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Perché faremo (presto) Startup Italia

20 febbraio 2012

Ci sono importanti aggiornamenti dal fronte delle startup italiane. E un paio di chiarimenti da dare. Qualche giorno fa in un ampio resoconto su Repubblica avevo parlato di “una rivoluzione in corso”: quella di una generazione di giovani startupper (o di giovani dentro, visto che ci sono anche dei quarantenni), ancora lontani evidentemente dai riflettori dei media che parlano sempre dei tanti che purtroppo “non lavorano e non studiano” o di quelli che fanno del posto fisso una bandiera.
Possono le startup essere una alternativa, anzi un modello economico alternativo a quello che abbiamo sempre conosciuto? In tanti se lo sono chiesti dopo l’articolo “Startup, il futuro dell’Italia”. E la risposta è sì. Non si tratta di una risposta ideologica, ma legata ai numeri. E alla logica. Parto da una domanda: nell’attuale sistema economico c’è qualcuno che pensa che i grandi gruppi industriali nei prossimi anni faranno assunzioni di massa a tempo indeterminato? Qualcuno davvero immagina che Fiat, Eni, Enel e Telecom stiano per aumentare il numero dei dipendenti, o non è piuttosto vero il contrario? Questo fenomeno non è solo italiano ed è stato analizzato in profondità dalla Kaufmann Foundation in un report recente mai troppo studiato. Lì c’è la dimostrazione numerica che la crescita netta di posti di lavoro in questi anni negli Stati Uniti è stata provocata da un unico fattore: le startup, le nuove imprese, meglio se ad alto tasso di innovazione e tecnologia. Sono le startup la risposta alla mancata crescita economica che viviamo da un decennio almeno in Italia.
Altri mi hanno detto: sì ma non tutti possono fare una startup, non tutti hanno la cultura, i mezzi. Che devono fare queste persone? L’obiezione è sensata, ma la nascita di tante nuove startup crea occupazione per tutti. I dati che citavo nell’articolo, una previsione della Camera di Commercio di Monza per il primo trimestre 2012, sono eloquenti in questo senso: assieme ai 18 mila nuovi startupper ci sono 6 mila persone che saranno assunte in queste startup. Perché è poi vero che una startup ha nel suo dna un altissimo tasso di rischio, che il fallimento è dietro l’angolo; ma ne basta una che abbia successo per creare occupazione e crescita. L’esempio di Groupon Italia, con i 450 assunti in un anno e mezzo, è quello che più mi ha colpito, ma probabilmente ne esistono altri che non conosco.
Alcuni, anche autorevoli, mi hanno fatto una obiezione filosofica alla fotografia che faccio del fenomeno italiano: mi hanno detto che tra le righe si leggeva il solito invito ad andare via dall’Italia, a cercare fortuna in Silicon Valley, eccetera eccetera… E’ vero esattamente il contrario: a parte il caso di due startup con base in California (Doochoo e Mashape), tutte le altre che ho citato sono italiane. Le migliori sono italiane con una vocazione internazionale, ma in questo non c’è nulla di male, anzi. Più in generale ritengo che non ci sia mai stato un momento migliore di questo per provare a trasformare la propria idea in una impresa. “Why Italy Matters” è una bellissima presentazione che lo startupper Fabrizio Capobianco fa da qualche tempo in giro per il mondo: lui una decina di anni fa lasciò l’Italia perché si sentì dire che aveva buone idee ma era troppo giovane per fare business; allora ha creato una azienda di grandissimo successo in Silicon Valley, Funambol, ma lasciando il centro ricerche e sviluppo nella sua città natale, Pavia. Capobianco non lo ha fatto per nazionalismo, ma perché intimamente convinto che in fondo investire in una startup italiana convenga: siamo bravi. Siamo più bravi.
