Il Post
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We don’t know what we shouldn’t do

13 luglio 2012

Un po’ di tempo fa fui invitato a parlare a un convegno sull’innovazione organizzato da una grande azienda italiana desiderosa di sapere come comportarsi in materia di futuro. Prima di accettare l’invito, ci ho messo un po’. Perché di solito, almeno questa è la mia esperienza, questi convegni sono organizzati con lo scopo di acquietarsi la coscienza sul tema. Una specie di elemosina intellettuale, spiccioli di attenzione che non costano un centesimo di coraggio.

Non si vuole veramente scoprire come sarà il futuro, ma piuttosto rassicurarsi sul fatto che sia ancora una cosa distante, basata su supposizioni non verificabili, e dunque non reale e non urgente. Si pone il tema del domani, ma solo per posporlo a dopodomani. Se ne parla, ma solo per ingannare il tempo e in definitiva noi stessi.

Pensando di dedicare il mio intervento proprio a quest’aspetto – il nostro rapporto spaventato con il futuro, e la necessità, prima ancora di inventare il futuro, di reinventare il rapporto che abbiamo con esso – alla fine accettai di partecipare al convegno.

Prima di me, parlava il professor Federico Casalegno, un Italiano che si fa (e ci fa) onore all’estero come direttore del Mobile Experience Lab al MIT di Boston.

Parlando in inglese, e questo nonostante la platea fosse al 99% composta da Italiani, Federico cominciò a snocciolare uno dopo l’altro i progetti del suo dipartimento, focalizzati su come i media interattivi possano favorire connessioni tra persone, informazioni e luoghi fisici. Progetti fantastici che invito tutti a vedere sul sito del Mobile Experience Lab.

Alla fine della presentazione, districandosi tra gli applausi e gli sguardi di ammirazione dei presenti in sala per il relatore, una ragazza si alzò e con un po’ di timidezza fece una domanda, resa ancora più urgente dal fatto che il nuovo relatore, il sottoscritto, era già in postazione, pronto a prendere la parola.

La ragazza chiese: “Ma come fate a pensare delle idee così? Da dove si parte? Come si procede? Perché, se guardo alla nostra azienda, a me sembra impossibile arrivare a queste idee, una cosa da marziani del pensiero…”.

La risposta non si fece attendere, e Federico la diede in inglese:

“Oh, it’s very simple: we don’t know what we shouldn’t do”

Tutto lì. Solo quella frase. La ragazza si rimise a sedere, ma dall’espressione sul suo volto si capiva che non era convinta. In effetti, la doppia negazione presente nella frase, sommata al fatto che fosse stata detta in inglese, si prestava a confondere le idee, anche le mie e di tutti quelli presenti in sala.

Ma una volta diradata la confusione, quelle sette parole mi apparvero nella loro meraviglia e chiarezza.

“Non sappiamo quello che non dovremmo fare…”

Cominciai subito a mettere in pratica quella frase. Cestinando il mio intervento, e dedicando invece i trenta minuti che avevo a disposizione a spiegare perché quella frase dovrebbe essere considerata come il primo postulato dell’innovazione. Da allora, appena ha senso farlo, e ha senso spesso, faccio in modo di condividere con più persone possibili (che sia in una riunione di lavoro, una chiacchiera con amici, o un articolo sul Post) il mio entusiasmo per questo modo di pensare.

Sono convinto che non sapere quello che non si dovrebbe fare, sia l’atteggiamento giusto per cominciare a costruire una buona relazione tra noi e il futuro. Una relazione che per funzionare deve basarsi sull’incoscienza, sull’ignoranza e sulla disobbedienza.

Ecco perché i convegni sul futuro sono un controsenso. Ecco perché le aziende, schiave di regole e risultati, non tengono nella giusta considerazione la parola innovazione. Ecco perché un governo tecnico può parlare di crescita, ma non sarà mai capace di ottenerla.

