Perché “Io leggo perché” non funziona

È partita una nuova campagna di proselitismo per la lettura, orchestrata da una serie di istituzioni: l’AIE (associazione italiana editori), il Mibac, le scuole pubbliche, le università, l’AIB, la Rai , il centro per il libro e la lettura.

Si chiama #ioleggoperché, andrà avanti fino al 23 aprile e servirà a poco.

Lo dico con tutta questa presunzione perché ho sempre vissuto circondato dai destinatari della campagna, cioè quelli a cui leggere non piace o non interessa, e mi sono reso conto che loro la domanda ma io perché non leggo? non se la sono mai fatta nella vita, a meno che non sia stato qualcun altro a fargliela (che so, la maestra, o il professore di lettere, o al limite l’optometrista durante una visita di controllo). E anche in quei casi in cui se la sono sentita rivolgere, probabilmente hanno alzato le spalle e hanno risposto: boh, perché non mi piace.

Perciò la mia teoria è che se la domanda sul perché non si legge non ha senso, non ha senso nemmeno quella sul perché si legge.

Chiamo a supporto Francesco Piccolo, che nell’introduzione all’ultima ristampa del suo Scrivere è un tic spiega:

[…]Nel mondo ci sono due civiltà divise da un confine netto. […] Da una parte si trovano quelli che leggono e/o scrivono. Dall’altra quelli che non leggono e non scrivono, né hanno intenzione di farlo […]Da qui si può facilmente capire che le due civiltà non comunicano facilmente. Quella dei lettori-scrittori è una civiltà in minoranza, e come tutte le minoranze presuntuosa e sicura di stare dalla parte giusta. Quindi tenta di attrarre individui dell’altra civiltà per farli passare nella propria e individuo dopo individuo diventare maggioranza. Ci prova con ragionamenti tortuosi, offerte promozionali e ficcanti regali di Natale; sempre con scarsi risultati. Perché gli altri, che ascoltano ogni volta con volontà quanto sia meraviglioso diventare dei lettori, continuano a mostrarsi molto scettici.

Quindi ci sono i lettori e i non lettori, due civiltà che si ignorano finché ai lettori non scatta la voglia di convertire i non lettori.

In effetti ho detto proselitismo, ma forse ci poteva stare anche crociata, visti i toni adoperati nei video promozionali:

Mi raccomando condividi la tua passione per i libri con tutti quelli che conosci e che non leggono: io sono pronto a tutto, e tu? (Saturnino; Paolo Calabresi)

Per dar agio ad alcuni messaggeri (è il termine usato sul sito dell’iniziativa) di invogliare alla lettura chi abitualmente non legge, vengono messi a disposizione 23 titoli di narrativa italiana e straniera contemporanea, con l’unica eccezione di un saggio (Come un romanzo di Daniel Pennac).

Anche stavolta, quindi, si parte dal presupposto che chi non legge dovrebbe leggere per il suo stesso bene, e se non legge si perde qualcosa. E io sono totalmente d’accordo: chi non legge si perde molto.

Il fatto è che io non mangio la cipolla.

E da sempre, tanti di quelli che mangiano la cipolla provano a convincermi che ogni volta che rinuncio alla zuppa di cipolle, o alla cipolla al forno, o a quella arrostita o a quella che si mette in mezzo alle patate, nelle impanate e in tutte le altre mille ricette che prevedono la cipolla, io mi sto perdendo molto, moltissimo.

Non lo fa soltanto chi mi conosce poco, o così così, oppure chi mi ha invitato per la prima volta a cena in trattoria o in casa sua, no, lo fanno anche quelli che mi conoscono benissimo. Lo fa perfino mia madre, che da quarant’anni, ogni volta che mi siedo a tavola, mi spiega che sarebbe stato impossibile cucinare quella pietanza senza la cipolla, perché la cipolla è un ingrediente indispensabile, e in quel piatto niente avrebbe il sapore che ha se non ci fosse la cipolla. Perciò ogni volta che mi vede scartarla dal piatto come uno studente scansa dalla scrivania un libro, mi dice che sto andando contro i miei stessi interessi: mi sto perdendo davvero qualcosa.

