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Le piazze, al centro

23 gennaio 2012

Due mesi fa sono andato a Zurigo per lavoro. Dopo cena decido di fare quattro passi incuriosito da una città che conosco così poco ma di cui, tra architetti, si parla molto.

Camminando intuisco quello che potresti aspettarti da una metropoli calvinista, in una serata, a metà settimana, alle dieci di sera, di novembre: un silenzio pressoché assoluto, poche persone che si muovono rapide camminando a testa bassa, le luci calde che traspaiono da dietro le tende delle case intorno a me.

Finché, avvicinandomi a una grande chiesa mi accorgo che l’abside e il suo fianco sono impacchettati da decine di tende, accrocchi di plastica e teloni colorati che si compongono a formare uno strano, fragile, villaggio che prosegue sino alla facciata dove si allargano per ospitare una grande tenda aperta in cui stazionano alcune persone infreddolite. Un riverbero bluastro m’incuriosisce e vedo che all’interno si proietta su un grande schermo Il grande dittatore, ci sono delle sedie, persone che assistono in silenzio, altre, pochi metri distanti, che si raccolgono intorno a un banco che vende prodotti bio e libri.

Mi accorgo di essere appena entrato nel centro degli indignatos di Zurigo, a pochi passi dagli uffici della Borsa locale. E tante immagini, video, blog incontrati durante l’anno, prendono improvvisamente una forma fisica chiara, riconoscibile.

Una delle cose che più mi ha impressionato durante il 2011 e che, credo, continuerà a produrre conseguenze interessanti anche durante questo nuovo anno è il ritorno evidente della gente a utilizzare gli spazi pubblici come luogo di espressione e di elaborazione politica.

Sia Time che Wired-America hanno provocativamente indicato gli indignatos e i riots come “man of the year”, e per me è stato naturale interrogarmi sui luoghi scelti perché tutto questo prendesse forma.

Sembrava che negli ultimi anni le piazze avessero progressivamente perso la capacità di essere quel luogo naturalmente deputato a essere “casa” e “laboratorio” della città e del suo territorio.

E’ vero, le piazze sono sempre, naturalmente, usate per festeggiare campionati vinti e feste paesane, per accogliere raduni automobilistici, mercatini natalizi, fiere di qualsiasi genere, comizi elettorali e riti pubblici, manifestazioni e raduni, ma ogni volta avevo la sensazione che quei luoghi fossero sempre più abitati con poca consapevolezza e che tutto fosse consumato in maniera più superficiale e meno identitaria, soprattutto nelle grandi metropoli.

Si è fatto un gran parlare negli anni Novanta dei centri commerciali, dei cinema multisala, degli aereoporti e stazioni, dei cosiddetti “non luoghi”, come degli spazi che le nuove comunità avevano eletto a luoghi pubblici di rapido uso e consumo.

Sembrava che le piazze avessero perso anima e significato, che non rappresentassero più, se non per centralità topografica, il cuore sociale di una città, e spesso questa sensazione era confermata da tanti progetti di recupero o di “arredo urbano” inutili, invadenti e fintamente retorici.

Sembrava che in un mondo in cui la soglia tra reale e digitale, tra pubblico e privato, tra interni ed esterno, uno spazio tradizionale come la piazza avesse perso il suo senso profondo, la sua qualità più importante, ovvero quello di essere vissuta come una parte importante e riconoscibile nella nostra vita di cittadini.

E, invece, in un momento di crisi profonda che torna a coinvolgere le paure e le emozioni primarie della gente (il lavoro, il cibo, i diritti) le piazze e tanti altri luoghi potenzialmente pubblici ma invisibili agli occhi della gente come i tetti degli edifici, le gru e le impalcature, i ponti, i sagrati delle chiese, tornano ad essere al centro del bisogno di stare insieme, di condividere, di produrre contenuti e di cercare conoscenze comuni.

Le piazze degli indignatos spagnoli, Zuccotti Park, i ponti di New York e San Francisco, piazza Tharir a Il Cairo, il sagrato della cattedrale St. Paul a Londra, le decine di micro spazi pubblici occupati nel mondo di fianco ai luoghi simbolici del potere finanziario e politico, i tetti delle fabbriche occupate, sono diventati tanti laboratori urbani capaci di produrre idee, confronti, protesta pacifica e consapevole e, insieme, di entrare in rete moltiplicando potenzialmente su scala globale la loro capacità di produrre cultura critica e consapevolezza sociale.

Non sono state considerate come semplici immagini, quinte momentanee di una scenografia instabile senza significato, ma come casa per tutti, luogo riconoscibile capace di dare ospitalità e senso allo stare insieme e al condividere un bisogno di cambiamento che parte dall’occupare fisicamente e dal vivere insieme un’esperienza di rinnovamento radicale.