Perché sanno esattamente (o fanno finta di saperlo, ma poco cambia) quello che bisogna fare e quello che non bisogna fare. E sapere cosa fare vuol dire fare una cosa che è già stata fatta, quindi non nuova. Sapere quello che non bisogna fare, vuole dire censurarsi e quindi non farla, rimanere fermi.

Non lasciamo il futuro nelle mani di chi pensa che sia un posto pericoloso, un terreno da sminare dalle incognite, una discarica per le paure e le frustrazioni del nostro presente, un posto dove i giovani non sono ammessi se non accompagnati da un adulto.

Proviamo anche noi a non sapere quello che non dovremmo fare e cominciamo a costruire il nostro futuro e i nostri sogni, senza chiedere il permesso.

Però proviamoci ora, che a guardare quello che sta succedendo lì fuori, si sta facendo tardi.

 

 

  • suppamax

    Forse mi sbaglio, ma guidare un paese mi sembra diverso da “giocare” al Mobile Experience Lab del MIT

  • damon

    bellissimo post.
    E’ anche vero che guidare un paese sia diverso..ma il conservatismo attuale rispecchia un futuro senza immaginazione..

  • http://blogghetto.org michelelan

    I professori mettono troppo la testa sui libri e poco fuori..

  • grinch

    Oh scusate, sarò retrogrado ma non riesco ad andare oltre questa situazione assurda di un italiano che parla ad altri italiani in inglese.

  • http://sfigatindie.blogspot.com/ frankie89

    Io mi trovo d’accordo con Grinch. Inoltre il non saper che cacchio fare è stata una filosofia adottata alla grande dai precedenti governi: almeno questi hanno un disegno, è l’esecuzione che li frega, il momento dell’esecuzione frega tutti (perché appunto non è mai semplice come articoli come questi vogliono far credere quando si ha a che fare con quelle variabili viventi e imprevedibili che sono gli esseri umani)

  • topesio

    Era presente anche Dervis Fontecedro: cosmico…

  • topesio

    Era atteso anche un intervento di Dervis Fontecedro: cosmico…

  • topesio

    Scusate,non stavo sapendo cosa non dovevo fare..:-(

  • epicuro

    A parte l’italiano che parla in inglese agli italiani (come sappiamo essere provinciali noi, nessuno), uno di questi giorni ci provo. Smetto di fare quello che mi hanno ordinato di fare e mi metto a innovare facendo quello di cui credo l’azienda abbia bisogno. Quando il capo mi licenzia gli dico “It’s very simple: I don’t know what I shouldn’t do”. Aggiungi un posto a tavola, De Rita, per un po’ mi fermerò sia a pranzo che a cena.
    Ironia a parte, spero sia consapevole che questi, per quanto apprezzabili, sono messaggi dalla luna. Qui sulla terra la situazione è un po’ più complicata.

  • koddo

    Concordo che sia importante “spezzare le consuetudini” e nulla più si una sana dose di ignoranza, o incoscienza, può aiutare in tal senso.
    Ma questo è un lusso a cui si può dedicare una piccola percentuale della propria attività, altrimenti torniamo tutti a coltivare patate per l’auto-sostentamento, perchè il progresso e l’evoluzione scientifica si costruisce per definizione sull’esperienza.

  • daricomp

    Gran bell’articolo, si vede che il tema interessa l’autore e che ci lavora dentro (riuscendo a mangiare a pranzo e cena, credo).

    Nel mio ambito, in teoria il massimo dell’innovazione, mi trovo sempre e sistematicamente con gente che sa quel che non vuole (o sa, all’inglese) fare. Lì la situazione è assurda, perché le innovazioni maggiori vengono coscientemente respinte per non far perdere di “influenza” i vecchi sistemi)

    Piccola nota: ci fosse anche un solo straniero in aula, l’inglese è d’obbligo, a meno di non avere traduttori.

  • http://blogfralenuvole.blogspot.com/ pabo44

    @ Grinch, Frankie89, Epicuro – Provinciale è chi provinciale fa.
    Quoto Daricomp.

