Chris Anderson ebbe qualche anno fa una bella idea. Inventò la coda lunga, concetto dotato di grafico accluso capace di spiegare molte cose del nuovo ecosistema della distribuzione dei contenuti su Internet.
La coda lunga, in quattro parole per i non addetti, dice che con Internet finisce l’economia della scarsità, perchè molti beni possono viaggiare in un formato digitale duplicabile a costo molto basso e come tali possono essere resi disponibili fuori dalla dittatura dello scaffale (un fenomeno fisico legato all’incompenetrabilità dei corpi che sta alla base del mercato di massa). Con la long tail inizia insomma l’economia dell’abbondanza e delle nicchie di interesse. Si aprono nuovi orizzonti culturale per ogni tipo di minoranza, in ossequio alla polverizzazione dei bit sui vari nodi della rete.
Tutto molto vero e abilmente categorizzato, un po’ meno forse la parte strettamente economica del modello, che è stata in questi anni spesso e solidamente contestata. Nell’enorme mercato digitale capace di riconoscere e servire le nicchie di interesse, laggiù in fondo al grafico della coda lunga, i blockbuster, che abitano la parte più ripida del diagramma, continuano ad averla vinta e a generare più interesse e denaro di quanto Anderson non avesse a suo tempo profetizzato. E pazienza, nessuno è perfetto (lo dice anche Steve Jobs).
Dopo la meteora brillante della Long Tail (un libro di successo, un blog molto seguito, traduzioni, conferenze ed interviste in tutto il mondo) abilmente sfruttata come solo gli americani sanno fare, il buon Chris individua un secondo filone in grado di consolidarne la fama di tecnoveggente illuminato. Il secondo libro della sua carriera di editorialista di fama ha la sfortuna di uscire col titolo sbagliato (Free) nel momento sbagliato (la grande crisi economica del mondo editoriale planetario). Il libro è ancora una volta in bilico fra illuminismo digitale e un po’ di sano pragmatismo capitalistico e non cuoce nessun nuovo piatto che non si fosse già assaporato in precedenza (ma cucinato meglio) per esempio negli scritti di Kevin Kelly.
Internet è il luogo della gratuità e della condivisione ed i modelli economici per la distribuzione dei contenuti non potranno non tenerne conto, dice in sostanza Free. Vallo a spiegare alle multinazionali della carta stampata che hanno appena visto i propri bilanci dimezzarsi nel giro di dodici mesi. Anderson è del resto il direttore di un mensile molto noto (Wired) e ci vuole del bello e del buono per inneggiare alla gratuità da quella invidiabile posizione.
Così, nel tentativo di far quadrare il cerchio fra una propria produzione editoriale lievemente comunista (tara legata ad un certo inevitabile progressismo di maniera da Silicon Valley) e una propria posizione professionale saldamente ancorata al capitalismo della carta, da qualche tempo a questa parte Anderson cita nelle sue interviste sempre meno la parola Free e sempre di più la parola Freemium. È comunque, ancora una volta un testo organico ad una certa idea di Internet che in molti condividiamo.
Terminate le scorribande ideali dentro il mondo della coda lunga dove piccoli raffinati appassionati di materie sepolte trovano in rete l’ambiente economico che fa per loro, da qualche tempo banalmente Anderson, dopo il Free ci propina il Freemium, che potrebbe essere sintetizzato come “Ti faccio sentire il buon profumo, poi tu mi compri il piatto succulento”. Per il profeta dell’economia dell’abbondanza già questa è una parabola mica da poco.
Poco prima dello schianto finale, a pochi centrimetri dal termine della sua ennesima acrobazia, Anderson si inventa questa ultima nuova cosa del web che – poveretto – è morto senza saperlo. Le voci vengono messe in giro ad arte settimane prima: Wired sta preparando un pezzo che farà discutere. Infine il lungo articolo esce (senza grandi sorprese Anderson ne farà l’argomento del suo prossimo libro), scritto profeticamente a due mani con un giornalista di Vanity Fair: la tesi è quella che il traffico web sia inesorabilmente destinato a calare perché i contenuti passano sempre più spesso dentro le applicazioni come quelle per iPhone o iPad, dentro i flussi di Netflix o sui server dedicati di questa o quella startup.
