L’orrore, la rete e i giornali

Molti anni fa su un sito di orrori splatter tipo Rotten vidi una foto che non ho mai dimenticato. In un parcheggio di un qualche supermercato centroamericano, al termine di una battaglia fra bande di narcotrafficanti, i vincitori avevano schierato le teste dei vinti, una decina di teste di giovani uomini decollati, posizionandole artisticamente sul cemento. Una cosa geometrica: tipo gli scacchi di Marostica.

L’orrore visto su Internet – c’è poco da fare – non è lo stesso orrore che sperimentiamo nella vita reale. Può essere gestito con i tempi dei palinsesti televisivi, trattato come un contenuto qualunque e non subìto (come purtroppo capita) improvvisamente sopra la propria pelle o su quella dei propri cari. La gestione di simili contenuti diventa così un banco di prova della nostra attitudine ad essere animali pensanti, dotati di quel raziocinio minimo che ci permette di scegliere cosa guardare e cosa no. I siti web di orrori e mutilazioni sono inoltre una piccola palestra delle attitudini democratiche: non è un caso che anni fa, in una delle sue comiche uscite mediatiche, una nota associazione italiana per i diritti dei consumatori chiese ad un pretore romano di chiudere proprio Rotten.com, sito web indecente che mostra immagini orribili su Internet dal 1996 sotto l’ombrello del Primo Emendamento.

Io non ho mai più aperto quel sito da allora, nonostante questo gli autori di Rotten dichiarano qualcosa come 15 milioni di pagine viste giornaliere. Da questo imbarazzante successo di pubblico potrete far discendere tutte le considerazioni che vi pare.

In realtà mi sono un po’ incartato in questo discorso sull’orrore in rete perché era mia intenzione commentare una foto che non vi mostro: si tratta della foto di Steve Jobs cachettico apparsa in rete nella giornata di ieri. Tutto questo dissertare sull’orrore mi serviva come premessa.

La premessa al fatto noi abbiamo bisogno di qualcuno che filtri l’orrore che è disponibile online lasciando intatto tutto il resto intorno. Il resto intorno sono molte cose piuttosto importanti: la nostra prerogativa di essere informati su tutto, il racconto accurato dei fatti che accadono (anche di quelli terribili) senza inutili orpelli moralisti lasciati alla sensibilità del giornalista di turno. La formula secondo la quale “si tratta di una immagine orribile ma abbiamo deciso di mostrarvela ugualmente” è un paravento molto ampio, dietro al quale si nascondono spesso dinamiche non troppo edificanti. Per esempio quelle che hanno a che fare con i 15 milioni di utenti di Rotten.

Mi ha fatto piacere che Il Post abbia scelto di non accennare a quell’immagine (a differenza di molti altri giornali italiani, Repubblica e Ansa compresi). Quella immagine – anche non fosse stata falsa come probabilmente è – non era informazione, non raccontava nulla di cui non sapessimo già. Era solo un indecente sguardo dal buco della serratura del momento più terribile della malattia altrui: uno di quegli orrori privati che la vita prima o poi ci riserva e che ciascuno di noi vorrebbe mantenere fuori dall’occhio famelico del pubblico pagante. Anche nel caso di persone universalmente note come Steve Jobs.

L’orrore, la malattia e la morte esistono, Internet ne dà conto in una maniera inedita e potente come nessun media ha fatto prima di ora. Talvolta c’è da rimanerne sconvolti. Opporsi a questo è stupido ed è inutile negare che Rotten.com abbia un senso. Anche se non ci piace, anche se non sarà difficile incontrare, anche subito domani, un prevedibile censore che chieda a gran voce al giudice di vietarcene la visione. Non ho intenzione di guardare altre foto di narcos artisticamente decapitati in futuro e sono abbastanza certo che nessuno vorrà impormi una simile visione. E non mi interessano foto di Jobs ad un passo dalla fine, che ovviamente esistono ed esisteranno e verranno sparse in rete con dovizia di segnalazione. Ho scelto di pagare dei professionisti per evitarmi un simile spettacolo. Gente che sappia cosa è una notizia e cosa no. Sono soddisfatto quando fanno il loro dovere.

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