  • renton

    Quoto totalmente Daricomp: “we don’t know what we shouldn’t do” è il fondamento di ogni progresso, ma nella realtà poi ci si scontra con chi teme di perdere le proprie posizione acquisite

  • lorenzoderita

    Vorrei ringraziare Daricomp per la sua piccola nota. Nella sala non c’erano molti stranieri, ma una decina si’. E non c’era un servizio di traduzione simultanea. Scrivere che un Italiano avesse parlato in inglese ad una platea quasi interamente composta da Italiani, era solo per sottolineare la sua gentilezza e professionalita’ per aver parlato non nella sua lingua d’origine quando avrebbe anche potuto farne a meno. Ed era anche necessario per spiegare il fatto che la frase del titolo, che e’ l’architrave dell’articolo, fosse in inglese. Pensavo fosse intuibile e il non intuirlo temo sia, quello si’, un sintomo di provincialismo.

    Vorrei anche dire a Epicuro che sulla mia tavola ci sara’ sempre un pasto caldo per quelli che preferiscono cacciarsi nei guai cercando di cambiare le cose, piuttosto che vivacchiare lamentandosi continuamente che le cose non cambieranno mai. Vieni pure, il mio indirizzo ce l’hai. Spero solo che ti piacciano i piatti della cucina lunare.

  • http://blogghetto.org michelelan

    Una tavola in grado di accogliere quelli che preferiscono cacciarsi nei guai cercando di cambiare le cose deve ancora essere costruita…
    Penso che in italia sia venuto il momento di rispondere alla domanda: Come?!?

  • koddo

    Seriamente, bello il comandamento lasciato da zio Stewie, “Be hungry, Be foolish”, di cui questo articolo sembra esserne una riedizione, ma qualcuno i pomodori li deve raccogliere dall’albero, o no? E la casa chi la pulisce? L’essere smart ci rende inappetenti?

    Certo, può essere tutto un gombolotto dei dinosauri dalle posizioni acquisite, ma fare un lavoro vero è la realtà a cui a volte si può accostare un lavoro di fantasia. Una volta si chiamavano hobby.

  • uqbal

    Per quanto riguarda l’inglese, aggiungerei una cosa: se per caso finisci su Youtube o se qualcuno che non sia italiano vuole riprendere quanto hai detto, averlo detto in inglese può essere d’aiuto.
    Poi un professore che lavora all’estero magari è rimasto provinciale dentro, ma mi sembra improbabile.
    _
    Io la metterei in un altro senso: sperimentare significa andare a tentoni. Ho un pensiero, voglio vedere dove mi porta, sperimento: se sapessi già dove vado a parare mi risparmierei la fatica. E c’è sempre un margine di serendipità: magari le mie culture cellulari vanno a puttane, ma scopro la penicillina.
    Ma anche senza la serendipità: anche una sperimentazione fallita offre un quantum di conoscenza, che tornerà utile.
    Ma anche senza quel quantum: se faccio sempre le stesse cose, otterrò sempre le stesse cose.
    Quando si innova bisogna mettere in conto un sacco di costi “morti”, delle 10, 20, 100 strade che non funzioneranno, e che saranno ripagati da quella che funzionerà.
    _
    L’invervento di Koddo, in questo contesto, mi sembra completamente inutile: i pomodori saranno comunque raccolti, stai tranquillo (magari da qualcuno che inventa una macchina raccogli pomodori…).

  • epicuro

    @LORENZODERITA
    Grazie per l’invito, ma era un modo di dire. Non credo di averne seriamente bisogno. Nonostante l’età non più tanto tenera sono in procinto di lasciare una tana calda, sicura e patetica per un territorio ignoto dall’altra parte del mondo, non tanto sicuro ma potenzialmente di grande soddisfazione professionale. Ma io sono fortunato (forse) e non vado a dire a chi non se la sente di fare altrettanto o non perde sonno e appetito nel tentativo “sei uno che vivacchia e sa solo lamentarsi”, perché i motivi possono essere mille e decisamente non tutti trascurabili o meritevoli di disprezzo, soprattutto in un paese come questo. E’ inutile voler fare gli ammerigani a tutti i costi: non siamo in California negli anni ’60, praticamente siamo nella Roma papalina dell’ottocento e il numero di quelli che possono davvero permettersi di dire “I don’t know what I shouldn’t do” è molto minore di quello che immagini. Non so se da Amsterdam la cosa sfugga, ma credo che tenerlo presente ogni tanto non guasterebbe.
    Mille auguri per il tuo istituto (anche se credo non ne abbiate bisogno).

