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Muore la musica o l’infografica?

25 febbraio 2011

Cominciamo con una non-notizia, anzi con due non-notizie: i discografici si lamentano perché l’industria della musica è stata rovinata dalla pirateria digitale, e gli americani sono assolutamente convinti che il “mercato globale” sia quello dei loro cinquanta stati – via, facciamo cinquantadue col District of Columbia e Puerto Rico. Quindi non si peritano di pubblicare dati come quelli mostrati nell’infografica qui sotto, “analizzati” dalla società di consulenza Bain ∧ Company. Dalla figura si evince che il mercato continuava a crescere amabilmente fino a che è arrivata la musica digitale; e anche quella che viene comprata con i fruscianti dollaroni, o meglio dando i dati della carta di credito a iTunes e compagni, non serve certo a frenare l’emorragia.

vendite di musica - valori grezzi

vendite di musica - valori grezzi

Ma voi crederete mica a quello che dicono i discografici? Spero proprio di no. Oh, intendiamoci: hanno perfettamente ragione a dire che il mercato sta avvizzendo, però lo dicono barando. Avete capito dove sta il problema? I dati mostrati sono grezzi, e non tengono conto di due fattori. Il primo è l’aumento della popolazione, che di per sé peggiorerebbe ancora i dati visto che la singola persona compra di meno. In telefonia, per esempio, si usa spesso l’ARPU (Average Revenue Per User) proprio per capire quanto il singolo utente spende in più o in meno. Ma possiamo accettare questa mancanza: in fin dei conti ai discografici interessa soprattutto sapere quanti soldi in tutto gli arrivano.

Vendite di musica - dati rettificatiIl secondo fattore che non è stato considerato è però molto più importante, e non può essere tralasciato. I dati mostrati sono infatti assoluti, non tengono cioè conto dell’inflazione. A me non è che piaccia tanto se il mio stipendio è raddoppiato da quando sono stato assunto, se nel frattempo il costo della vita è triplicato, no? E se il mio stipendio è raddoppiato esattamente come è raddoppiato il costo della vita, il mio potere d’acquisto è rimasto esattamente lo stesso e l’unica fregatura è che devo usare numeri più grandi per fare i conti. Ecco quindi che Michael DeGusta in un suo articolo su Business Insider ha ridisegnato l’infografica in modo da visualizzare i “dollari 2011″; il nuovo grafico è mostrato qui sopra.

È immediato accorgersi che la crisi del mercato è persino peggiore di quanto si evincesse dal primo grafico; a parità di potere d’acquisto, nel 2009 è stato raggiunto il minimo assoluto di valore di vendite pro-capite. Anche non facendo l’aggiustamento relativo alla popolazione (trovate la cartina nel post di DeGusta) si è comunque eguagliato il minimo fatturato dei primi anni ’80. Inoltre questa seconda cartina mostra che in effetti i CD sono stati la gallina dalle uova d’oro, gallina che però oramai è diventata un vecchio cappone e non produce più come una volta.

Prezzo del petrolio in dollari, dati grezzi e rettificatiNon tenere conto dell’inflazione dà molti problemi anche per visualizzare altri trend di crescita. D’accordo, questo non è il momento migliore per parlare di prezzi del petrolio; ma se andate a vedere la cartina qui a fianco dove vengono mostrate le fluttuazioni del prezzo del petrolio a partire dalla fine della seconda guerra mondiale vi accorgerete che la bolla del 2008 fu sì un massimo, ma non troppo maggiore del picco raggiunto intorno al 1980 (non so se ci sia correlazione con il calo dell’acquisto di musica… probabilmente no, però), anche se i numeri grezzi sembravano completamente diversi. E il grafico sarebbe stato ancora diverso se avessimo calcolato i prezzi in euro invece che in dollari!

Insomma, come ho già scritto una buona infografica è un ottimo modo per avere con una sola occhiata un’idea di cosa sta succedendo; ma il rischio di sbagliare – volontariamente o no – la visualizzazione è sempre dietro l’angolo. Siti come inflationdata.com da cui ho tratto la cartina dei prezzi di petrolio fanno pertanto un ottimo lavoro; dovremmo averne di più anche da noi.

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  • Net Flier

    io proverei a metterla giù così e vedere di capire dove sbagliano.

    quando vendevano i cd, si facevano pagare tutto: un prodotto che finito in fabbrica costava si e no mezzeuro (o 500 lire) veniva venduto a 20/30 (euro o mille lire) con l’aggiunta che tu potevi pagare lo stesso cd di più o di meno a seconda del negozio. a questo va sommato che tu pagavi di tasca propria il trasporto (se lo compravi online o se andavi a ritirarlo in negozio). quindi, è presto detto, che con un costo di non oltre 2/3% massimo del prezzo finale, il resto era spartito tra i soliti noti. 1.500 lire su 30.000.

    con la musica digitale i costi sono drasticamente abbassati, perché:
    a)i server hanno un costo per giga (di memoria) veramente ridicolo..ed in un giga, ce ne sta di musica
    b)la banda, anche li, ha un costo veramente ridicolo, nel contesto di questo mercato.

    ora, questi mi vogliono far credere che, vendendo a un euro una scarica di bit, ci PERDONO rispetto a mettere insieme tutta la catena per COSTRUIRE e DISTRIBUIRE un cd?

    con tutto il rispetto per la storia della pirateria, ma perché prima non c’era l’amico che comprava il cd e poi te lo copiava? e prima ancora con le cassette? la pirateria non c’era con i vinili..va beh, sai che consolazione..

    chiaramente, essendo scesi i prezzi finali, il volume di soldi è ovviamente sceso..se vendevi mille cd da 30.000 lire, facevi 30.000.000 di lire, se oggi vendi 1.000 canzoni a 0.99 fai 9.900€. ma vuoi mettere i costi che NON ti sei sobbarcato?

    vien da se che se la struttura non si ridimensiona perché, oggettivamente, NON serve, non andiamo a casa più, e per vendere e stare in piedi devi ridurre la struttura mastodontica che ti sei creato negli anni addietro.

  • Net Flier

    http://ehibook.corriere.it/2011/02/lo_strano_caso_di_stephen_leat.html

    a suffragio di ciò che ho detto, ho postato il link di cui sopra.

    13.000€/mese per una persona con zero spese di gestione e di pubblicazione, mi pare che sia come scrivere 13.000€ di margine.

    davvero vogliamo continuare a credere alla litania delle case che si lamentano di tutto?