Il Freemium del testo precedente si trasforma opportunamente nel Premium di questa ultima teoria, a chiudere il cerchio di una traiettoria prevedibile. Pagherete tutto e pagherete subito, ci dice l’autore taroccando come può i grafici del traffico Internet raccolti da Cisco. L’ondivago Chris ci spiega che le applicazioni sono quello che desideriamo e contemporaneamente ci dice, senza dirlo, che si era sbagliato, che l’economia dell’abbondanza non esiste e che anzi, oggi esattamente come 50 anni fa, sarà l’economia della scarsità, indotta a forza dai cancelli degli aventi diritto, a far quadrare i conti del suo editore (ed incidentalmente anche i suoi).
Tutto molto bello, tutto molto americano, luccicante e vero come il Canal Grande a Las Vegas.

E’ la giravolta che lei denuncia “l’economia dell’abbondanza non esiste e.. anzi, oggi esattamente come 50 anni fa, .. l’economia della scarsità, indotta a forza dai cancelli degli aventi diritto”?
Oppure è l’affermazione iniziale “l’economia dell’abbondanza e delle nicchie di interesse;..Internet è il luogo della gratuità e della condivisione” che trova contestabile?
Se contesta la giravolta allora ammette l’affermazione che la precede?
Mi spieghi per favore come la vede lei.
La sintesi della parabola di Anderson è perfetta, davvero incontrovertibile. Mi pare che Mantellini non ami molto questo atteggiamento da guri che fa il mestiere più facile del mondo l’esperto del senno di poi – ma tutto sommato non si può dire, d’altro canto, che Anderson veda così male quando smonta la sua “long taill”, la sua coda lunga, e ammette come l’abbondanza e il gratuito non tengono in piedi le imprese e quindi neppure gli investimenti, e quindi neppure l’innovazione stessa del Web. Cosa che dovrebbe interessare a tutti.
Personalmente, sono convinto che Internet stia per passare da una robusta regolamentazione, che dovrebbe (immagino) alimentare una nuova fase di pirateria, come colpo di coda, per poi arrivare al consolidamento.
Sono troppi i miliardi di persone sul Web per pensare che siano tutti efficaci protagonisti: molti si accontentanto di essere utilizzatori finali. È un fatto. E le applicazioni, i “walled garden” – anche attorno all’informazione, si spera almeno di qualità – si imporranno sempre più. Contando su numeri altissimi e prezzi stracciati. E naturalmente una riconversione industriale e la perdita – già iniziata – di molti posti di lavoro.
La mia preoccupazione più grande è per l’abitudine alla lettura e per le relazioni umane. Moltissimi adolescenti confondono troppo facilmente il virtuale con il reale (in Giappone colpisce il 2% della popolazione), tendono all’isolamento, pensano che la prima risposta di Google corrisponda alla verità su un qualsiasi argomento.
Questa abbondanza, che assomiglia tanto alla bulimia, non servirà a nulla se i cittadini del futuro saranno talmente assuefatti da non avere la forza di cercare un po’ di più, tra le pieghe di un dato di informazione.
E il download compulsivo, di tutto (film, musica, libri) basato su modelli che non prevedono – di fatto – dei gatekeeper che non si basino su di una credibilità che assomiglia molto (troppo) all’appartenenza acritica ad una tribù, forse aumenterà i profitti degli editori – e comunque ancora di best seller – ma non migliorerà affatto la nostra capacità di lettura.
Sì, mi scopro – rileggendo il mio commento – un po’ catastrofico (apocalittico, si dice così…).. Che dire? Spero di sbagliarmi !
