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La coda lunga a fumetti

10 marzo 2011

Sul finire del 1991, all’uscita del secondo tomo del suo Maus – entrato in classifica dei bestseller – Art Spiegelman scrisse una memorabile lettera al New York Times. Quel breve intervento, che gli esperti ricorderanno (o almeno così spero) come una delle polemiche culturali più influenti della storia dei comics, aprì gli occhi ai lettori e al mondo dell’informazione sulla formula del graphic novel, allora fenomeno nascente. La polemica di Spiegelman nasceva dalla collocazione di Maus II: il NYT lo aveva inserito in classifica nella categoria dedicata alle opere di fiction. Una scelta che l’autore contestò con sarcasmo, perché sottovalutava la sostanza fattuale del suo progetto.

Il risultato fu non solo che il giornale rispose, ma che diede ragione a Spiegelman: dalla settimana successiva il NYT spostò Maus II nella categoria nonfiction. Per la formula editoriale – allora emergente – del graphic novel, fu una straordinaria occasione per dimostrare sia la propria forza (un bestseller al NYT) che credibilità culturale (costringendo alla ritrattazione il quotidiano newyorkese). E contribuì a sottolineare un nuovo spazio di legittimità del fumetto: l’editoria di nonfiction. Per i comics, baluardo storico – quasi per antonomasia – della fantasia e della libera immaginazione, un bel salto simbolico.
A 20 anni dalla storica lettera di Spiegelman, il graphic novel di nonfiction è diventato a sua volta un fertile genere. E ne abbiamo viste di ogni genere: biografie e resoconti di viaggio, manuali e testi divulgativi para-scientifici, autobiografie e diari intimi, cronache e ricostruzioni. Sono persino nati termini per definire nuovi sotto-generi, come il comics journalism: Joe Sacco e Marjane Satrapi (quelli che stravendono), Ted Rall e Etienne Davodeau (quelli che vincono premi e fanno parlare i media). Solo nell’ultimo anno in Italia abbiamo visto autori nostrani cimentarsi con biografie di musicisti, giornalisti, calciatori e personaggi storici (su tutti, il Garibaldi di Tuono Pettinato, Rizzoli), ricostruzioni di eventi del passato recente come il sequestro Moro, travelogue dalla Russia, memorie dai campi di concentramento friulani. E quindi?

E quindi succede che poi uno guarda agli USA, avamposto di frontiera del nonfiction graphic novel, e capisce che siamo proprio in piena moda. Multipiattaforma, peraltro. Il prossimo 1 aprile debutta infatti con un pre-lancio digitale una nuova collana di graphic novel (‘Smarter Comics’, per Round Table Companies), tutti realizzati come adattamento di alcuni tra i titoli di nonfiction statunitense più venduti degli ultimi anni: il classico L’arte della guerra di Sun Tzu, ma soprattutto libri recenti come il bestseller del venditore immobiliare Tom Hopkins, un libro del “pitbull della Crescita Personale” Larry Winget, o uno dello “psicologo dell’overachievement” John Eliot. E poi ci trovo pure quel libro lì. Quel cult che noi tutti internauti conosciamo a menadito (anche chi non l’ha mai letto): La coda lunga di Chris Anderson. Naturalmente Wired è entusiasta, e ne ospiterà alcune pagine in anteprima.

Il booktrailer permette di vedere qualche pagina. Le guardo, le riguardo, e capisco che non avrò voglia di leggerlo. Ma a qualcosa è servito: a raccontare la storia di una parabola culturale – quella della nonfiction fumettistica – che in 20 anni ha condotto da un capolavoro come Maus a un mediocre prodotto industriale. E a rendersi conto di un gustoso corollario: che Chris Anderson ha un debito verso l’innovazione di Art Spiegelman.

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  • stefano03

    E cosa dire de “La storia d’Italia a fumetti” di Enzo Biagi?
    http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_d'Italia_a_fumetti_di_Enzo_Biagi

  • http://fumettologicamente.wordpress.com/ matteos

    facile: diciamo che ai suoi tempi fuori era tutta campagna, e poi arrivò il mercato…

    Ironia a parte, quel lavoro di Biagi rientra certamente nel genere (e altri esempi lo precedono). Ma il punto è che allora i casi erano davvero rari, e il mercato del nonfiction graphicnovel è diventato maturo proprio con gli anni ’90 negli USA, e nei 2000 in Italia.