  • uqbal

    Epicuro: a me non sembra nemmeno che De rita abbia detto: vendete tutto e andate a predicare l’innovazione.

  • koddo

    UQBAL, l’esempio dei pomodori era per invitare a mantenere una dose di realismo, davvero pensi sia fuori contesto?
    Ormai è qualche anno che il “be smart” ha preso piede tra i commentatori nazionali e non, e da invito al pensiero trasversale, al guardare fuori dai bordi, si sta un po’ trasformando, vedi questo articolo, a una fede in cui l’irrealtà è il nuovo dogma, il nuovo futuro, e il realismo è statico, immutabile, irrimediabile indicatore di fallimento.

    A distanza di 100 anni siamo di fronte a un nuovo futurismo digitale? Se volete potremmo chiamarlo “be foolish”, o “be smart”, o “We don’t know what we shouldn’t do”. In fondo il concetto di fondo è sempre lo stesso.

  • epicuro

    @uqbal
    ovviamente no, ma mentre leggevo sulla retina mi si formava l’immagine di un tizio ben pasciuto che va in un campo profughi africano e col sorriso sulle labbra dice “Ragazzi, vi vedo un po’ sciupati. Dovreste mangiare di più”. Non lo dico per sfotterlo, è solo per spiegare quanto e perché mi ha urticato.
    Non metto nemmeno assolutamente in discussione la sua buona fede, è che frasi come “Non lasciamo il futuro nelle mani di chi pensa che sia un posto pericoloso, [...], un posto dove i giovani non sono ammessi se non accompagnati da un adulto.” mi lasciano perplesso. Il futuro, per moltissimi, E’ un posto pericoloso (eccome), soprattutto qui da noi, e l’atteggiamento di De Rita l’ho visto mettere in atto da qualcuno, ma ad essere sincero avevano quasi tutti le spalle molto ben coperte. Non tutti possono permettersi di sbagliare.
    Ed essere accompagnati da un adulto, secondo me, non è sempre necessariamente un’eventualità da scartare. Anzi. E ho detto “accompagnati”, non sospinti a calci o trascinati in una gabbia. Evito di scendere troppo nel personale che non siamo dall’analista, ma l’avessi avuto io un adulto ad accompagnarmi nel futuro avrei risparmiato un sacco di tempo e vicoli ciechi e frustrazioni.

  • uqbal

    Epicuro, un po’ di coraggio!

  • serfiss

    Sono un ignorante.
    Nel senso che ignoravo i tuoi articoli. Dopo il primo (questo) sono andato a leggere i precedenti. Bellissimi. In ognuno ho trovato un piccolo punto fondamentale, da capire, metabolizzare e, se condivisibile, tentare di applicare.
    Non vorrei essere frainteso. Non sto attribuendo ruoli da messia a nessuno (spero che nessuno posti il suo punto di vista diametralmente opposto al mio nel tentativo di salvarmi dalla perdizione…).
    Ritengo la tua lettura gradevolissima e stimolante e aspetto la prossima pubblicazione.
    Ora non sono più un ignorante, nel senso che non ignorerò più la lettura dei tuoi articoli.

