Stalattiti senza stalagmiti.

Se voi foste in vacanza nel carso triestino per due settimane in compagnia di nove bambini in età pre-puberale, asserragliati in casa armati fino ai denti di apparecchi elettronici e videogames e con nessuna intenzione di interagire con il prossimo, o comunque di qualsivoglia essere umano più alto di un metro e cinquanta e sprovvisto di joystick (“sei anziano Papà, si chiama controller”), insomma, se vi trovaste nei miei panni, voi, cosa fareste?

Beh, io, dopo aver provato senza fortuna tutte le carte a mia disposizione per stanarli da casa, che furono nell’ordine:

1) Andare a mangiare un gelato al mitico Bar Bianco sulla statale
2) Fare una camminata nei boschi e giocare a chi avvista più felci rare
3) Andare a cavallo fino in Slovenia passando dall’ex confine dietro casa
4) Fare un tuffo nell’acqua ghiacciata del mare
5) Aiutare il vicino a insaccare salami

e giocatomi anche l’asso nella manica – cioè cercare i tesori nascosti della prima guerra mondiale con il metal detector – ho buttato lì una mossa tanto istintiva quanto disperata: la visita alla vicina Grotta Gigante.

Non so per quale congiuntura astrale favorevole o per quale grazia superiore, ma la proposta deve aver toccato qualche loro neurone non ancora danneggiato da quelle macchinette infernali. Si sono fiondati tutti in auto, entusiasti all’idea di andare a vedere un buco gigante sottoterra dove viveva un orso enorme con denti a sciabola che mangiava gli uomini della preistoria perché avevano il cervello più piccolo di quelli di oggi (con queste parole, la mia figlia minore descriveva a uno dei suoi fratelli il posto dove ci stavamo recando.)

Appena entrati nella grotta, la speleologa che ci faceva da guida ci avvisò che avremo dovuto percorrere 500 gradini a scendere e 500 a risalire e che il tutto avrebbe preso un’oretta di tempo. I lamenti del “popolo del gioioso joystick” per l’imprevisto sforzo fisico che li attendeva finirono al decimo gradino, quando di sguincio era già possibile capire che la Grotta Gigante avrebbero potuto chiamarla anche la Grotta Gigantissima (copyright dell’altra figlia, quella maggiore).

Era uno spettacolo da ammutolire. E, infatti, ci ammutolì a tutti. Avevamo di fronte a noi trecento sessantamila metri cubi di vuoto, tanto era il volume della sala principale della grotta.

Tutt’intorno stalattiti e stalagmiti.

E silenzio. Si riusciva a sentire il gocciolio dell’acqua che precipitava dalle lunghe stalattiti appese alla volta superiore della grotta per andare a infrangersi sulle stalagmiti sottostanti. Un viaggio, per quelle gocce, di quasi 100 metri.

Osservavo i bambini che con il naso per aria e la bocca aperta circumnavigavano con lo sguardo l’intera grotta. Avevano un’espressione sul volto che neanche avessero visto la Playstation 9. C’era meraviglia vera nei loro occhi. E rispetto. Era, quello, il mio personale e piccolo spettacolo nello spettacolo maestoso offerto dalla grotta.

Risalendo i 500 gradini per tornare su, questa volta tra lamenti e sbuffi (le salite non ispirano nessun sentimento di meraviglia), la guida continuò a spiegarci le varie caratteristiche della grotta, di come funzionano le maree terrestri, delle centinaia di migliaia di anni che servono a una stalagmite per crescere di appena qualche metro e dei milioni di anni necessari per congiungersi con la stalattite formando una colonna, e di come le luci che illuminano la grotta provochino la nascita di muschio e felci attraverso il processo di fotosintesi.

Eravamo quasi all’uscita quando il più piccolo dei bambini disse: “Non ho capito niente, cosa sono le stalagmiti?”. Un altro dei bambini della compagnia, spazientito da quella frase che rendeva completamente inutile lo sforzo di quei mille gradini, gli diede una risposta semplice, ma che allo stesso tempo trovai molto profonda: “ le stalagmiti sono quelle cose che servono a ricevere la goccia delle stalattiti, sennò la goccia casca per terra e si spreca.”

Dunque, a suo modo di vedere, le stalagmiti non erano una conseguenza di quel continuo e lentissimo gocciolare delle stalattiti sempre sullo stesso punto. Nella sua visione rovesciata delle cose, le stalagmiti giustificavano le stalattiti e non il contrario. L’effetto diventava la causa e viceversa.

Tornando a casa, ripensavo a quel concetto sottosopra, e mi tornò in mente quella teoria sulla formazione delle idee di Paul Valéry di cui avevo letto una volta. Non ricordo in che libro o articolo la scrisse e nemmeno le parole esatte, ma il concetto era che per inventare qualcosa c’è bisogno di almeno due persone: una che pensa all’idea e un’altra che la riconosce come idea.

Una sola, senza l’altra, non è sufficiente per dare completezza e legittimazione a un’idea.

Un po’ come le stalattiti che creano (inventano) la goccia, ma se poi non hanno una stalagmite a ricevere (riconoscere) quella goccia, quella goccia avrà fatto un viaggio a vuoto.

Beh, rimanendo in metafora, se immaginiamo il mondo di oggi come fosse una grotta gigantissima, al suo interno troveremo solo stalattiti e nessuna stalagmite.

Un posto pieno di scrittori senza editori, fotografi senza agenti, registi senza produttori, stalattiti senza stalagmiti…

La più grande conseguenza della rivoluzione digitale che stiamo vivendo è proprio questa: l’averci falsamente illuso, per biechi motivi commerciali, che siamo tutti artisti autocertificati. E’ come se fossimo convinti per davvero che ci basti una telecamera al collo per essere un regista o un programma word per scrivere un best-seller.

Pensiamo che sia piu’ interessante e socialmente rilevante, essere quello che può dire “guarda che bella idea che ho avuto”, piuttosto che essere quello che dice “proprio bella l’idea che hai avuto”.

E’ questo il significato più vero dei milioni di video che postiamo su youtube, i trilioni di fotografie che mostriamo sulle nostre pagine su facebook e su flickr, le centinaia di migliaia di libri pubblicati ogni giorno…

Uno sgocciolio che non crea niente, ma anzi distrugge. Una massa indistinta di vuoto.

Se non ridaremo importanza al ruolo del riconoscitore d’idee, saremo destinati a vivere in una società che si regge su colonne di miliardi di gocce sparse.

Una società che non sa inventare il proprio futuro.