Se dovessi immaginare quale potrebbe essere considerata la migliore architettura del 2011 e, probabilmente, quella potenzialmente più interessante del nuovo anno, non avrei dubbio nell’indicare la piazza, nella sua straordinaria, universale capacità di essere tornata al centro della vita di una società globale, che spesso confusa e intorpidita nel suo rapporto con i luoghi, è tornata a considerarla un “inedito” centro per produrre anticorpi necessari per affrontare diversamente i tempi inquieti che stiamo vivendo.

ps

Un ringraziamento all’amico e fotografo Filippo Romano, grande narratore di storie e di spazi urbani, che mi ha affidato queste belle immagini di piazza Tahir al Cairo.

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  • stefanoguidarini

    Area ex Enel. Una critica costruttiva.
    Nelle sue migliori intenzioni l’appello lanciato dal comitato area ex Enel è senz’altro condivisibile. Lo è soprattutto quando propone “che Milano possa diventare un laboratorio innovativo in cui combinare sostenibilità finanziaria, trasparenza, consapevolezza delle scelte, equità sociale e qualità diffusa”.
    Nelle sue proposte concrete mi sembra però che questo appello cada su un punto fondamentale, perdendo in gran parte la sua forza propositiva e innovativa.
    Infatti, questo documento sottoscritto da tanti intellettuali, architetti, docenti e artisti, che si riallaccia alla graffiante polemica sulla “bellezza” innescata i primi di gennaio, finisce per proporre (punto 2) la più scontata e inadeguata delle proposte: la richiesta di “attuare un progetto di conservazione e riuso dell’edificio storico prospicente la Fabbrica del Vapore, memoria storica della Milano operaia del’900”.
    Una vera delusione. Sembra proprio che si sia smarrita la capacità di proporre, governare e attuare le trasformazioni urbane all’insegna della qualità. Dov’è finita la storica capacità milanese di pre-figurare la realtà futura con i suoi progetti di urbanistica e di architettura? Una proposta “conservatrice” come questa finisce per mettere in luce tutta la sfiducia nella possibilità di progettare trasformazioni all’insegna della consapevolezza. Di fronte alla paura del “nuovo” sarebbe dunque meglio tenersi un vecchio e mediocre insediamento industriale, impossibile da convertire in residenza? Non sono d’accordo.
    Concordiamo tutti sulla necessità di un progetto migliore, ma riproporre il solito ritornello della “memoria storica” vuol dire conoscere in modo superficiale la storia della Milano operaia, sopprimendo sul nascere ogni capacità di proiezione verso il futuro. E quel che è peggio, anche ogni possibilità concreta di modificare il corso delle cose.
    Non si tratta, infatti, di abbattere indiscriminatamente edifici o tessuti storici ma di procedere con una ragionata sostituzione edilizia di manufatti industriali, ai quali magari qualcuno può essere nostalgicamente legato, ma che sono del tutto inadatti, anche da un punto di vista della salute pubblica, ad essere convertiti in residenza.
    Attualmente in quel punto è previsto un intervento residenziale di una delle cooperative di abitazione più serie di Milano, che potrebbe essere disponibile a elaborare un nuovo progetto architettonico, sia per gli edifici che per la piazza, coinvolgendo anche gli altri proprietari. Si potrebbe così innescare un movimento virtuoso, di azioni e di idee, un segnale importante di ribellione contro l’inadeguatezza architettonica, anche per quanto riguarda gli spazi pubblici e gli altri interventi previsti.
    Ma proporre la conservazione di quegli edifici non è solo antistorico (cosa si proporrebbe di farne, l’ennesimo museo o centro commerciale?). E’ anche dannoso in quanto, paradossalmente, finirebbe per costringere la cooperativa (che ha già assegnato gli alloggi) e gli altri operatori a difendere il precedente progetto. Quella della “conservazione”, in questo caso, è anche una pratica autolesionista.
    Non dimentichiamo che, come hanno osservato il Sindaco Pisapia e l’assessore De Cesaris, le procedure urbanistiche sono formalmente ineccepibili. Il PII (Programma Integrato d’Intervento) era già stato approvato dalla precedente amministrazione e dalla precedente Commissione edilizia, non dagli attuali organi in carica. Da un punto di vista procedurale, questo appello è del tutto tardivo, in quanto ha “mancato” il periodo delle pubbliche osservazioni a cui è sottoposta ogni pratica urbanistica.
    L’unica possibilità, al momento, è quella di fare in modo che siano gli stessi operatori dell’area a proporre miglioramenti progettuali. Questi operatori devono però essere messi ragionevolmente nelle condizioni di poterlo fare.
    Quanto alla chiamata in causa del solito “architetto di riconosciuta e acclarata professionalità” (punto 4), mi limito ad affermare che il problema non è quello di trovare un architetto-guru che metta d’accordo tutti, ma di individuare progettisti che sappiano affrontare e risolvere i problemi della città e della residenza urbana. Per crederci, provate a chiedere ai responsabili della cooperativa in questione, che sono stati tra i promotori di due concorsi under 35 di housing sociale a Milano, dal significativo titolo: AAAarchitetticercasi.

    Stefano Guidarini
    architetto e docente al Politecnico di Milano
    stefano.guidarini@polimi.it