Ora si stanno creando le condizioni politiche per farne nascere tante di startup: la società semplificata a un euro per gli under 35 e i 50 milioni di euro destinati dal Fondo di investimento italiano al finanziamento dei venture capital, sono strumenti importanti e non sono gli unici.
Mi spiace non aver avuto modo di citare la storia di Capobianco nell’articolo di qualche giorno fa. Mi sono rimasti fuori altri due esempi importanti di come questo sia un fenomeno e non una moda. Il primo è Mind the bridge, ed è un progetto curato da Marco Marinucci che da qualche anno si occupa di creare un ponte fra i migliori startupper italiani e la Silicon Valley: dopo esordi faticosi, le ultime edizioni sono state un autentico successo e so per certo che i ragazzi che vanno per qualche mese a San Francisco da Marinucci tornano cresciuti e pronti.
L’altro è il progetto di Microsoft Italia che, nell’ambito di un piano nazionale più ampio di sostegno alla innovazione, sta selezionando mille startup per sostenerle per tre anni. Mille startup non solo solo un bel numero tondo: sono un numero enorme. Dove sono? Come farle venire allo scoperto? Come trovare un modo di metterle nelle migliori condizioni di crescere e competere sui mercati internazionali? Perché questo diventano le migliori startup: partono in un garage, anzi in Italia partono magari in uno spazio di coworking perché garage liberi non ce ne sono, e diventano aziende.
Questa settimana in proposito si sono registrate due notizie che spiegano bene come il sogno di un ragazzino in qualche anno possa diventare una cosa solida e concreta. La prima riguarda Docebo: è la società di Claudio Erba che ha sviluppato una piattaforma di elearning: ha un team di sviluppo a Napoli, accordi con molte università del mezzogiorno, ma viene usata da centinaia di migliaia di utenti in cinque continenti e venticinque lingue. Da sette anni cresce ininterrottamente e adesso è arrivato l’ingresso tra i soci di uno dei principali venture capital italiani: Principia II. Investimento 2,4 milioni di euro con i quali passare i servizi di Docebo sulla “cloud” e renderli disponibili a tutti non solo alle aziende.
La seconda notizia è arrivata subito dopo. Altri 2,5 milioni di euro che Principia II ha investito in Neodata “per sbarcare negli Stati Uniti e creare il quotidiano del futuro”: se non avete mai sentito parlare di Neodata, sappiate che è quel software che tra le altre cose è in grado di dirti in tempo reale come cambia il traffico del tuo sito se sposti la posizione di una certa notizia. Il fondatore di Neodata Giovanni Giuffrida ha subito annunciato l’apertura di una sede a Los Angeles con l’ingresso di dieci persone entro la fine dell’anno.
Insomma, parliamo di cose grosse. Ecco cosa diventano le migliori startup. Tante falliscono, ma alcune creano valore ed occupazione per tutti. Ora siamo ad un punto di svolta. Cosa accadrà con le società semplificate ad un euro? Difficile dirlo, io penso che avremo presto migliaia di nuove imprese. Penso che se il costo per traformare la tua idea in una azienda diventa un euro, la voglia di provarci crescerà infinitamente. Ci vorrebbe un piano per supportarli, questi startupper, un luogo, sulla rete, dove possono presentarsi al pubblico, imparare a fare un business plan, iscriversi agli eventi, incontrare i venture capital. Ci vorrebbe Startup Italia, un progetto come quello che Obama lanciò un anno fa negli Stati Uniti e che poi è stato adottato in tanti paesi del mondo. Lo facciamo? Non è una domanda, è un invito. Lo faremo. Con tutti, per tutti.