  • grinch

    @EPICURO – oh, parla te per me. Tanto dici quel che penso io.
    @DARICOMP – “Piccola nota: ci fosse anche un solo straniero in aula, l’inglese è d’obbligo, a meno di non avere traduttori.” – Cazzata. Di solito si indica sulla brochure la lingua degli interventi e le possibili traduzioni. Inoltre sarebbe opportuno verificare la nazionalità degli iscritti all’evento e procedere di conseguenza. Se non è stato fatto, beh, come direbbe Stani “tutto questo è molto, molto italiano”. A me rimane la sensazione di uno, il professore, che voleva fare il figo e di un’altro molto insicuro, De Rita, che ha bisogno di conferme. Ah, De Rita, ho visto quella cosa della pippa più lunga del mondo… quella lì è l’innovazione?

  • grinch

    @DERITA – scusa ho esagerato. Sono un po’ acido coi “cervelli in fuga”, un po’ per invidia – non lo nascondo – un po’ perché ho sempre paura che sia solo l’ennesima declinazione del difetto italico di voler spacciare il bronzo per l’oro. Quel che proprio non capisco è: se siete/sono così bravi, questi cervelli in fuga, perché non sono rimasti qui a trovare un modo innovativo di cambiare le cose? In Italia. Fuggire è un diritto sacrosanto, non ci piove, però è stucchevole far, noi che rimaniamo, la figura degli incapaci o dei codardi. Avere il coraggio di rimanere qui in Italia nonostante l’Eldorado americana o estera è, secondo me, un atteggiamento davvero innovativo.

  • http://blogghetto.org michelelan

    quoto @grinch
    al 100%

  • http://giaimeddu.wordpress.com/ giaimeddu

    @grinch: sull’inglese penso che un professore che lavora al MIT lo utilizzi per lavorare e probabilmente si sente più sicuro a parlare in inglese piuttosto che in italiano.
    @Epicuro: è vero che non tutti si possono permettere di sbagliare, ma è anche vero che è molto pericoloso stare acquattati a fare le cose come si è sempre fatto, specie in un momento di trasformazione profondo come l’attuale. Ci vuole molto coraggio a fare entrambe le cose, ma è molto difficile far coesistere la routine con l’innovazione. Ma penso che sia l’unica strada percorribile.

  • luco

    Io interpreto, molto più liberamente, la frase come “Non ci preoccupiamo di sapere quello che non dobbiamo fare”. Ovvero, non ci poniamo limiti da soli, rischiando di crearcene di inutili o solamente supposti. Ricordo un episodio avvenuto all’università: un professore molto temuto e considerato era in contrasto ideologico con un altro, altrettanto temuto e rispettato. I due erano amici e ignoravano la reciproca divergenza di idee. In mezzo c’eravamo noi studenti, che dovevamo sottoporre un progetto all’approvazione di entrambi. Secondo tutti le soluzioni erano essenzialmente tre (e badate bene, non era neanche contemplata la quarta):
    -dare retta ad A
    -dare retta a B
    -mediare tra A e B (o non ascoltare nessuno dei due)
    con conseguenti borbottii e malumori.
    Io applicai la quarta soluzione:
    - informare A della sua divergenza di vedute con B. Essendo il concetto stato espresso con chiarezza e rispetto, ed essendo A una persona intelligente e rispettosa, rivide parzialmente la sua posizione per venire incontro a noi studenti e in seguito parlò con B.
    Quello che nell’immaginario collettivo “non doveva essere fatto”, cioé informare A della sua divergenza con B, tanto da non venire nemmeno contemplata come ipotesi, era invece la soluzione migliore per uscire dall’impasse.
    Al di là dell’aneddoto, è difficile che preoccupandosi di dove si va a finire si arrivi a qualcosa di nuovo… Certo, non mi sentirei nemmeno di consigliarlo a tutti come metodo, le condizioni ambientali sono ampiamente mutevoli…

  • rammi

    Ispirante. Il “linguaggiare” di Maturana? Teoria del linguaggio di Wittgenstein? Esplorare i confini del conosciuto? Applicabile non solo al linguaggio. Mi piace, tanto.

  • visivasnc

    Mi ricorda tanto il buon vecchio Carmelo … Bene … riprendiamo questi temi dopo 50 anni di dibattiti mi fa piacere.