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è interessante notare come quella di anderson sia (fin dai tempi della codalunga) una sostanziale lettura di internet sotto la costante guida/controllo/dominio dell’economia. come se tutti gli altri aspetti – sociali, comunicativi, culturali – fossero costretti a passare automaticamente in secondo piano a ogni virata del timone economico. che è più forte di tutto. e se fosse proprio così? domanda di fondo: tutte le rivoluzioni che abbiamo visto (o creduto di vedere) in questi ultimi quindici anni erano solo il frutto di fortunate, liberali e temporaneissime combinazioni? ci siamo goduti il p2p, i blog e i tweet da teheran, e adesso possiamo passare a un po’ di sana restaurazione? ha ragione il postcomunista/neocapitalista anderson o qualcosa è davvero cambiato? quanto siamo diventati consapevoli e protagonisti (2.0! user generated content!) e quanto abbiamo semplicemente giocato, in allegro caos, in attesa del ritorno di una gerarchia verticale/commerciale?
poi, è forse ancora più interessante notare la rapidità con cui si è completata la parabola. codalunga -> free -> freemium -> apps. tutto in cinque anni, o poco più. e adesso? se mantiene questa regolarità, verso la fine del 2012 anderson dovrà scrivere un altro articolo epocale. giusto in tempo per il brindisi con i maya. :o)
p.s. la faccina alla fine doveva essere un banalissimo sorriso. mi mancano i fondamentali degli smiley. sorry.
@francesca, non sono sicuro di aver capito ;) comunque non era mia intenzione denunciare nulla, sottolineo solo la grande rapidita’ di cambio di opinione di Anderson su temi tanto importanti.
@lucacastelli, quello che sollevi e’ infatti il tema dei prossimi anni, rivoluzione o restaurazione? Come lo e’ del resto stato per i dieci anni appena trascorsi (ciao ;)
Massimo,
OK, non mi sono spiegata. Tuttavia quel che mi interessa è qual è la sua opinione. Non su Andersen ma sulla questione dell’”economia dell’abbondanza”, della “gratuità” (sono la stessa cosa?), della “condivisione”.
Ora osservi: la felice trovata dell’espressione “Long Tail” è soltanto un esempio di una discussione tutta metaforica su fenomeni profondi che non sono comparsi di colpo con “internet” o “web 2.0″. Se infatti ci liberiamo di quel linguaggio, come secondo me dovremmo fare se davvero, come dice lei stesso, si tratta di “temi importanti”, allora siamo in un campo in cui quei fenomeni (diciamo all’ingrosso: ‘self-similar networks’ e distribuzioni governate da ‘power laws’) si riscontrano in moltissimi sistemi, ed in particolare in quelli che esibiscono ‘network effects’, dunque anche in ‘reti’ astratte (cioè definite formalmente come tali). Per esempio le dimensioni delle città di una regione, la densità di studi legali o di pubs in una città, la distribuzione della ricchezza e della povertà in una economia esclusivamente governata da liberi scambi locali, la distribuzione di leaders/capetti e gregari in un movimento come Lotta Continua o il Popolo Viola, eccetera.
Questo è importante, perché in questi sistemi non c’è NESSUNA ragione di aspettarsi che, poiché ognuno può scegliere liberamente di interagire con ‘peers’ altrettanto liberi di scegliere, allora anche la struttura globale sia un “allegro caos”, come scrive qui sopra lucacastelli. Fra le ‘proprietà emergenti’ a largo raggio di un sistema come questo c’è appunto la auto-formazione di strutture ordinate ANCHE verticalmente se non necessariamente gerarchicamente. Possono formarsi anche con la più arbitraria delle ‘perturbazioni’, ad esempio il fatto che uno dei ‘nodi’ sia più assiduo (non per forza più intelligente o più dotato di talento) di un altro nella partecipazione. Possono crearsi densità e rarefazioni di pregiudizi tanto come di apertura mentale, di cazzate come di idee brillanti.
Noti inoltre – e lo sottolineo ancora – che queste proprietà sono delle reti in quanto sistemi di scambi: non è perché internet è una ‘rete’ nell’hardware che essa è una rete in questo senso, ma perché il costo di questi scambi fra ‘nodi’ è talmente basso che essi formano un sistema che esibisce ‘network effects’. Succede lo stesso fra sistemi finanziari, fra sistemi manufatturieri, fra sistemi universitari.
