Tenere Boldrini e i suoi odiatori lontani da Internet

Il presidente della Camera Laura Boldrini in fondo non ha mai smesso di ripeterlo. Fin dai tempi di una sua contestatissima intervista a Repubblica ha sostenuto – con giri di parole ed eufemismi più o meno ampi – che per l’odio in rete servano più regole. Si tratta del resto di un punto di vista molto condiviso, diretto ed elementare.

Al di là del titolo di quell’articolo, su cui si discusse molto e che evidentemente non può esserle attribuito, Boldrini già in quell’intervista di 3 anni fa espresse con forza il suo pensiero:

So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada

Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire”.

Parole che utilizzano il linguaggio usuale e confortevole della politica per ripetere un concetto elementare che non ha inventato Boldrini e che abbiamo ascoltato molte volte in passato. Frasi che potrebbe essere così sintetizzate:

“Internet è bellissima, utile, inevitabile, ma la politica deve in qualche maniera regolarla.”

Nei giorni scorsi Boldrini – in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne – ha pubblicato sui suoi profili social una piccola quantità dei peggiori insulti che ha ricevuto su Internet nelle ultime settimane. Frasi raccapriccianti e inaccettabili, capaci di provocare istantaneamente l’indignazione e la condivisione da parte di chiunque le legga. Frasi intestate, con nome e cognome di chi su Facebook le ha pronunciate, finite sulle pagine dei quotidiani in una esposizione mediatica che quasi tutti sostengono come inevitabile e giusta.

In un tweet successivo Boldrini ha fatto sapere che la prossima settimana vedrà i vertici di Facebook per discutere del problema dell’odio in rete.

 

Intervistata da La Stampa ha poi raffreddato gli entusiasmi di chi in quel tweet aveva visto un piccolo segno nella giusta direzione per ribadire la necessità di regolare Internet con leggi dello Stato :

«Mettere regole è un compito delle istituzioni, non delle aziende»

E questa frase virgolettata, che mi pare riassuma ancora una volta il Boldrini-pensiero, spero eviti domani il solito birignao fra quello che si dice e quello che si intendeva dire.

Stefano Menichini, capo relazioni esterne della Camera dei Deputati, segnala su Twitter un articolo del Guardian nel quale si fa notare che nelle settimane successive all’omicidio di Jo Cox in Gran Bretagna sono stati pubblicati circa 50.000 messaggi d’odio verso la parlamentare uccisa. Tuttavia nessuno in UK immagina che il problema dell’hate speech si risolva con la politica che immagina nuove regole per il web; nessuno da quelle parti pensa per ora a soluzioni tanto elementari, semplici e sbagliate. Si parla invece in quell’articolo di politiche di integrazione, di studi accademici dell’odio in rete, di training sui social media da immaginare nelle scuole, di accordi con le piattaforme social per velocizzare le risposte tecnologiche ai messaggi d’odio.

Repubblica ha pubblicato oggi una bellissima intervista di Cristina Nadotti a una delle donne che Boldrini ha esposto all’attenzione di tutti gli italiani nella sua iniziativa mediatica per affrontare l’odio in rete.

Da quanto tempo è iscritta a Facebook?
“Neanche un anno. Prima avevo un telefonino semplice, ma sentivo mia cognata che stava su Facebook. Mio figlio ha cambiato il suo e mi ha dato questo nuovo (tira fuori il telefono dalla tasca della tuta ndr ) mi ha iscritto lui. La sera, quando finalmente riesco a sedermi, mio marito vuole guardare sempre i programmi di politica e allora io mi metto su Facebook”.

Come sceglie che cosa leggere e condividere?
“Vedo quello che mi appare, mi trovo delle cose davanti perché le mettono gli amici, le leggo e se mi piacciono metto un commento, una faccina oppure vado avanti” .

Si tratta di un documento prezioso, che racconta prima di ogni altra cosa il contesto culturale di molta parte dell’accesso a Internet in Italia. Dove “l’emergenza italiana”, per dirla con le parole del Presidente della Camera, non è solo nella quantità di messaggi di odio ma soprattutto nel divario digitale di chi si connette quasi esclusivamente a Facebook attraverso i piccoli schermi dei cellulari e con competenze minime.

Servirà, nei casi peggiori, semplicemente che i cittadini denuncino per minacce e diffamazione altri cittadini che li hanno offesi in rete, esattamente come accade quando ci si offende al bar o sul posto di lavoro, magari senza bisogno di ripubblicare offese e minacce a sostegno della propria indignazione.
Servirà – soprattutto – per rendere Internet migliore in Italia, connettersi meglio e con maggior competenza. Servirà parlare di digitale nelle scuole e sui media: solo così sarà possibile trattare l’odio in rete (una variabile che non sarà possibile annullare comunque) nella miglior maniera possibile. Solo così potremo da un lato tenere a freno su Internet la quota peggiore dei nostri sentimenti e dall’altro ridurre a più miti consigli le idee intimamente reazionarie di molta della politica di questo Paese: di chi osserva, non capisce, spara giudizi e invoca ogni volta la mannaia del legislatore sulle nostre relazioni digitali.

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