Politica delle reti per principianti

Politica delle reti per principianti
(Gentile Presidente del Consiglio dico a Lei)

La politica delle reti è facilmente riconoscibile. È quella politica che in Italia negli ultimi vent’anni (da quando la rete ha un valore) nessuno ha mai fatto. La percezione di quel valore è mancata. Vent’anni fa, dieci anni fa, cinque anni fa e OGGI.

La percezione che manca è questa: le reti digitali sono lo strumento (non “uno degli strumenti”) per risollevare il nostro Paese. Sono un valore ovunque nel mondo ma sono un’occasione specie per i Paesi più deboli ed arretrati. Per esempio noi.

La politica delle reti è azione politica. Non la fanno le aziende tecnologiche e non la fanno i cittadini. Non la fanno le aziende per ovvie ragioni di business e non la fanno i cittadini per ovvie ragioni di indirizzo strategico. La politica delle reti la fanno i governi ed i parlamenti. Servono governi e parlamenti forti. Per molti anni i governi ed i parlamenti italiani (dal D’Alema di Colaninno in qua) hanno sostenuto che la politica delle reti si sarebbe fatta da sé. Bastava il libero mercato delle TLC e bastava l’interesse dei cittadini per i prodotti tecnologici. Avevano torto. E ora non è interessante chiedersi se quella del mercato che modula i diritti era una furbizia dolosa o se quei signori erano semplicemente degli sprovveduti.

La politica delle reti ha molti nemici, come accade spesso quando la politica si occupa degli interessi primari dei cittadini. È osteggiata da tutti perché la visione che propone scardina i poteri acquisiti. E i poteri acquisiti in Italia sono quasi impossibili da scardinare. Incide sugli interessi dell’apparato burocratico, dei sindacati, degli insegnanti, dei medici, degli editori, dei commercianti, dei magistrati, dei tassisti… (proseguite voi). Cerca di imporre cambiamenti che sono indispensabili ma che nessuno vuole. Nessuno tranne i cittadini nel loro complesso. Ma i cittadini non lo sanno e nessuno glielo racconta. E se qualcuno glielo racconta in genere anche loro fanno orecchie da mercante.

La politica delle reti è immaginare il digitale come una lente attraverso la quale oggi passa tutta la nostra vita e domani quella dei nostri figli. È una specie di mondo al contrario dove gli occhiali li portano prevalentemente i giovani e gli anziani invece ci vedono benissimo. Solo che ciò che gli anziani osservano dalla stanza dei loro inutili bottoni è un mondo che nel frattempo è finito. La politica delle reti è indossare tutti quegli occhiali per capire dove diavolo stiamo andando.

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. Varrebbe la pena di farci un convegno.

Una volta preso atto della nostra situazione la politica delle reti è chiedersi cosa fare concretamente per uscirne: il prezzo che paghiamo ogni giorno in termini di mancata innovazione è altissimo. Senza lente digitale tutto peggiora: i servizi, i trasporti, l’efficienza dello Stato, l’informazione, la cultura. In molti di questi campi siamo già oltre i livelli minimi continentali. Anche se facciamo finta di no.

La politica delle reti oggi è occuparsi del divario digitale. Investire soldi per ridurlo. Soldi veri, per avvicinare i cittadini ad un paio di occhiali. Ci servono infrastrutture digitali migliori e che raggiungano tutti (certo), ci servono scuole contemporanee (certo) ma ci serve soprattutto una consapevolezza collettiva. Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia. Una rete ultrabroadband si può forse organizzare ma cambiare la testa e gli occhi delle persone richiede sforzi assai maggiori. Senza quegli occhi e quelle teste la fibra in tutte le case servirà a poco.

La politica delle reti oggi, prima di tutto in Italia è domandarsi cosa possimo fare perché il digitale entri al più presto dentro di noi, avendo coscienza che senza quello tutto il resto sarà inutile. Nulla che possa essere risolto in una legislatura. Niente che possa campeggiare in grassetto dalle slide di un cronoprogramma. La politica delle reti è una faccenda del lungo periodo: per questo andrebbe iniziata subito.

La politica delle reti è oggi l’atto politico più alto che possiamo provare ad immaginare. L’unica maniera contemporanea per riunire il governo del Paese all’interesse vero di tutti i cittadini.

E comunque no, non porta voti, al contrario ne mette in pericolo molti. E comunque sì, non possiamo farne a meno. Un bel guaio insomma.

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