Le dico questo perché in mancanza di questo elemento si finisce per vedere nella preponderanza del ‘fenomeno economico’ (per riferirmi ancora a lucacastelli) una interferenza ESTERNA, un’appropriazione, una sovrapposizione arbitraria, e immaginarsi che DAVVERO la ‘rete’ sia una creazione spontanea e allegramente caotica dove regnerebbe l’abbondanza e la gratuità (e l’apertura mentale e il comunismo liberatario, ect) se soltanto i biechi sacerdoti del denaro non la invadessero. E’ esattamente il contario: precisamente perché gli scambi ‘non costano nulla’ che si formano le strutture ordinate che osserva.
Tanto più che gli scambi non sono TUTTA la storia: accedere o scambiarsi un articolo sull’economia delle reti o sulla meccanica quantistica cosa (circa) zero. Ma la produzione della “prima” copia, poi riprodotta a costo zero, NO. Quella è ancora una risorsa economicamente (non ‘artificialmente’) scarsa.
E si potrebbe continuare.
Dunque le chiedo ancora: come la vede LEI?
@Francesca, sulla long tail: ricordo che quando usci l’articolo su Wired la cosa che mi colpi’ fu quella poi rivelatasi piu’ debole: la stima di un mercato subentrante delle piccole nicchie mediato da Internet e complessivamente piu’ grande del mercato di massa. La coda era cosi’ lunga che il volume sotto di essa era maggiore di quello sotto la testa. Evabbe’, forse non era vero, ma Anderson aveva codificato in maniera semplice un cambiamento reale. Non sono sicuro che una volta sfrondato il linguaggio lo stesso modello si possa applicare ad ambienti sociologicamente complessi (mi parrebbe di no). Qui si parla di contenuti (digitali) e di distribuzione e la coda lunga per conto mio racconta bene quali e quanti sono i contenuti e dove viaggiano e a chi interessano dentro Internet.
Il fenomeno economico non e’ marginale e credo resti comunque vero che lo shift concettuale e’ quello legato alla nostra attenzione: da un ambiente dominato da domanda e offerta ad uno dominato dal filtro sull’offerta. Anche sul valore il discorso e’ complesso perche’ la “prima copia” che citi risente anch’essa della coda lunga e come tale sfugge in parte al dominio della scarsita’ (nel senso che sarà possibile trovare nicchie di contenuti analoghi numericamente maggiori a quelle in passato disponibili). E’ questa la ragione per cui secondo me Castelli (che la sa lunga sull’argomento) ha ultraragione quando osserva l’interferenza economica. Senza arrivare agli estremi che citi io continuo a essere convinto che “abbondanza” e gratuita’ siano due valori inscindibili che danno ragione della crescita della rete. Al contrario, come e’ ovvio, non nutro grande fiducia sul potere salvifico del prezzo imposto. saluti.
Caro Mantellini,
“Un giorno di dicembre, trenta righe battute a macchina, alcune telefonate a cinque sei amici, di quelli che si vedono tutti i giorni: molto diversi fra loro per professione, per percorsi politici alle spalle, per età’. Così ha inizio, l’emersione di una sinistra dispersa, isolata, diffusa, presente nella società politica”. Il 10 febbraio all’assemblea del cinema Capranica a Roma in 2500 rispondono all’appello [...] “La creazione di una nuova sinistra oggi, nel deserto della politica italiana. Al Capranica inizia la scommessa della “sinistra dei club”.
Paolo Flores d’Arcais in “Viaggio nel Cuore del PCI – inchiesta sugli orientamenti e sugli umori del popolo comunista”, allegato al numero 17 di Rinascita, del 3 giugno 1990.
“In passato si è chiesto molto spesso al cinema prima, alla televisione poi, di essere strumenti per favorire un sapere e un agire anti-moderno, anti-centralizzato. Però questi mezzi erano molto più adatti a operazioni di spettacolarizzazione, di centralizzazione. La rete invece si presta molto di più al suo contrario”.
Alberto Abruzzese, intervista qui wwwPUNTOimmobilia-rePUNTOeu/il-riformista-radicale-%C2%ABlesperienza-metropolitana-italiana-vissuta-tramite-le-televisioni-e-stata-un-cataclisma-culturale-e-politico%C2%BB/
(scrivo ‘PUNTO’ al posto di ‘.’ perché non so il commento accetta links o quanti).
