La differenza fra i troll e Salvini

La parola troll viene oggi distorta in due maniere molto differenti. Dal punto di vista del linguaggio è ormai da moltissimi utilizzata come sostitutivo di hater e questo è un peccato. È una dinamica che abbiamo già visto applicata a un altro termine esoterico nato negli ambienti digitali: la parola hacker ha assunto negli anni una connotazione negativa (la stessa che un tempo era descritta dalla parola cracker) che nessuno potrà più cancellare. Che sia colpa dell’ignoranza dei media o di qualcosa d’altro la lingua è fatta così, la vecchia battaglia per spiegare l’esistenza e il senso dell’etica hacker si è schiantata contro il muro del sentire comune.

Alla parola troll sta accadendo lo stesso: il processo di imbarbarimento del senso è ormai sufficientemente ampio e condiviso: perfino il Guardian mesi fa ha utilizzato la sostituzione troll/hater già dal titolo di un suo articolo. A questo punto il danno sembra fatto: chiunque domani userà Internet per offendere qualcun altro sarà bollato come lurido troll perché anche la lingua, un po’ come tutto il mondo attorno, procede per continue brusche semplificazioni e la raffinata immagine dell’elfo inconcludente che passa il tempo a cercare di farsi notare disturbando le conversazioni altrui semplicemente non fa più parte di noi.

Sui troll e la celebre locuzione “don’t feed the troll” sarà forse utile un ulteriore distinguo. Non dare corda ai troll fa parte di una dinamica di rete costruita su relazioni paritarie. Quando tutti siamo uguali e siamo immersi dentro discussioni pubbliche basata sui contenuti espressi, individuare e lasciare a margine i disturbatori fa parte di un’essenziale procedura di cancellazione del rumore di fondo. Don’t feed the troll è insomma una forma di ecologia ambientale per mantenere per quanto possibile alto il livello della discussione. Ben difficilmente potrà essere applicata dentro dinamiche differenti.

 

Quando Matteo Salvini posta la sua foto a pancia nuda davanti al barbecue o il Codacons rilascia un comunicato stampa nel quale ci informa che denuncerà Corto Maltese per istigazione al fumo, credo non sfugga a nessuno il mediocre ragionamento provocatorio retrostante. Si tratta del resto di uno schema che tutti usano prima o poi e di cui la politica per prima si è impadronita da tempo. Ma simili scelte, che intendono scatenare generiche reazioni, non sono relazioni fra pari, sono forme di comunicazione alto-basso nelle quali il basso incidentalmente siamo tutti noi; noi siamo il megafono. E questo allora sembra essere il punto: parlarne o tacere? stigmatizzare o far finta di niente?

La differenza fra i troll e Salvini è che i primi sono là a far niente, il secondo invece ha un progetto. La mia idea di rete è che i troll vadano ignorati, lasciati alla loro marginalità, e che i Salvini invece – se il loro progetto non ci piace o ci pare pericoloso – vadano ripresi e sottolineati, vadano raccontati e canzonati, perché solo queste sono le armi che abbiamo, la misera fionda del piccolo digitale verso il grosso analogico.

Tutta la vecchia retorica dell’intelligenza connettiva si basa del resto su questo, su un’aspirazione educativa che oggi forse può anche far sorridere. Se saremo molti, connessi e attenti, se saremo moderati e intelligenti, se saremo educati, se li sapremo raccontare, i Salvini o i Codacons alla fine appariranno per quello che sono; se invece il nostro impegno di collegare i pensieri sarà piccolo e controproducente, se servirà a dare fiato ai superficiali piuttosto che informare i più deboli, allora probabilmente avremo dato da mangiare ai troll.
Anche se non erano troll, anche se dentro l’ecologia dei sistemi digitali quella dinamica andrà archiviata come una vittoria del potere centrale sui sistemi distribuiti, la coda cortissima di una economia della conoscenza in cui il grande e grosso vince sempre e comunque. Vince su Internet, esattamente come avveniva prima sui vituperati vecchi media che così tanto volevamo cambiare.

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