La Turchia, i diritti umani, e noi

È stato necessario l’arresto di Gabriele Del Grande per far arrivare la repressione della libertà di stampa in Turchia tra le notizie di apertura dei media italiani. Ed è stato sufficiente il suo rilascio per smettere di parlare di libertà di stampa in Turchia. Certo, la libertà di stampa non è mai in cima alle preoccupazioni delle persone – almeno che non sia una scusa per fare un po’ di polemica politica.

Le violazioni della libertà di stampa attirerebbero forse maggiore attenzione se fosse un governo occidentale a bloccare Wikipedia da due settimane e a detenere più di 120 giornalisti: sembra invece che misure di questo genere appaiano tutto sommato normali per un paese come la Turchia, che ci sia poco da scandalizzarsi. Da una parte ci sono quelli per cui la Turchia è sempre stata e sempre sarà un paese fondamentalmente diverso dai paesi europei. Dall’altra ci sono quelli che pure auspicavano l’adesione della Turchia all’Unione europea e leggono i romanzi di Pamuk, ma che ormai si sono rassegnati all’idea che quella Turchia moderna non esista più.

L’atteggiamento dell’Unione europea verso la Turchia è un buon riassunto di tutto quello che non funziona nelle relazioni esterne dell’UE: ipocrisia, inerzia, vaghezza, mancanza di visione, errori tattici. Le istituzioni europee paiono incapaci di ammettere quello che ormai è chiaro a tutti sia da questa che dall’altra parte del Bosforo: la Turchia non ha alcuna speranza di diventare uno stato membro dell’UE nei prossimi decenni. Fare chiarezza su questo punto sarebbe il primo passo per riportare le politiche verso la Turchia in linea con la realtà.

Minacciando di rallentare o congelare il processo di adesione in mancanza di riforme, la Comunità e l’Unione europea sono spesso riuscite a favorire la transizione democratica nei paesi vicini. In passato hanno spinto alle riforme anche la Turchia, ma ormai le minacce non funzionano più – al contrario, l’Unione europea ha scelto di esporre sé stessa al ricatto politico, consegnando nelle mani della Turchia buona parte della sua strategia sull’immigrazione. È quindi ridicolo che l’UE minacci conseguenze sul processo di adesione a fronte della svolta autoritaria in Turchia: sono minacce a cui non crede nessuno, perché nessuno più crede all’adesione.

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Per quanto ridicoli, i moniti europei alla Turchia sono interessanti perché rivelano un paio di cose sull’identità europea. Le misure prese dall’UE per contrastare la svolta autoritaria in Turchia sono del tutto inadeguate rispetto alla portata della repressione contro i partiti di opposizione, il giornalismo indipendente, gli studiosi e le minoranze. Ma non è un caso isolato: sono altrettanto inadeguate le misure prese nei confronti dei governi che all’interno della stessa UE adottano politiche autoritarie. Che si tratti di Ungheria o di Turchia, in questi mesi l’Unione europea sta mostrando chiaramente di non voler agire contro l’autoritarismo anche dove potrebbe farlo.

L’unica minaccia che viene agitata con una certa chiarezza è quella legata alla pena di morte: se la Turchia dovesse reintrodurre la pena capitale, così viene detto, il processo di adesione all’UE diventerebbe impossibile. È un messaggio ambiguo, perché lascia intendere che qualsiasi altra violazione dei diritti umani non porterà a conseguenze pesanti. D’altra parte in questo modo l’UE lega con forza la sua stessa identità al rigetto della pena di morte: pare dire che in Europa abbiamo sì tante idee diverse e siamo disposti a tollerare un sacco di cose, ma siamo anche quegli stati che non uccidono i loro cittadini – a differenza di molti altri.

Difendere il rigetto della pena di morte come pilastro dell’identità europea non è così scontato. È sufficiente scambiare due parole con chi vive e passa accanto a noi per rendersi conto di quanto la pena di morte sia ancora molto popolare nelle nostre società. Toscana a parte, per la maggior parte degli stati europei l’abolizione della pena capitale è stata un fenomeno recente – ma recente davvero: in molti paesi è successo negli anni Novanta. È notevole che una pena popolare e ammessa fino a poco tempo fa sia diventata rapidamente un tabù. Ed è notevole che i paesi europei continuino a trattarla come tale, pur essendo sempre più disinvolti su tutta un’altra serie di violazioni dei diritti umani che accadono qui attorno.

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