(post pubblicato da Repubblica Sera il 17 febbraio e riproposto qui per gentile concessione)

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  • antoniomenna

    In Italia si può? Certo, si può. Ma a quale costo? E con quali problemi? Chi investe sui talenti? Chi li aiuta nel ginepraio della burocrazia? Chi li protegge da corruzione e mercato drogato? La rete è una straordinaria opportunità, e l’ottimismo di Riccardo Luna sulle startup dell’innovazione è ben fondato. Ma i nodi irrisolti nel sistema Italia sono ancora tanti. Pochi investitori. Pochissimi. Molta burocrazia. Tantissima. Poco sostegno del contesto di tutti i gruppi dirigenti. Non vedo il clima da Silicon Valley. Riusciremo a crearlo? Riccardo dà il suo contributo, e mi pare molto positivo. Ma il resto? Aggiungerei, poi, due parole anche su tutto quello che innovazione non è. Non facciamoci l’illusione di una generazione di smanettoni solo perchè smanettiamo noi. In Italia siamo 60 milioni, e ancora in tantissimi non usano la rete. La banda larga dov’è? L’agenda digitale esiste, al momento, solo sulla carta. Ottima la società ad un euro, ma stiamo aspettando ancora di vederla. E, alla fine, una risposta davvero utile alla crescita di un Paese è quella che dice qualcosa anche al garzone del bar che vuole aprire un bar tutto suo. Chi lo aiuta? Chi lo sostiene? Chi gli dà una mano?

  • http://www.opinity.it Sonia

    Condividendo in toto quanto espresso nel post, mi sgorga però dal cuore (e anche da un pugno chiuso e minaccioso) una considerazione su questa grande rivoluzione che è la srl a costo simbolico. Sono migliaia i giovani startupper italiani che in questi anni si sono scontrati con le difficoltà oggettive della messa in opera di una società: non bastassero le difficoltà per far decollare il proprio progetto, lo scoramento prende il sopravvento di fronte ai freddi e implacabili numeri delle parcelle di notai e commercialisti, in grado di stroncare qualunque libretto di risparmio tanto faticosamente foraggiato grazie ai rimborsi spese degli stage o ai contratti a tempo determinatissimo.
    Felicitazioni, quindi, per l’introduzione di una rinnovata formula che aiuti a risolvere uno dei problemi che maggiormente contribuiscono a tarpare le ali a promettenti innovatori. Ma che delusione vedere che si è persa l’occasione per fare vera innovazione a tutto tondo: porre il limite dei 35 anni significa non aver capito nulla (o comunque molto poco) dell’economia italiana di questi anni, significa non aver ancora la percezione di come stanno realmente le cose al di fuori dei palazzi dove si decidono i destini del mondo.
    Cosa mi rappresenta quello spartiacque a 35 anni? Forse, al compimento del 36esimo anno di età, fantamagicamente si inizieranno a disporre dei capitali richiesta da una srl regolare? Fatico moltissimo a credere che ai piani alti non sappiano che oggi, a 35 anni, si è spesso reduci da una miriade di impieghi più o meno gratificanti, più o meno a tempo determinato o di collaborazione e che, proprio verso quell’età, molti decidano di fare il grande salto e di provare ad uscire dal pantano della stagnazione (personale e non solo).
    Non sono solo gli under 35 ad avere difficoltà economiche, non deve essere l’età il fattore discriminante per la concessione di agevolazioni nel mondo produttivo e lavorativo. Sono saltati tutti gli schemi che in passato ci hanno permesso di regolamentare questi settori e vorrei capire quali spiegazioni potrà darsi il 37enne brillante e capace che, licenziato dall’azienda per colpa della crisi, decide di programmare il proprio futuro in modo diverso, lanciandosi nel proprio progetto di startup. Quel ragazzo è forse meno meritevole del 34enne vicino di scrivania? Ha forse meno difficoltà del collega un po’ più giovane? Io non credo. Cosa spinge l’attuale governo a pensare che quando un socio arriva al compimento del 36esimo anno di età debba uscire obbligatoriamente dalla società o costringere gli altri “giovani” (perché loro sì che sono giovani veri) a trasformare la società in una srl vecchio stile, con tutte le spese del caso?
    Sono fermamente convinta che se si vuole davvero dare una spinta all’economia italiana sia necessario uscire da queste logiche di categoria (i giovani, le donne…) e iniziare a capire che oggi siamo tutti nella melma, indistintamente, e che se un progetto, un’idea è buona, lo è a prescindere dall’età del promotore e merita tutto l’aiuto possibile. L’equazione 35anni:non bisognoso non sta più in piedi ormai da molti anni. Quando arriveremo a capirlo probabilmente non avremo più bisogno di guardare alla Silicon Valley come a Disneyland. E il mio fegato tornerà a lavorare regolarmente.

