Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook

Una polemica necessaria

5 gennaio 2012

La sonnacchiosa atmosfera milanese post-natalizia è stata scossa in queste ultime ore da una polemica sul destino di un’importante area della città: l’area ex-Enel ubicata di fronte al Cimitero Monumentale, che verrà radicalmente trasformata da un progetto approvato in epoca Moratti e confermato in ultima lettura dall’attuale Consiglio Comunale del 23 dicembre scorso.

La polemica, con una lettera aperta al sindaco e all’assessore all’urbanistica, è stata lanciata da Gianni Biondillo sul Corriere della Sera e da Marco Belpoliti su Il Fatto Quotidiano e quindi su doppiozero.com, che, partendo dalla disastrosa qualità del progetto presentato, punta direttamente al tema della qualità delle architetture che verranno realizzate in futuro a Milano e al tema, delicatissimo e fondamentale, della consapevolezza o meno della politica su questo argomento.

Il progetto redatto dall’architetto Giancarlo Perrotta, noto per le modestissime e, da poco rifatte, torri della Stazione di Porta Garibaldi, è una vera offesa all’area per ignoranza urbana e sfregio alla memoria dei luoghi che si trova a demolire. L’area ex-Enel è un isolato urbano a cuscinetto tra la zona Paolo Sarpi e il Cimitero Monumentale, per lo più realizzato durante gli anni Trenta con un’architettura civile, rigorosa e modernista che definiva i limiti fisici della città che si affacciava verso le campagne e i grandi vuoti che si perdevano all’ombra del Monumentale.

In una città che si dice civile ed evoluta, la riforma di un’area così delicata della città sarebbe stata sottoposta a concorso internazionale, magari accompagnato da un confronto pubblico aperto e trasparente.

Invece si è preferito affidare il progetto a uno dei tanti architetti normalizzatori, di portarlo silenziosamente attraverso tutto l’iter amministrativo, e di attendere la naturale scadenza delle tappe che portano alla sua realizzazione. Sono certo che non ci sia stata alcuna pecca nella procedura, così come tanto minuziosamente e burocraticamente ha sottolineato l’assessore de Cesaris  in risposta all’intervento di Belpoliti, ma impressiona la totale assenza di un qualsiasi pensiero sulla qualità e la bellezza (ma sì, usiamo questa parola tanto importante e scivolosa) di architetture che offendono per mediocrità progettuale e per insipienza concettuale la nostra città.

Per quanto riguarda la polemica specifica e i rendering, grotteschi e qualsiasi nella loro genericità, rimando a www.areaexenel.com. Sono immagini che mi offendono in quanto cittadino, soprattutto perché ripropongono tutto quel bagaglio di luoghi comuni, palazzinacce di periferia, materiali volgari, modernetto d’accatto che hanno costruito le nostre città e le nostre periferie negli ultimi decenni, e che andrebbero respinte con ogni forza, in ogni città italiana.

L’area ex-Enel, oltre al valore specifico che dimostra per la città di Milano, diventa simbolica dell’impossibilità di continuare a sprecare occasioni vitali per i nostri territori che non potranno più permettersi nei prossimi anni il consumo insensato di territorio com’è avvenuto fino ad ora.

In una fase storica in cui le risorse saranno sempre più ridotte e i terreni sempre più preziosi, ogni progetto, ogni intervento di trasformazione dovrebbe essere regolato da un confronto pubblico condiviso e trasparente che veda nel nuovo progetto e nella sua qualità un elemento centrale da cui partire, e su cui costruire una diversa forma di consapevolezza collettiva per il futuro fisico e ambientale del nostro Paese.

Come cittadino vorrei vedere dal sindaco Pisapia e dalla sua giunta la rottura di quell’inerzia amministrativa, carica d’ignavia e d’indifferenza, che sta portando tanti cattivi progetti a essere realizzati nel territorio della città che amministra, perché il tema-problema della bellezza dei luoghi che viviamo e abiteremo non riguarda il gusto personale mio o del sindaco, ma la dimensione etica e civile dei luoghi e della loro anima.

Tanti casi in Europa e nel mondo dimostrano che, quando un’amministrazione ha il coraggio di fare scelte forti puntando sulla qualità diffusa dei luoghi e dei progetti che li ricostruiscono, queste scelte costruiscono città in cui vale la pena vivere, creare, abitare e pensare a un futuro differente.

I toni avvocateschi e politicanti dell’assessore de Cesaris che elenca le quantità, i numeri, i benefici del nuovo intervento, dimenticando che tra le brutte architetture nessuno ama ritrovarsi, scambiarsi esperienze e idee, vivere, mi hanno impressionato e spero sia un semplice incidente di percorso da parte di chi dovrà decidere molto sul futuro governo del territorio metropolitano.

La bellezza dei luoghi e dei progetti non sono argomenti da salotto o semplici questioni di gusto personale, perché tutte le città che hanno un’anima che vale la pena ricordare hanno avuto il coraggio delle scelte e la visionarietà che pensare futuro vuol dire sapere avviare la costruzione di una città come laboratorio vivo e aperto alla qualità.