    Lettura consigliata sul ‘caso Maus’: un (bel) saggio del (mediocre) “The Rise of the American Comics Artist”, di Paul Williams e James Lyons.

  • stefano03

    Grazie per la risposta al commento e la lettura consigliata!

  • http://www.facebook.com/people/Raffaele-Alberto-Ventura/591822947 Raffaele Alberto Ventura

    Eppure Primo Levi si trova tra i romanzi e non tra i saggi…

  • bolla451

    Per me la definizione grafic novel non ha senso e provo un certo fastidio a sentirla. So che tanto piace all’ottimo Stefanelli ma non solo non si vede l’utilità di tale definizione, anche la definizione stessa appare vaga, indefinita e incoerente.
    In francese infatti non esiste: “bande dessinée” indica qualunque tipo di fumetto. Poi se qualcuno mi vuole raccontare che prima degli anni 90 non si facevano fumetti per adulti vabbè allora vale tutto.
    Chi non ha mai pensato che il fumetto fosse un’arte povera, minore, una lettura riservata a ragazzini non ha bisogno di emanciparlo con una nuova definizione.
    Forse negli USA la rivendicazione aveva un senso, in Europa no, quindi lasciamola a loro.
    Spiace che nella patria di Pratt (che non credo abbia mai rivendicato una definizione diversa da fumetto per i suoi magnifici album) si debbano adottare definizioni figlie della moda, della soggezione culturale e , perdonatemi, forse dell’ignoranza.

  • http://fumettologicamente.wordpress.com/ matteos

    bolla451: in francese esiste – ed è utilizzato assai, da stampa, editori e autori – il termine “roman graphique”, che è un calco perfetto di graphic novel.

    Sulla annosa questione lessicale e culturale del “graphic novel” – di cui conosco e capisco molte perplessità – magari ridiscuteremo in altre occasioni.

    Non credo però che il punto sia se “mi piace” o no. Peraltro non condivido i timori di chi la accusa di provocare una ‘rottamazione’ del termine “fumetto” (che peraltro personalmente uso ben più spesso – fin dal nome del mio blog personale). Credo che il termine GN abbia avuto ed abbia un senso, di cui non si può non tenere conto: è il senso della ‘librarizzazione’ del fumetto. Niente di più, niente di meno.

  • bolla451

    Hai ragione, chiedo venia, il termine esiste , che sia molto utilizzato lasciami dubitare.
    E scusa se sono off-topic, solo che leggo sempre i tuoi articoli e da tempo volevo intervenire per dire la mia su questo neologismo solo che non ho mai tempo. Insomma, la classica fissazione paranoide.
    Non vedo l’ora di poter approfondire l’argomento.

  • Lewis H. Tonna

    Non avevo mai pensato alla Storia d’Italia di Biagi come a un graphic novel, ma in effetti era disegnata da Toppi!
    Comunque la cosa positiva mi sembra sia il fatto che anche da noi l’attenzione per la nonfiction a fumetti sia interegenerazionale. Appunto, le cose che disegna la Satrapi o il bravissimo Joe Sacco bene o male hanno rotto un muro: stessa cosa vale per l’ultimo di Igort o altre cose della Coconino.
    Purtroppo non so parlare in termini di numeri, quindi qualunque dato è ben accetto, ma credo che il relativo successo della collana di attualità della Becco Giallo e il fatto che pubblichi lavori dalla qualità disomogenea siano lì a testimoniare che il mercato in Italia c’è e forse è addirittura in espansione.
    Quel che fatica un po’ di più a uscire è il reportage “duro e puro” come quello sull’11 settembre che riesce ad avere la stessa valenza pedagogica dei testi di Biagi, secondo me.
    P.S. Grazie di aver citato l’ottimo Davodeau, me l’ha fatto scoprire un amico (anarchico) quest’anno a Lucca e me ne sono innamorato, sto cercando di recuperare i vari lavori.