Piano scuola digitale: 5 pezzi facili

A Roma qualche giorno fa il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca ha organizzato un evento per fare il punto sul Piano Nazionale Scuola Digitale a venti mesi dalla sua messa in opera. PNSD è stato – di fatto – l’unico atto formale significativo del Governo Renzi sui temi del digitale e poiché si tratta di una iniziativa fondamentale per il Paese che rischia di impantanarsi come tutte le altre provo a segnalare cinque punti che secondo me andrebbero considerati

1- Connettività

Ho ascoltato con discreto fastidio le parole del sottosegretario Giacomelli sui grandi risultati degli ultimi anni del piano ultrabroadband e, più in generale, sui successi digitali del governo Renzi. Il mio parere al riguardo è noto e esula in gran parte dalla discussione odierna. Per cui, una volta sottolineato che le parole di Giacomelli non hanno alcun riscontro concreto, evito ogni polemica e mi concentro sul tema connettività a scuola. I dati dell’Osservatorio annunciati (50% circa delle scuole cablate) sono come al solito da prendere con grande cautela. A meno che non si stabiliscano criteri di minima sulle caratteristiche tecniche della connettività, con simili statistiche si potrà fare ciò che si vuole. Per capire come sono connesse a Internet le scuole italiane occorre domandarsi intanto quante classi (non scuole) sono connesse e a quale velocità. Temo che se i criteri fossero questi il numero di istituti adatti oggi alla didattica digitale si ridurrebbe di moltissimo. L’azione strategica del governo (se ne avesse avuta una) al riguardo poteva essere chiara già 3 anni fa, quando Renzi esordì al governo investendo 2 miliardi per l’edilizia scolastica. Connettere in fibra tutte le scuole italiane era una enorme priorità per il Paese con il più alto digital divide culturale in Europa ma ovviamente nessuno ci ha pensato. Eppure cablare le scuole era edilizia a tutti gli effetti. Servivano connessioni dedicate, pagate dallo Stato, per mettere in sicurezza, oltre ai muri delle scuole dei nostri figli, anche il loro futuro didattico. Serviva (e serve) una banda adeguata (almeno 1 gbps simmetrici per ogni istituto) che è la premessa indispensabile per ogni Piano per la Scuola Digitale. Questo tre anni fa. Oggi il sottosegretario alle Comunicazioni viene ad annunciare un “voucher” da 5000 euro che le scuole italiane potranno utilizzare per la connessione a Internet a 100 mbps entro il 2020. Se vi serve una rappresentazione plastica del fallimento delle politiche digitali del governo la potrete trovare in questo bando tardivo e ridicolo. Ricordo, per inciso, che connettività a 100 mbps nel 2020 è l’impegno dell’Italia con la UE per tutte le case di tutti gli italiani.

2- Comunità

Il PNSD sottolinea di continuo i temi di contaminazione digitale che intende perseguire. Si tratta di un approccio forse un po’ ingenuo ma certamente in buona fede. Tuttavia le buone intenzioni non bastano. Se bastassero le cose accadrebbero da sole, senza bisogno di duecento pagine di strategia per la scuola del futuro scritte da un Ministero. Nei programmi della Ministra Fedeli per la ripartenza del PNSD la cifra più rilevante stanziata è quella di 140 milioni per “laboratori professionalizzanti in chiave digitale”. Ora a parte l’uso demenziale della lingua italiana, e a parte l’esiguità della cifra se spalmata sulle 8000 scuole italiane, per quanto riguarda il “fare rete” la figura centrale del Piano è il cosiddetto animatore digitale. Un insegnante, in ogni scuola, che si dedichi alla diffusione dei temi della didattica digitale. Una buona idea che dopo 20 mesi è già morta o quasi per una semplice ragione: perché secondo il Piano questo lavoro dovrà essere fatto a titolo gratuito. Questo è un altro serio problema politico della strategia per la scuola digitale: i soldi stanziati, spesso molti soldi, vanno in direzioni prestabilite, in genere dove potranno immaginarsi commesse esterne e proficue collaborazioni pubblico-privato. I corvi del grande business (burocraticamente denominati stakeholders con un termine che sembra creare perfino meno imbarazzi di ”laboratori professionalizzanti”) volano in cerchio sopra il Ministero ben sapendo che nessuno mai da quelle parti decide di retribuire competenze e voglia di fare dei migliori fra gli insegnanti. Che certo potranno fare comunità, diffondere spesso faticosamente cultura digitale e competenze ma che lo dovranno fare gratis.