Mi piace guardare alle lettere aperte di Biondillo e di Belpoliti come a un gesto chiaro e civile per una presa di posizione pubblica e progettuale sulle nostre città, ma sono soprattutto curioso di vedere che risposte vere, sostanziali, saprà dare questa giunta su cui tante speranze si sono accumulate in questi mesi e che non possono essere ridotte a semplici precisazioni amministrative.

Sono tempi difficili, e nessuno pensa di fare le nozze con i fichi secchi, ma chi crede che la bellezza, la qualità siano un semplice sogno per tempi ricchi si sbaglia.

Chi dice che non si possa costruire bellezza con budget bassi? Chi ha il coraggio di aprire una strada nuova e di produrre modelli che puntino a sostenibilità finanziaria, equità civile e qualità dei luoghi che abiteremo nei prossimi anni? Chi ha il coraggio di trasformare Milano in un laboratorio urbano, sociale e civile alternativo a quanto fatto negativamente in Italia in questi decenni?

La brutta architettura costa quanto, se non più di quella che noi definiamo architettura di qualità.  E in più ha un ulteriore problema: che la gente oltre a disprezzarla silenziosamente, ne verrà avvelenata quotidianamente, pensando che tutto il mondo sia così, e che non ci sia via d’uscita alla mediocrità con cui abbiamo cementificato il nostro Paese.

 

  • oscarmarti

    Il link all’area ex-enel non funziona. Googlando non si trova niente di specifico. Che il sito sia stato cancellato per vergogna? :) Forse dovreste mettere (se si può) qualche rendering del progetto.

  • http://listn.to/candyda mish

    Credo che il sito corretto sia il seguente: http://areaxenel.com/

  • beatrixkiddo

    Quanto è vero. Oltre al fatto che in Italia rispetto agli altri paesi lo strumento del concorso pubblico si usa molto meno, metterei anche l’accento sul fatto che il Codice Appalti e il suo regolamento fanno sì che si accetti l’offerta solo in base al maggior ribasso, senza cioè considerare altri elementi come la qualità. Così anche progetti buoni sulla carta vengono realizzati con materiali d’accatto, con ditte in subappalto ecc, senza controlli, e danno risultati pessimi. Perchè nessuno dice che la legge Merloni è stata smontata scientemente in particolare dai governi di cdx? Altro che qualità ..
    Poi non lavoro più nel campo dei lavori pubblici per cui non conosco più in modo approfondito procedure e legislazione, ma a me sembra che l’albero sia già marcio dalle radici. Spero di sbagliarmi e spero anche che tante cose vengano cambiate.
    C’è poi il problema che secondo me i politici che approvano i progetti non hanno i mezzi culturali per valutare la bellezza e la qualità; certo con i concorsi e delle giurie competenti il problema si potrebbe risolvere.

  • fedrini

    Si potrebbe rincarare spiegando perchè è brutto, e magari mostrare cosa è bello o cosa potrebbe essere, o cosa si fa in contesti analoghi in altri posti. Soprattutto mostrare cosa è bello, o cosa si pensa sia brutto ed invece è bello. Insomma alzare il livello della discussione, almeno ogni tanto.
    E non sarebbe male che i salottibuoni italiani iniziassero a parlare di nuovo di architettura, magari lasciando perdere il bla-bla sul made in italy per una volta, che è se non altro datato.
    Perchè in effetti Milano non si merita questo, ma francamente non se lo meriterebbero nemmeno Islamabad o Kinshasa. O forse no, in fondo la qualità della vita e lo stile, e tutto il resto derivano da clima e posizione geografica.

  • Pingback: Chiediamo coraggio | Nazione Indiana

  • valeriabottelli

    Sulla home del sito dell’Ordine degli Architetti di Milano una sintesi del dibattito e qui le prime lettere alla redazione arrivate oggi da alcuni iscritti:
    http://ordinearchitetti.mi.it/index.php/page,Notizie.Dettaglio/id,2288/type,oa

