestra la speranza di recuperare una parte almeno dei sette milioni di voti perduti dal 2008: in Berlusconi (incapace in realtà se non di un lievissimo e fisiologico recupero in campagna elettorale) sono il principio e la fine del Pdl.

Il problema è che s’è rivelata sbagliata l’analisi bersaniana sul fatto che gli italiani si fossero stufati delle suggestioni dei leader carismatici. Non solo non si sono stufati, ma la crisi ha evidentemente accentuato la domanda di figure di riferimento. Il messaggio incarnato in una personalità forte non può essere sostituito da alcun discorso, di destra di sinistra o di estrema sinistra.
Il 22 maggio 2012 Europa – il giornale che dirigo – titolava, sui ballottaggi del turno elettorale amministrativo che comprendeva anche Parma e Sicilia: «Il Pd vince dappertutto. Tranne dove ci sono novità». Berlusconi era facilmente battibile, Grillo no. Scrivevamo: «Ora il Pd corre il rischio di essere considerato dagli elettori come l’unico sopravvissuto del vecchio sistema».

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  • Erelen

    Io invece ho visto un partito che durante le primarie sembrava improvvisamente ringiovanito, e che dopo le primarie si è riscoperto vecchio.

    Ci sono state settimane nelle quali si vedeva gente mai vista nel pd, giovani con idee nuove, anche qui nel post ricordo articoli e commenti nei quali si diceva “che bello, a Ballarò adesso ci vanno rappresentanti nuovi del PD!”.

    Purtroppo però il giorno dopo le primarie c’è stata un epidemia da sindrome di Werner, o più probabilmente i soliti noti han detto “finalmente è finita sta pagliacciata e possiamo tornare noi…”

    E’ come al teatro dove nelle prime file ci metti i giovani a far bella figura ma sul palco poi ci son sempre i soliti.

    E si è voluto far peggio poi, con una campagna sull’adesso tocca a noi, e smacchiamo il giaguaro con Prodi, intervista a Bindi e sentiamo cosa ne pensa D’Alema.

    A vederla a posteriori, queste primarie han fatto solo perdere voti al PD. Hanno illuso molti elettori, li hanno portati a credere che si potesse cambiare veramente il paese, per poi regalare i risultati a Grillo.

  • stefano

    Caro uqbal, mi sembra che siamo abbastanza d’accordo. La necessità di cambiare il PD. o comunque di spostare l’asse dell’eventuale governo, è stata la molla che mi ha spinto a non votarlo e non sono certamente pentito della mia scelta. Il problema oggi nel PD è che i giovani emergenti non sembrano tanto meglio dei loro predecessori, a parte Renzi che sembra un gigante. Ha una bella testa, ma deve stare attento a dove mette i piedi.

  • p_marchi

    Dici cose condivisibili in gran parte. Sul punto cruciale dell’icomprensione popolare del lavoro di risanamento del governo Monti però dici una mezza verità.
    1)piantiamola di dire che il PD poteva chiedere le elezioni e non l’ha fatto per responsabilità. E? una barzelletta. 1) nessuno voleva o poteva andare al governo in quel momento perchè sapeva benissimo di dover ottemperare agli impegni presi con la BCE pena default e quindi sapeva benissimo di dover fare iper-impopolari. I partiti hanno deliberatamente scelto di farle fare a un terzo per addossargliene la “colpa”.2) il centro-destro aveva la maggioranza dei parlamentari non scordiamocelo. Belrusconi avrebbe certo perso la maggioranza se avesse voluto continuare perchè la situazione era insostenibile ma i parlamentari MICA VOLEVANO ANDARE A CASA! tantopiù in quella situazione che li rendeva automaticamente quasi sicuri di non essere rieletti. Quindi in tanto è stato possibile “sfiduciare” B (di fatto, anche se lui ha prevenuto la cosa senza andare a un voto definitivo) in quanto i parlamentari sapevano che si sarebbero salvati con il prosiueguo della legislatura. Sennò non mollavano.

    Quanto poi all’atteggiamento del PD (come degli altri partiti) verso Monti non dico che fosse per tutti e del tutto segnato sin dall’inizio=facciamogli fare il lavoro sporco poi ce ne apporofittiamo. C’erano sicuramente differenti posizioni interne al partito e c’era per tutti, come fa sempre il PD, un voler vedere come si mettevano le cose.
    Il “facciamogli fare il lavoro sporco perchè non possiamo farlo noi” però era cmq la loro garanzia di default. Poi l’ala più liberal avrebbe visto con favore un’evoluzione del quadro politico favorita dal montismo; mentre la parte maggioritaria dei giovani turchi e c. certamente voleva liberarsene. Tutti quanti tatticamente attendevano gli eventi. Alla fine è prevalso il film più facile e scontato, per tanti fattori ed eventi: l’incapacità di evolvere anche dell’altra parte, come sono andate le primarie ecc. Il problema però non è tanto che ci si fosse illusi: si sapeva benissimo che il necessario aggiustamento di bilancio in una situazione già recessiva sarebbe stato pesante e avrebbe portato ampia impopolarità: il problema è quell’ambiguità di linea, quell’indecisione. Che poi si è vista anche in campagna elettorale. Da un lato si criticava Monti – dunque sé stessi – dall’altro ci si predisponeva ad accordarsi con lui.
    Quindi il PD ha effettivamente pagato l’anno di appoggio al governo MOnti, è vero, ma sopratutto per come l’ha gestito, e per l’ambiguità della linea proposta agli elettori in campagna elettorale nei suoi confronti.

  • Luca P.

    Meno male che ci siete voi che con il vostro non-voto al PD contribuite a rinnovarlo. Grazie.
    E se la situazione economico-finanziaria dell’Italia andrà definitivamente a rotoli vi ringrazierò ancora di più! Si, con una mazza chiodata in mano, però.

  • Luca P.

    Meno male che ci siete voi che con il vostro non-voto al PD contribuite a rinnovarlo. Grazie.
    E se la situazione economico-finanziaria dell’Italia andrà definitivamente a rotoli vi ringrazierò ancora di più! Si, con una mazza chiodata in mano, però.

  • lazarus

    Per il PD oggi vale sempre lì’analisi che a suo tempo fece Aldo Tortorella, erano gli anni 80′ ma sembra di ieri e c’è tutta la vocazione fallimentare di un partito ormai inutile: “Gruppi dirigenti mediocri cooptano gente ancora più mediocre. Il livello scende costantemente. Finché si arriva a gruppi dirigenti così modesti che per errore cooptano qualcuno più intelligente di loro. Tutto questo noi lo chiamiamo: rinnovamento nella continuità».