Il Sistema Operativo che non funziona

Sono due i tratti maggiormente riconoscibili dell’approccio della politica italiana al digitale: l’incompetenza e il gigantismo. Osservando quanto è accaduto negli ultimi vent’anni, da quando Internet ha iniziato a svilupparsi nel nostro Paese, a margine del tema delle reti, ritroveremo con estrema frequenza queste due caratteristiche, spesso unite una all’altra. Sulla trasformazione digitale abbiamo da sempre grandi progetti, quasi sempre più arditi e fantasiosi di quelli di chiunque altro, ma i risultati concreti sono ogni volta imbarazzanti ed inadeguati.

Ci sarà comuqnue sempre qualcuno messo peggio di noi al quale provare a dare una lezione. Ricordo un ministro delle Comunicazioni di qualche lustro fa spiegare come il nostro Paese, che a quei tempi, esattamente come oggi, era il fanalino di coda in Europa nello sviluppo delle reti, avrebbe portato Internet in Africa.

Il Movimento Cinque Stelle chiama da tempo e senza alcun imbarazzo “Sistema Operativo” un sito web che funziona a stento e resta in piedi solo quando nessuno lo utilizza. Appena il direttorio dei Cinque Stelle indice una consultazione online, dalla più banale sull’espulsione di un senatore ribelle alle recenti votazioni online per le Parlamentarie, la macchina inevitabilmente va in tilt. In dieci anni di onorata attività digitale Grillo e Casaleggio, che basano sull’innovazione tecnologica buona parte del proprio racconto politico, non sono stati in grado di mettere in piedi un sito web che regga l’afflusso di qualche migliaia di utenti contemporaneamente. Nonostante questo hanno pensato di chiamarlo “Sistema Operativo”.

Ogni anno gli italiani combattono con i disservizi delle interfacce governative per pagare le tasse, iscrivere i propri figli a scuola, emettere una fattura verso la Pubblica Amministrazione. Lo fanno dentro pagine web controintuitive nelle quali il burocrate pretende quasi sempre adempimenti inutili, nascosti dentro menù a cascata imbarazzanti. E quando il lavoro millimetrico di inserimento di decine di informazioni “indispensabili” sarà completato, il server magari smetterà di rispondere costringendoci a ricominciare tutto da capo.

Molto spesso gigantismo ed incompetenza sono figli di situazioni complesse: da un lato un limite culturale molto diffuso, specie ai piani dirigenziali, che impedisce scelte tecnologiche al passo coi tempi, dall’altro una sottovalutazione economica che viene da lontano. È solo un sito web, cosa vuoi che sia, chiunque sarà in grado di farlo.

E infatti “chiunque” in Italia lo fa. Quando un paio di anni fa Paolo Barberis, consigliere per l’Innovazione del Presidente del Consiglio propose una revisione complessiva del design dei siti dell’Amministrazione e di quelli dei Ministeri in pochissimi gli diedero retta: la necessità di fornire ai cittadini un’interfaccia amichevole e intuitiva, con un sistema di login unico, era di sicuro meno importante delle decine di piccole commesse che ogni singolo Ministero aveva stipulato con “chiunque”. Il risultato è stato che ognuno si è tenuto il proprio sitarello, spesso scritto da qualcuno che ha visto passare l’HTML negli anni 90 e poi mai più.

A proposito di gigantismo ieri il Ministro dell’Interno Minniti ha annunciato un’iniziativa contro le fake news in campagna elettorale. Una cosa di facciata e vagamente imbarazzante, ennesimo caso di “annuncite”, malattia contagiosa ma fortunatamente non mortale di cui la politica nostrana è affetta da anni. Si tratterebbe di affidare alla Polizia Postale il controllo delle bugie: l’attività di pattugliamento sulle notizie avverrà, per dirla con le parole del Ministro, attraverso “un team dedicato del Cnaipic [che] le verificherà attentamente attraverso l’impiego di tecniche e software specifici e, in caso di accertata infondatezza, pubblicherà una smentita.”

In attesa di capire quali siano queste tecniche e questi software varrà la pena ricordare che la Polizia Postale, alla quale la politica intesta da anni responsabilità via via crescenti visto che la vita degli italiani si sposta comunque verso gli ambienti digitali (l’altro refugium peccatorum è Agcom), è da anni sottofinanziata. Le sedi periferiche sono state chiuse per ottimizzare i costi e la capacità della Postale di essere presente online, con tecniche e propri software è rimasta quella di inizio secolo quando il Ministero annunciò con squilli di trombe la possibilità per i cittadini di presentare finalmente una denuncia online.

Vale la pena di dare una occhiata alla attuale pagina web che consente agli italiani di sporgere denuncia online. Basterà un’occhiata al volo al design, ai font, ai colori, per capire che è stata anch’essa scritta da “chiunque”. Aggiornata l’ultima volta (recita il sito) nel 2004 è puro gigantismo senza senso, utile solo a far perdere tempo a cittadini perfino più sprovveduti di chi ha immaginato quindici anni fa quel servizio. Ovviamente non esiste la possibilità di presentare una denuncia online ma solo la registrazione di una serie di dati che potranno essere consegnati in Questura all’atto della presentazione della normale denuncia.

Gigantismo e incompetenza: buona parte dell’approccio dell’amministrazione e della politica italiana ai temi del digitale è lo stesso da anni. Eppure ogni giorno un Ministro della Repubblica, un manager di alto grado o un burocrate immobile ci spiega come questo Paese sia all’avanguardia e detti la linea al resto del mondo sulla trasformazione digitale. E mai una volta che ci sia qualcuno che abbia la decenza di guardarsi intorno, osservare l’esistente, sbirciare la polvere sul bordo di quei vecchi PC color crema, e finalmente decidere di starsene zitto.

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