E io ci credo, ne sono sicuro, me ne accorgo io stesso, e a volte provo pure a farmi violenza e ingoiare la cipolla. Però che ci posso fare? La assaggio e non mi piace, la mangio per fare contenta mia madre, o per non dispiacere chi mi sta ospitando, però, fosse per me, non la mangerei: per istinto e per inclinazione personale continuo a diffidare della cipolla, sia cotta che cruda, e nemmeno quando (devo ammetterlo) il soffritto di mia madre spande nell’aria un aroma invitante, io sento che questa mia diffidenza potrà un giorno essere vinta al punto di cucinarmi io stesso, per i fatti miei, un piatto che contiene cipolla.

Resto quindi abbastanza convinto che questo genere di operazioni non funzioneranno mai e lo si sa da prima ancora di sperimentarle: non funzioneranno perché si applicano a una questione di gusti. Leggere o ti piace o non ti piace.

Certo, esiste una quota di persone che potremmo definire lettori in potenza o lettori dormienti e che potrebbero appunto essere risvegliati alla lettura mediante il consiglio di un buon libro: gente, cioè, a cui piaceva leggere ma non lo sapeva. Tendo però a pensare che si tratti di una quota marginale, trascurabile, dei non lettori, perché a chiunque prima o poi nella vita capita di assaggiare un libro, e oggi è proprio difficile non assaggiare siti web, pagine di rivista o di giornale, blog, file in pdf, e-reader come il Kindle, fumetti e tanti, tantissimi altri stimoli in grado di innescare il piacere della lettura in chiunque, a qualunque età e in qualunque condizione economica. Sempre a patto che in te esista un’attrazione, anche minima, verso la lettura.

L’altra curiosità di questa campagna è quel perché che si trova in fondo alla frase: #ioleggoperché.

Non so se vale per tutti, però per me questo slogan, con questo suo invito a rispondere in maniera seria a una domanda un po’ assurda, ha qualcosa di melenso e di nevrotico insieme. Mi ricorda tanto le domande (melense e nevrotiche insieme) che le fidanzate fanno ai fidanzati quando se ne stanno stesi su un prato a farsi le coccole. Quelle domande come: Ma tu perché ti sei innamorato di me?

L’associazione editori chiede ai suo messaggeri: ma tu perché leggi i libri che pubblichiamo noi? 

La domanda – abbastanza pericolosa per gli editori, visti i titoli scelti – va, come quella della fidanzata, a ricercare una specie di scaturigine, un motivo profondo, la causa in potenza di una situazione ormai in atto: com’è potuto succedere? Cosa ti ha reso una persona che legge libri di narrativa?

Una domanda che sarebbe sempre meglio non porre.

Intanto perché ogni volta che un fidanzato se la sente rivolgere pensa: e già, effettivamente cosa c’avrò visto in questa qui, che ha i peli nelle orecchie e quando parla le si forma la schiumetta agli angoli della bocca? E poi perché è una domanda che più la prendi sul serio e più rischi di dare risposte spoetizzanti.

Il motivo per cui lui si è innamorato di lei, potrebbe ad esempio coincidere proprio col fatto che lei ha nelle orecchie peli flessuosi e di un bel biondo dorato e che quando parla le si forma quell’adorabile schiumetta agli angoli della bocca.

Però nessun uomo al mondo è disposto ad ammettere che il motivo del proprio innamoramento risieda nelle peculiarità tricologiche o nelle ghiandole salivari della sua partner. E la donna a cui venisse fornita una tale risposta, per quanto sincera, ne sarebbe così turbata da mettere in dubbio la prosecuzione del rapporto sentimentale che sta vivendo.

D’istinto, allora, chi subisce la domanda ma tu perché ti sei innamorato di me?, per togliere la barca dallo scoglio, va a pescare la risposta tra le qualità morali dell’innamorata.

Le qualità morali sono perfette: chi risponde fa subito una bella figura, perché risulta profondo, in grado di cogliere ciò che davvero c’è da apprezzare in un essere umano, e chi si sente dare quella risposta gongola, sentendosi stimata (o stimato) per i motivi più solidi, quelli che davvero contano in un rapporto.

