We don’t know what we shouldn’t do

Un po’ di tempo fa fui invitato a parlare a un convegno sull’innovazione organizzato da una grande azienda italiana desiderosa di sapere come comportarsi in materia di futuro. Prima di accettare l’invito, ci ho messo un po’. Perché di solito, almeno questa è la mia esperienza, questi convegni sono organizzati con lo scopo di acquietarsi la coscienza sul tema. Una specie di elemosina intellettuale, spiccioli di attenzione che non costano un centesimo di coraggio.

Non si vuole veramente scoprire come sarà il futuro, ma piuttosto rassicurarsi sul fatto che sia ancora una cosa distante, basata su supposizioni non verificabili, e dunque non reale e non urgente. Si pone il tema del domani, ma solo per posporlo a dopodomani. Se ne parla, ma solo per ingannare il tempo e in definitiva noi stessi.

Pensando di dedicare il mio intervento proprio a quest’aspetto – il nostro rapporto spaventato con il futuro, e la necessità, prima ancora di inventare il futuro, di reinventare il rapporto che abbiamo con esso – alla fine accettai di partecipare al convegno.

Prima di me, parlava il professor Federico Casalegno, un Italiano che si fa (e ci fa) onore all’estero come direttore del Mobile Experience Lab al MIT di Boston.

Parlando in inglese, e questo nonostante la platea fosse al 99% composta da Italiani, Federico cominciò a snocciolare uno dopo l’altro i progetti del suo dipartimento, focalizzati su come i media interattivi possano favorire connessioni tra persone, informazioni e luoghi fisici. Progetti fantastici che invito tutti a vedere sul sito del Mobile Experience Lab.

Alla fine della presentazione, districandosi tra gli applausi e gli sguardi di ammirazione dei presenti in sala per il relatore, una ragazza si alzò e con un po’ di timidezza fece una domanda, resa ancora più urgente dal fatto che il nuovo relatore, il sottoscritto, era già in postazione, pronto a prendere la parola.

La ragazza chiese: “Ma come fate a pensare delle idee così? Da dove si parte? Come si procede? Perché, se guardo alla nostra azienda, a me sembra impossibile arrivare a queste idee, una cosa da marziani del pensiero…”.

La risposta non si fece attendere, e Federico la diede in inglese:

“Oh, it’s very simple: we don’t know what we shouldn’t do”

Tutto lì. Solo quella frase. La ragazza si rimise a sedere, ma dall’espressione sul suo volto si capiva che non era convinta. In effetti, la doppia negazione presente nella frase, sommata al fatto che fosse stata detta in inglese, si prestava a confondere le idee, anche le mie e di tutti quelli presenti in sala.

Ma una volta diradata la confusione, quelle sette parole mi apparvero nella loro meraviglia e chiarezza.

“Non sappiamo quello che non dovremmo fare…”

Cominciai subito a mettere in pratica quella frase. Cestinando il mio intervento, e dedicando invece i trenta minuti che avevo a disposizione a spiegare perché quella frase dovrebbe essere considerata come il primo postulato dell’innovazione. Da allora, appena ha senso farlo, e ha senso spesso, faccio in modo di condividere con più persone possibili (che sia in una riunione di lavoro, una chiacchiera con amici, o un articolo sul Post) il mio entusiasmo per questo modo di pensare.

Sono convinto che non sapere quello che non si dovrebbe fare, sia l’atteggiamento giusto per cominciare a costruire una buona relazione tra noi e il futuro. Una relazione che per funzionare deve basarsi sull’incoscienza, sull’ignoranza e sulla disobbedienza.

Ecco perché i convegni sul futuro sono un controsenso. Ecco perché le aziende, schiave di regole e risultati, non tengono nella giusta considerazione la parola innovazione. Ecco perché un governo tecnico può parlare di crescita, ma non sarà mai capace di ottenerla.

Perché sanno esattamente (o fanno finta di saperlo, ma poco cambia) quello che bisogna fare e quello che non bisogna fare. E sapere cosa fare vuol dire fare una cosa che è già stata fatta, quindi non nuova. Sapere quello che non bisogna fare, vuole dire censurarsi e quindi non farla, rimanere fermi.

Non lasciamo il futuro nelle mani di chi pensa che sia un posto pericoloso, un terreno da sminare dalle incognite, una discarica per le paure e le frustrazioni del nostro presente, un posto dove i giovani non sono ammessi se non accompagnati da un adulto.

Proviamo anche noi a non sapere quello che non dovremmo fare e cominciamo a costruire il nostro futuro e i nostri sogni, senza chiedere il permesso.

Però proviamoci ora, che a guardare quello che sta succedendo lì fuori, si sta facendo tardi.

 

 

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