Non aiutiamoli, e non a casa loro

È un peccato che Matteo Renzi abbia frequentato solo persone tristi e arrabbiate in questi ultimi mesi, tanto da convincersi che per non perdere le elezioni sia necessario giocherellare col populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. L’Italia è migliore di come tendiamo a raccontarcela, ed è piena di persone aperte e umane, che magari urlano meno delle altre – ma che ci sono e che sarebbero pronte a votare per un partito dalle posizioni altrettanto aperte e umane, se solo qualcuno gliele offrisse.

Il post con cui Renzi allegramente sbandierava lo slogan leghista “aiutamoli a casa loro” è un sintomo di un disorientamento personale profondo su cui si potrebbe dire molto. Ma è più interessante cogliere quest’occasione per capire alcune delle cose che non vanno in quell’espressione, che circola da tempo con successo. Circola con successo perché sembra dire una cosa di buon senso, e perché è un modo gentile e accettabile di dire “non vi vogliamo tra i piedi”.

In realtà, ciascuna delle tre parole “aiutamoli”, “casa” e “loro” si porta dietro delle connotazioni pesanti, che non sono per nulla neutre dal punto di vista politico. Rimandano a un modo ben preciso di vedere il mondo e i rapporti internazionali – un modo che non ha molto a che fare coi progressisti e la sinistra.

Dietro all’idea dell’“aiutare” c’è evidentemente una visione asimmetrica dei rapporti tra “noi” e “loro”, o tra Europa e Africa: c’è qualcuno che aiuta, e qualcuno che viene aiutato. È una concezione che viene da lontano, e che discende liscia liscia dalla visione coloniale dei rapporti tra Nord e Sud del mondo (quella del “fardello dell’uomo bianco”, per intendersi): una concezione che relega le popolazioni extraeuropee e africane in particolare a un eterno stato di passività e subalternità. Noi col nostro buon cuore li aiutiamo, e senza di noi loro sarebbero smarriti.

Non c’è nulla di male nel voler aiutare il prossimo, ma se parliamo dello stato, beh, “aiutare” non è quello che dovrebbe fare: uno stato non esiste per fare la carità, né ai propri cittadini né a quelli altrui. Nel caso di migranti e rifugiati non si tratta di “aiutare” – quello lasciamolo ai volontari e alla società civile –, si tratta di applicare e far rispettare dei diritti fondamentali ben precisi e vincolanti. Si tratta solo di far rispettare la legge, in buona sostanza: una cosa che non può dipendere dall’umore o dal buon cuore del governo, ma solo dalla sua serietà ed efficacia.

L’idea dell’“aiutare” peraltro si appoggia su stereotipi datati, e sull’immagine che abbiamo dell’Africa come di un continente pieno di bidonvilles e bambini con la pancia gonfia. Ci sono sì le une e gli altri, ma c’è anche un mondo africano fatto di grattacieli e aeroporti e borghesia già adesso notevole, e in crescita impressionante – è un mondo che c’entra poco con la nostra idea antica di andare a fare la carità, e che non conosciamo. Ma già ora è evidente che il boom demografico, economico e culturale dell’Africa sarà una delle storie più grosse del XXI secolo.

Dietro all’idea di “casa loro” c’è naturalmente la sgradevole, ma comprensibile, contrapposizione tra “noi” e “loro”. Vale la pena però soffermarsi anche sull’idea di “casa”, perché nemmeno quello è un concetto neutro e indolore. C’è innanzitutto un dettaglio che pare spesso sfuggire, cioè che molte delle persone che cercano di arrivare in Europa una casa non ce l’hanno più (laddove la casa non è solo un tetto sopra la testa, ma è il disporre di una rete densa di rapporti e relazioni con la comunità circostante): hai voglia a dire a un abitante di Aleppo Est che lo aiutiamo a casa sua.

Mentre molti migranti e profughi sarebbero di sicuro ben contenti di poter restare “a casa loro”, ce ne sono altri che legittimamente la casa loro la cercano altrove: tra noi europei nessuno è obbligato a rimanere nel posto dove è nato, ma possiamo andare a cercare la nostra casa là dove ci troviamo meglio o dove troviamo condizioni migliori – e possiamo farlo senza grandi problemi, dandolo per scontato. È bizzarro pensare che questa facoltà di muoversi e trasferirsi debba spettare solo agli europei, e che gli africani debbano restarsene per forza nel posto dove sono nati.

A voler essere precisi e sinceri, il concetto di “casa loro” significa in realtà “non a casa nostra”. E infatti il governo italiano – che sull’immigrazione segue inequivocabilmente una linea di centro-destra – sarebbe ben contento di “aiutare” migranti e rifugiati in Libia, così come già l’Europa fa in Turchia. Nel migliore dei casi, pretendere che la Libia di oggi sia un posto dove qualcuno possa sentirsi a casa significa non avere idea (e non voler sapere) che posto sia diventato la Libia, e cosa succeda a tutti i migranti e i profughi che hanno la sventura di passarci.

Quello a cui un partito progressista – ma anche solo uno stato civile – dovrebbe aspirare non è aiutare migranti e profughi a casa loro. Quello a cui dovrebbe puntare è una cosa allo stesso tempo più semplice e dannatamente più complicata: rispettare e far rispettare i diritti delle persone, indipendentemente da dove si trovano – che sia nel loro paese di origine, nel nostro paese, o in un altro paese ancora.

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