La dittatura dei dati

Lo aveva compreso molto bene e con anticipo Julian Assange qualche anno fa: nella società dell’informazione una delle poche forme di riequilibrio sociale possibile è l’intervento attivo dei cittadini che svelano i segreti e portano alla superficie le malefatte del potere.
I governi utilizzano di solito termini appositi, quasi sempre spregevoli, per descrivere simili azioni: parlano di delatori, invocano la sicurezza nazionale, la patria, nei casi peggiori sospettano improbabili “collaborazioni col nemico”. Il nemico quasi sempre non c’è, è un nemico immaginario, utile alla enorme macchina del controllo per giustificare sé stessa e le proprie miserevoli azioni.

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Ieri pomeriggio davanti alla metro di Camden Town c’erano due attivisti che reggevano una enorme foto di Bradley Manning e distribuivano volantini. Il suo processo si sta celebrando in questi giorni presso una corte marziale in USA. Manning rischia l’ergastolo per aver passato a Wikileaks informazioni sensibili per la sicurezza americana: il procuratore che lo sta accusando sostiene che rivelando simili segreti, talvolta riferiti a crimini di guerra compiuti da soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq come nel caso di Collateral Murder, Manning stava aiutando il nemico. Tutti i giornali del mondo, come scimmie ammaestrate, titolano che Manning era colluso con Al-Qaeda, con una leggerezza e una spavalderia che fa pena. Dire la verità, raccontare i fatti che i cittadini dovrebbero conoscere, diventa così, come fosse un refuso tipografico, una forma di pericolosa intelligenza col nemico.

Con la stessa logica collabora col nemico anche la gola profonda che nei giorni scorsi ha spifferato al Guardian la notizia che l’NSA, l’agenzia per la sicurezza americana, sta raccogliendo i tabulati di tutti i clienti di Verizon, una delle principali società telefoniche americane. Non stiamo parlando di tracciare i cattivi per tutelare la sicurezza dei cittadini buoni, ma di disporre liberamente di una enorme quantità di informazioni su tutti i clienti di Verizon. Gli usi che potranno essere fatti di simili dati sono tanto ampi quanto impossibili da prevedere. È un lungo filo di tecnologie di controllo, mai del tutto confermate, che viene da Echelon ed arriva ai giorni nostri. La bulimia di informazioni che i gendarmi della società digitale pretendono è ormai associabile alla legge di Moore, aumenta esponenzialmente con l’aumentare della potenza di calcolo.

Dobbiamo proteggere gli spifferatori (purtroppo una traduzione decente in italiano per whistleblower non mi pare esista), scrive Bruce Schneiner su The Atlantic in un pezzo molto lungo e molto bello che elenca il numero impressionate di informazioni che l’amministrazione USA tiene segrete ai cittadini senza averne titolo: coloro che decidono di diffondere a proprio rischio simili notizie – dice Schneiner – sono la risposta morale all’immoralità del potere. Sono la speranza di tutti per una società migliore.

Assange prigioniero a Londra nell’ambasciata dell’Ecuador, Manning davanti alla corte marziale dopo esser stato lasciato per 500 giorni a marcire in una cella di isolamento, e Obama che nei prossimi giorni dovrà trovare una qualche maniera per giustificare pubblicamente ciò che tutti sussurrano da anni, vale a dire che gli USA spendono enormi quantità di denaro pubblico (in realtà nemmeno questo è dato sapere) per spiare i propri cittadini nelle mille maniere possibili fra quelle che la tecnologia oggi consente e probabilmente anche qualcuna in più. E non c’è nemmeno un efferato attentato a portata di mano per far leva sull’ansia popolare come nel caso del Patriot Act di George Bush. In ogni caso, qualche minuto dopo, girato l’angolo della credulità popolare, Obama e i suoi fratelli escono ad insegnare al mondo quali siano i sacri principi della trasparenza e della democrazia.

Così, lo scriveva proprio Assange sul New York Times di qualche giorno fa, le tecnologie informative sono buone e sante per le primavere arabe ma diventano un pericolo se utilizzate in casa propria.

Chiunque sa cose parli, è ormai l’ultimo presidio possibile delle nostre democrazie elettroniche. L’unica maniera per riscattarci dalla nuova dittatura dei dati.

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