Qualche mese fa sono intervenuto a un bel convegno organizzato da Marco Meloni della segreteria del PD. Oggi è uscito l’ebook con la trascrizione degli interventi. Qui sotto un’estratto di quel che ho detto io, il resto del libro, pieno di cose interessanti, si può scaricare qui.
Allora la domanda diventa: perché c’è questa distanza e questa incapacità di dialogo [tra elettori e politici di centrosinistra] se, apparentemente, invece, le posizioni non sono così lontane? Una delle risposte standard che si stanno dando in questo momento, non soltanto in Italia, ma anche in Francia, addirittura forse in Inghilterra – ieri ne parlavano i Miliband – è di tipo organizzativo: i partiti di centrosinistra organizzano le primarie, ossia fanno delle grandi manifestazioni in cui si coinvolgono i militanti e i simpatizzanti per un breve, brevissimo, periodo di tempo. Queste manifestazioni, secondo me, hanno l’effetto del doping su un atleta: per un momento ci si sente forti, sembra che tutto sia risolto e poi si sta peggio di prima.
Perché invece, secondo me, il problema è più profondo ed è strettamente politico, non ha a che fare con tecniche organizzative – che possono anche essere utili per ristabilire dei patti politici tra rappresentanti e rappresentati. Il problema ha a che fare con la sfida di senso che si trova davanti sia la politica in senso stretto, che la parte della società che ha a cuore le ragioni dell’uguaglianza e della libertà. Ed è una sfida di senso su cui, recentemente, due persone sono intervenute, quasi contemporaneamente e con due articoli che mi fa piacere citare perché mi hanno ispirato molte riflessioni. Uno l’ha scritto Adriano Sofri su “la Repubblica” e l’altro David Miliband su “The New Statesman”, difficile pensare a due esponenti del progressismo più diversi tra loro, a riprova del fatto che si tratta di un tema diffuso e comune. Entrambi si interrogano sul senso politico che deriva dalle politiche economiche che può portare avanti una parte progressista.
Adriano Sofri lamenta la scomparsa del tema dell’uguaglianza, dice, almeno così ho capito io: “nessuno parla più di disuguaglianza, eppure è pieno di disuguaglianze, ci sono poveri e ricchi, come è più di prima”. Questo è, da un punto di vista di uno studioso come me, anche uno straordinario enigma! Per quale motivo, se tutti, da tutte le parti, in continuazione sentiamo dire che la disuguaglianza è aumentata tantissimo negli ultimi vent’anni, essa è scomparsa come tema dal valore politico ed elettorale? Come è possibile?
Uno può aderire alla teoria del complotto: tutti i partiti di sinistra sono stati comprati dal grande capitale. Questa è chiaramente una fesseria perché, anche se fosse vero, se quello dell’uguaglianza fosse veramente un tema sociale sentito, arriverebbe una sorta di Bossi, un “politico naturale” che si costruisce una carriera nell’interpretare un fenomeno che tutti lasciano alla deriva.
Eppure, la disuguaglianza, nella percezione comune, viene vista come una cosa che è aumentata, ma il punto che David Miliband (anche qui, è una mia interpretazione delle cose che ha scritto) cerca di rimettere al centro della discussione è il fatto che la disuguaglianza ha dinamiche e faglie diverse oggi rispetto alle categorie a cui eravamo abituati, rispetto ai pensatori progressisti dell’800 e del ’900. Non è più soltanto un tema di ricchi e poveri e cambia a seconda dei Paesi, a seconda delle zone, a seconda delle città. Ci sono disuguaglianze molteplici, di diversa natura, che hanno, di conseguenza, bisogno di formule politiche e di politiche economiche adeguate.
Qualche esempio sul caso italiano: c’è disuguaglianza in un contesto in cui i precari sono esposti alla concorrenza – i lavoratori flessibili sono in un regime di estrema concorrenza di mercato – e invece i datori di lavoro sono protetti dalla concorrenza. Ci sono disuguaglianze quando, negli studi professionali o nelle redazioni dei giornali, una parte di professionisti sono pagati in maniera estremamente sostanziosa e quasi priva di controlli, causando direttamente la debolezza dei colleghi precari che ricevono compensi ridicoli. Non tanto nelle fabbriche della FIAT ma soprattutto negli studi professionali e nei giornali il dualismo genera disuguaglianza.
In Italia la dimensione di disuguaglianza forse più evidente è quella tra Nord e Sud, sulla quale mi viene da aggiungere, sulla traccia dei suggerimenti di Miliband: qualcuno pensa che il problema delle disuguaglianze tra Nord e Sud si possa risolvere aumentando i trasferimenti pubblici? La sinistra rassicurante, quella che richiama sempre le vecchie parole d’ordine (che ognuno poi può identificare con l’uomo politico o col sindacalista che preferisce, è comunque una posizione abbondantemente presente nel dibattito) può davvero pensare che il problema di quel tipo di disuguaglianza si risolva semplicemente con un aumento dei trasferimenti alla Regione Sicilia? Oppure, in quel contesto, affrontare la disuguaglianza significa puntare sulle responsabilità individuali e anche puntare a un asciugamento e a un dimagrimento del comparto pubblico?


