Chi va in piazza per la Rete

La libertà di espressione in rete è un tema di tutti. Non può essere appaltato a nessun gruppo politico in particolare, tantomeno ad agitatori di professione. Quando questo accade, quando, come sta avvenendo in questi giorni, la mobilitazione in rete contro AGCOM viene riconosciuta prima di tutto come spunto di contrapposizione politica e inserita nella retorica spicciola degli schieramenti, chi lo fa causa un danno alla rete intera ed alle sue opzioni.

Del resto, chi avesse scelto negli ultimi quindici anni di seguire i temi delle minacce alla rete da parte del “potere”, saprebbe perfettamente che nulla di significativo è mutato da quando al posto di Berlusconi e Romani, c’erano Prodi e Gentiloni, o Amato e Cardinale: nessun equilibrio sostanziale è stato spostato dal colore politico degli spingitori di bottoni. Certo oggi il cinico ardimento del decreto Romani non trova riscontri nel passato ma è faccenda squisitamente estetica, la sostanza degli equilibri in campo è rimasta la medesima. Sulle questioni che riguardano la regolamentazione di Internet gli interessi diffusi dei cittadini italiani (di tutti i cittadini) sono storicamente da una parte, la politica e l’industria sono invece dall’altra.

Un certo numero dei “personaggi” che domani a Roma parteciperanno alla manifestazione contro il bavaglio alla Rete, sono uomini di potere che quando potevano agire a favore della libera espressione in Rete non l’hanno fatto. In qualche caso di particolare “facciatostismo” hanno perfino partorito provvedimenti legislativi a loro nome contro l’interesse dei cittadini in rete, poi se ne sono dimenticati e domani scenderanno in piazza contro quella stessa censura in rete che hanno contribuito a far crescere. Non farà qui la contabilità, l’ho gia fatta troppe volte, mi interessa invece un tema più generale: fino ad oggi la politica e la rete Internet sono state in Italia su schieramenti opposti, non vedo alcun segnale che ci informi del fatto che qualcosa sta cambiando.

Forse è questa la ragione per cui queste forme di mobilitazione in rete non mi convincono troppo: non sono quasi mai espressione di una spontanea discesa in campo dei cittadini, assomigliano invece ad una sorta di santorizzazione dei temi della politica delle reti. I meccanismi di proselitismo sono molto simili a quelli televisivi, si raggruppano un po’ di nomi noti a caso (Margherita Hack? Franca Rame? Flavia Perina?) e si fa ampio uso di aggettivi impegnativi e drammatici (censura, bavaglio, eccetera), si aggiungono alcuni movimentisti di professione, si mescola il tutto con un buon numero di brave persone che tengono davvero ai temi in gioco e la discesa in campo del “popolo della rete” contro la censura in Rete è pronta. Anche Repubblica del resto sfrutta da tempo meccanismi simili di proselitismo online.

Al posto di Annozero c’è Facebook, al posto di Sandro Ruotolo fra i cassintegrati c’è la petizione online firmata da decine di migliaia di clickattivisti (l’ho firmata anch’io, che credete), domani forse ci saranno un po’ di persone in piazza, di sicuro i giornali ne parleranno e perfino il presidente della Camera avrà nel frattempo pronunciato qualche bella parola sui diritti dei cittadini italiani su Internet.

Poi dal giorno successivo tutto tornerà come prima perché senza una coscienza diffusa e personale di migliaia di cittadini (tutti, anche quelli che pensano che Berlusconi non sia in fondo malaccio) innamorati dei propri diritti, simili decisioni continueranno ad essere prese altrove. E gli interessi tutelati continueranno ad essere prima di tutto altri. Differenti dai nostri e probabilmente anche da quelli, misteriosi ed imperscrutabili, di Margherita Hack.

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