3- Formazione

Strettamente collegato a quello degli animatori digitali c’è il tema della formazione. Lo dico brutalmente ma l’idea di formare digitalmente tutti gli insegnanti italiani (un classico dell’approccio sindacale ai problemi culturali dentro la PA) è un errore macroscopico. O meglio è un gigantesco spreco di denaro pubblico. Occorrerebbe avere il coraggio di dire che le competenze digitali non possono essere trasmesse a forza a una platea di insegnanti spesso molto anziani, spessissimo orgogliosamente digital divisi. So bene che è politicamente scorretto ma quei denari andrebbero investiti in buona parte in due flussi differenti: nell’incentivazione delle buone pratiche digitali nella scuola (tradotto: soldi agli insegnanti che usano la rete per la didattica) e nella previsione formativa per gli insegnanti del futuro. Abbiamo bisogno di nuovi insegnanti che siano forniti di solide competenze digitali, i quali si uniranno domani a quelli che già oggi (e sono moltissimi) credono ad una didattica che abbandoni le fotocopie per usare la rete. Il tempo farà il resto.

4- Educazione civica digitale

La Ministra Fedeli ha annunciato per l’autunno, previa istituzione dei soliti barbosi tavoli di”esperti”, non meglio precisate iniziative per introdurre “strutturalmente” l’educazione digitale nei programmi scolastici. Si tratta di un’ottima idea che aspettavamo da tempo ma che ora rischia di scontrarsi con le oggettive difficoltà della sua messa in opera. Con la possibilità concreta che, partendo da una buona idea, si creino danni maggiori del non far niente. Fedeli stessa in alcune sue uscite pubbliche ha reso evidente la sua discreta confusione (o quella di chi le ha scritto i discorsi) al riguardo. L’educazione digitale non è parlare in classe delle fake news con l’approccio moralistico che ha dedicato al tema la gran parte dei media italiani nell’ultimo anno, non è occuparsi dell’odio online o del cyberbullismo con i toni paternalistici e disinformati della Polizia Postale o dell’associazionismo interessato (in tutti i sensi) al tema. L’educazione civica digitale è fornire agli studenti un alfabeto, dotarli di una bussola: gli strumenti perché ciascuno di loro possa autonomamente districarsi nella complessità degli ambienti digitali. È un tema centrale e difficilissimo: il rischio che in Italia una simile occasione diventi la sfilata imbarazzante dei soliti noti è concreto e pericoloso.

5- BYOD

Ultima questione: cerchiamo di volare bassi e lasciamo perdere la retorica del “bring your own device” (altro inglesismo evitabile). Comprendo le ragioni di economia che sottendono la messa in campo di una simile idea nel Piano (se gli studenti usano i loro device poi la scuola non dovrà acquistarli per loro) ma occorrerebbe procedere per gradi. Specie fino a quando le classi non saranno opportunamente connesse sarà sufficiente una dotazione di minima in ogni classe: una LIM e una connessione decente. E se poi vorremo immaginare più complesse strutture didattiche si potrà vedere caso per caso (ci sono già in giro per l’Italia molti esperimenti interessanti) ma l’idea di Fedeli di cancellare la vecchia direttiva Fioroni che limita l’utilizzo dei cellulari in classe (per consentirne l’uso didattico durante le lezioni) è semplicemente sbagliata e crea più problemi di quanti non ne risolva.

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