E allora vai con i vari: mi sono innamorato di te perché sei spontanea e sincera, affidabile, leale, intelligente, colta, solare, insomma il famoso: sei una gran bella persona.

Peccato che in realtà non è vero niente ed è tutta una questione di peli nelle orecchie e saliva agli angoli della bocca.

La stessa cosa succede quando ci viene chiesto Ma tu perché leggi libri di narrativa? I motivi veri potrebbero essere insignificanti, accidentali, frivolissimi:

Mi piaceva la copertina; Volevo darmi arie da intellettuale; Ne ha parlato Fazio a Che tempo che fa; Da bambino sognavo di chiamarmi Johnny come il protagonista ; Mia sorella è la fidanzata dell’autore; È ambientato nel mio paese e via dicendo.

Però il rischio che esponendo motivazioni di questo tipo si venga presi per scemi ci spinge a pescare tra le qualità morali del libro.

Infatti, ecco alcuni dei perché esposti sul sito dai messaggeri tramite i filmati presenti in homepage:

Io leggo perché sazia lo spirito e fa bene al cuore (Marco D’Amore)

Io leggo perché […]il libro è il mio mezzo di trasporto. (Benedetta Parodi)

Io leggo perché il libro è l’amante ideale […] è capace di stimolarti, di incuriosirti, di appassionarti […] (Lella Costa)

Altri perché presi dal social wall del sito:

Io leggo perché solo così posso pensare, solo grazie a questo riesco a guardarmi intorno e capire (Giovanni Sciortino)

Io leggo perché un uomo che legge ne vale due! (Noemi Ghezzi)

Tutto suona come mia mamma che mi imbocca la cipolla a tre anni dicendomi che così cresco sano e forte, mentre simula col cucchiaio il volo di un aeroplano.

Quelle qualità i libri ce le hanno, certo che ce le hanno. Ma non li leggiamo per quello. Li leggiamo innanzitutto perché ci piace leggere. E poi perché in quel certo momento, quel certo libro ha risvegliato la nostra concupiscenza (meglio non sapere per quale motivo). Così come gli uomini e le donne di cui ci innamoriamo hanno bontà, intelligenza, allegria, buon carattere, onestà e molto altro ancora, ma quando ce ne innamoriamo della loro onestà e della loro intelligenza non ce ne importa nulla. E non solo alla fidanzata non importa se il suo innamorato è un rapinatore di banche, un analfabeta o un cretino. Non le importa nulla nemmeno di sapere, e meno che mai di chiedersi, perché si è innamorata di lui. Sente che il solo mettersi là a riflettere su questa domanda potrebbe rovinarle la festa.

I libri sono da sempre vittime di questo fraintendimento. Alla lettura viene affidata una missione pedagogica alta e salvifica che invece ad altre arti, come la musica o il cinema, è concesso di non dover assolvere. Questo porta da una parte a bollare come libroidi, cioè quasi come proibiti, i libri di puro intrattenimento, e dall’altro, all’opposto, a sostenere che leggere è bene in sé, quale che sia la cosa che leggi, perché leggere è utile, istruttivo, interessante, e te ne accorgerai perfino leggendo il libro della Casati Modignani che ti stiamo proponendo.

#Ioleggoperché è una campagna figlia di questa schizofrenia: si vuole promuovere la vendita di libri in quanto oggetto di consumo, e per farlo si fa una specie di Pubblicità Progresso che più che promuovere la lettura sembra promuovere l’intelligenza. Se ci fosse un calo di spettatori al cinema, a chi verrebbe in mente di fare una campagna con un messaggero che ti invita a vedere l’ultimo 007 sostenendo che è cibo per la mente? Probabilmente ci si limiterebbe a dire una cosa come: ehi, andare al cinema è divertente, provate con l’ultimo 007.

Coi libri non succede perché i libri scontano il pregiudizio di essere il territorio di dominio indiscusso degli intelligenti.

E forse campagne come questa si devono al fatto che anche gli intelligenti, quando sono innamorati, si fanno domande un po’ melense come ma io perché leggo?

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