“non potevamo immaginare che le regole imposte dal basso sarebbero state anche peggiori [di quelle imposte dall'alto]”
Michele Serra su Repubblica, commentato da L. Sofri nel suo blog in un post che però non riesco a rintracciare: apologies.
Lei non si domanda come mai “non potevamo immaginare”? O piuttosto perché ‘immaginiamo’ al contrario che un ‘ordine’ non possa che essere ‘imposto’, e si manifesti lungo il solo asse dell’alto e del basso? Non è un DIFETTO di “immaginazione”?, non viviamo per caso in una cultura nella quale l’”immaginazione” è in effetti al potere, solo che al di la di ogni immaginazione, perché è una immaginazione patetica, che non ha il talento delle sue ambizioni?
Non si domanda se una “operazione di spettacolarizzazione” sia davvero un’invasione esterna, senza di che senz’altro il ‘cinema e la televisione’ sarebbero strumenti “per favorire un sapere e un agire anti-moderno, anti-centralizzato”? Che non possa essere al contrario precisamente l’effetto di concepire quegli strumenti come atti a favorire “un sapere e un agire anti-moderno”, e che non ci sia nessuna ragione specifica percui “La rete invece si presta molto di più al suo contrario”?
Non la incuriosisce che D’Arcais, Abruzzese e Serra concepiscano l’avversario come “moderno e centralizzato” (pensi all’uso che facciamo sprezzantemente del termine “apparato”) affidandosi alle reti (poco importa se siano internet o fax e telefoni di ‘clubs’ o di ‘blogs’) per , e che siano contemporaneamente tutti e tre delle pop-stars delle professioni ‘intellettuali’, della ‘comunicazione’ in particolare?
Lei dice che la sola spiegazione di un fenomeno del genere è l’usurpazione delle ‘reti’ da parte dei poteri ‘moderni e centralizzati’, degli ‘apparati’ e dei ‘poteri’?
Eccole ancora due testi: uno è di un amministratore della destra berlusconiana, l’altro di un tizio al quale quel testo fa schifo perché è della destra berlusconiana. SENZA sapere chi scrive quale, riferendosi al SOLO TESTO, saprebbe dire chi scrive quale, se c’è ironia o se si fa sul serio?.
Testo 1:
“”mettere in atto una valorizzazione dello spazio città, nelle sue diverse forme creando interconnessioni tra gli attori che operano nel microsistema culturale al fine di inglobare in queste dinamiche anche coloro che ne sono esclusi e arrivando così a generare un sapere diffuso capace di fare da humus per tutti i cittadini che trovano così il terreno fertile per poter elevare [la] città”
Testo 2:
“I luoghi stanziali e i soggetti nomadi intrecciati possono creare connessioni capaci di produrre conoscenza e crescita al servizio di un territorio che torna a essere terra, da abitare poeticamente”
“interconnessioni fra gli attori” in uno, “soggetti nomadi intrecciati” nell’altro. Da dove viene l’idea che interconnessioni e intrecciamenti siano PER NATURA anti-moderni e de-centralizzati, libertari e paritari, o di ‘sinistra’ e antiautoritari?
Lei ha concluso il suo post con l’immagine dell’autenticità del Canal Grande a Las Vegas. Gliene suggerisco un’altra: si parla delle proprità delle reti come del ‘mesmerismo’ e del ‘magnetismo animale’ rispetto al magnetismo.
Se conosce il francese può divertirsi a leggere questo testo: bertrandPUNTOmeheustPUNTOfreePUNTOfr/documents/balzacPUNTOpdf
Vi scoprirà correnti ‘di sinistra’, ‘di centro’, ‘di destra’ e ‘imaginationisti’.
Rinuncio a discutere le ‘nicchie’ e i ‘fenomeni economici’ scoraggiata dall’espressione ““abbondanza” e gratuita’ s[ono] due **VALORI** inscindibili che danno ragione della crescita della rete”.
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