  • Pingback: Rassegna stampa : Area (e)X Enel

  • Pingback: Una polemica necessaria by Allnewz.it

  • stefanoguidarini

    Area ex Enel. Una critica costruttiva.
    Nelle sue migliori intenzioni l’appello lanciato dal comitato area ex Enel è senz’altro condivisibile. Lo è soprattutto quando propone “che Milano possa diventare un laboratorio innovativo in cui combinare sostenibilità finanziaria, trasparenza, consapevolezza delle scelte, equità sociale e qualità diffusa”.
    Nelle sue proposte concrete mi sembra però che questo appello cada su un punto fondamentale, perdendo in gran parte la sua forza propositiva e innovativa.
    Infatti, questo documento sottoscritto da tanti intellettuali, architetti, docenti e artisti, che si riallaccia alla graffiante polemica sulla “bellezza” innescata i primi di gennaio, finisce per proporre (punto 2) la più scontata e inadeguata delle proposte: la richiesta di “attuare un progetto di conservazione e riuso dell’edificio storico prospicente la Fabbrica del Vapore, memoria storica della Milano operaia del’900”.
    Una vera delusione. Sembra proprio che si sia smarrita la capacità di proporre, governare e attuare le trasformazioni urbane all’insegna della qualità. Dov’è finita la storica capacità milanese di pre-figurare la realtà futura con i suoi progetti di urbanistica e di architettura? Una proposta “conservatrice” come questa finisce per mettere in luce tutta la sfiducia nella possibilità di progettare trasformazioni all’insegna della consapevolezza. Di fronte alla paura del “nuovo” sarebbe dunque meglio tenersi un vecchio e mediocre insediamento industriale, impossibile da convertire in residenza? Non sono d’accordo.
    Concordiamo tutti sulla necessità di un progetto migliore, ma riproporre il solito ritornello della “memoria storica” vuol dire conoscere in modo superficiale la storia della Milano operaia, sopprimendo sul nascere ogni capacità di proiezione verso il futuro. E quel che è peggio, anche ogni possibilità concreta di modificare il corso delle cose.
    Non si tratta, infatti, di abbattere indiscriminatamente edifici o tessuti storici ma di procedere con una ragionata sostituzione edilizia di manufatti industriali, ai quali magari qualcuno può essere nostalgicamente legato, ma che sono del tutto inadatti, anche da un punto di vista della salute pubblica, ad essere convertiti in residenza.
    Attualmente in quel punto è previsto un intervento residenziale di una delle cooperative di abitazione più serie di Milano, che potrebbe essere disponibile a elaborare un nuovo progetto architettonico, sia per gli edifici che per la piazza, coinvolgendo anche gli altri proprietari. Si potrebbe così innescare un movimento virtuoso, di azioni e di idee, un segnale importante di ribellione contro l’inadeguatezza architettonica, anche per quanto riguarda gli spazi pubblici e gli altri interventi previsti.
    Ma proporre la conservazione di quegli edifici non è solo antistorico (cosa si proporrebbe di farne, l’ennesimo museo o centro commerciale?). E’ anche dannoso in quanto, paradossalmente, finirebbe per costringere la cooperativa (che ha già assegnato gli alloggi) e gli altri operatori a difendere il precedente progetto. Quella della “conservazione”, in questo caso, è anche una pratica autolesionista.
    Non dimentichiamo che, come hanno osservato il Sindaco Pisapia e l’assessore De Cesaris, le procedure urbanistiche sono formalmente ineccepibili. Il PII (Programma Integrato d’Intervento) era già stato approvato dalla precedente amministrazione e dalla precedente Commissione edilizia, non dagli attuali organi in carica. Da un punto di vista procedurale, questo appello è del tutto tardivo, in quanto ha “mancato” il periodo delle pubbliche osservazioni a cui è sottoposta ogni pratica urbanistica.
    L’unica possibilità, al momento, è quella di fare in modo che siano gli stessi operatori dell’area a proporre miglioramenti progettuali. Questi operatori devono però essere messi ragionevolmente nelle condizioni di poterlo fare.
    Quanto alla chiamata in causa del solito “architetto di riconosciuta e acclarata professionalità” (punto 4), mi limito ad affermare che il problema non è quello di trovare un architetto-guru che metta d’accordo tutti, ma di individuare progettisti che sappiano affrontare e risolvere i problemi della città e della residenza urbana. Per crederci, provate a chiedere ai responsabili della cooperativa in questione, che sono stati tra i promotori di due concorsi under 35 di housing sociale a Milano, dal significativo titolo: AAAarchitetticercasi.

    Stefano Guidarini
    architetto e docente al Politecnico di Milano
    stefano.guidarini@polimi.it

  • marioricciarch

    Personalmente ho già espresso il mio punto di vista sul dibattito apertosi sul progetto di via Procaccini in un commento all’articolo di Marco Belpoliti Costruire il bello pubblicato sul blog di “Nazione Indiana” curato da Gianni Biondillo (in cui spiego le mie posizioni: http://www.nazioneindiana.com/2012/02/08/costruire-il-bello/.)
    Questo dibattito non avrà evidentemente nessun effetto sulle sorti dell’area in questione, e il progetto verrà realizzato presumibilmente senza grandi aggiustature.
    Ciò che lascia perplessi, invece, è che non si sia colta l’occasione per riaprire un dibattito più generale, e per questo più impegnativo perché in qualche modo rivolto al futuro, che possa superare un pensiero della contingenza sempre più rivolto ad una dimensione d’emergenza.
    Quale? Quello che riguarda l’estetica della metropoli, per una definizione condivisa di “paesaggio metropolitano”. Le polemiche sulla conservazione o sostituzione dell’edificio ex-Enel o quelle che riguardano il ri-affidamento di questo incarico, sono a questo punto superflue.
    L’alternativa è, superare la specificità di questo caso (come ce ne sono tanti), e impegnarsi in una elaborazione tutta culturale che veda nell’estetica della città una dimensione condivisa e condivisibile.