  • http://mattions.wordpress.com/ mattions

    Ciao Riccardo,

    sono estremamente interessato alla questione e vorrei contribuire al progetto se posso.

    C’è un gruppo di discussione aperto, tipo Mailing List o cose del genere da qualche parte? Come vi state organizzando per la costruzione di questa comunità?

  • alessandromeis

    Candido Linnovazione è sempre il migliore di tutti. A volte mi sembra quasi assurdo che creda nelle cose che scrive.

  • osvaldone

    Bisognerebbe che fosse anche una piattaforma di crowdfunding, sennò nasce vecchia.

  • unit

    non voglio sminuire il lavoro di Capobianco, comunque straordinario, ma, considerato che è stato da poco rimosso dall’incarico di CEO della sua stessa azienda, ne darei un’immagine più completa. Più che altro perchè non amo l’equivalenza “grandi finanziamenti venture = grandissimo successo”, che secondo me veicola un messaggio sbagliato.

    Tutto questo fermo restando che se ottieni decine di milioni di finanziamento di fallimento non si può parlare :)

  • http://www.ibridodigitale.com ibridodigitale

    Nulla da dire, tutto giusto, ma come avrai notato, le startup che funzionano sono solo quelle che riescono a lavorare con clienti esteri. In altre parole, in Italia le aziende non riescono a procacciarsi lavoro direttamente sul territorio, per ragioni varie, di politica locale, diffidenza ecc., o pensi che si possa ancora partecipare con profitto ad un appalto pubblico?
    Bisogna completamente abbandonare il mercato locale, è inevitabile, quindi sotto con l’inglese e good luck.

  • armandobis

    Tanto per mettere i puntini sulle i: l’innovazione RIDUCE i posti di lavoro.
    Per definizione.
    Se non li riducesse, non sarebbe innovazione.
    Riguardo il rapporto fra posti di lavoro e innovazione sul web, Andrew Keen ha scritto un libro molto interessante intitolato “Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia” in cui illustra con numerosi esempi come negli Stati Uniti tanti lavori qualificati, utili e ben pagati sono stati cancellati da pochi lavori, disutili e mal pagati.
    E’ una lettura che invito a fare tutti coloro che discettano di una prossima nuova età dell’oro grazie alle tecnologie informatiche. (Dieci anni fa si è scritto persino che la new economy aveva cancellato i cicli economici, giusto per ricordare quanto siano diffusi i commentatori privi di senso della misura…)

  • stefano88c

    Si lo voglio!!! è questo che ognuno di noi deve dire ai 4 venti e su tutti i media! si lo voglio!!!

    forza Riccardo, forza dir !!! :))

  • http://www.ibridodigitale.com ibridodigitale

    L’operazione del Governo ha due aspetti che non mi convincono:
    Se spingere i giovani ad iniziare un’attività per proprio conto, significa dare loro una via d’uscita per non essere riusciti a creare nuovi posti di lavoro, non ci siamo proprio, aprire un’azienda non è una cosa da tutti, agevolazioni o meno.

    L’età è completamente sbagliata, semmai dovrebbero essere gli over 35 ad usufruire di quest’opportunità. Ho lavorato con ragazzi giovani, sono preparati, sono svegli, sono giovani, ma non sono pronti per fare impresa, né da un punto di vista relazionale, né di esperienza sul campo, né soprattutto di responsabilità. Trovo molto più giusto invogliare i quarantenni, ormai pronti, a tentare la strada della partita iva, in questo modo si avrebbe qualche posto di lavoro lasciato libero nelle vecchie aziende e qualche opportunità in più in quelle nuove.