Bob Dylan sgozza il maiale al festival vegano di Newport

220px-Bob_Dylan_-_The_Bootleg_Series,_Volume_7No Direction Home: Movie Soundtrack (The Bootleg Series, vol. 7, 2005)

(L’album precedente: Bringing It All Back Home;
il successivo: Highway 61 Revisited).

Il proposito originario era ascoltare tutti gli album di Bob Dylan in ordine cronologico, e sopravvivere per raccontarlo. A mettersi in mezzo, oltre al buon senso, gli impegni professionali, gli affetti, la famiglia che preferisce ascoltare Baustelle e/o lo Zecchino d’oro, c’è Dylan stesso che è riuscito a incasinare la propria discografia come nessun altro. Per esempio, un album come No Direction Home va senz’altro ascoltato – contiene materiale inedito di un certo rilievo – ma quando?

Ero tentato di metterlo per primo, perché comincia con due pezzi registrati nel 1959/60 da Robert Zimmerman – o forse si faceva già chiamare “Bobby Dillon” – ai tempi di Hibbing, Minnesota. Sono le registrazioni più antiche che abbiamo della sua voce e sono emozionanti, soprattutto la prima (When I Got Troubles). Dylan quanti anni ha, 18? Maneggia la chitarra in modo rudimentale, ma ha già un’idea molto personale di come cantare il blues. Si intuisce un lungo apprendistato accanto a un giradischi gracchiante a 78 giri. Il ragazzino è già stato iniziato a uno dei misteri della musica nera, quella blue note estromessa dal pentagramma occidentale, né diesis né bequadro, uno spazio impossibile tra un tasto nero e uno bianco del pianoforte. Canta quasi sottovoce, da crooner, lasciando insoluto l’enigma: è vero quel che racconta la sua fidanzata di Hibbing, che prima di una bronchite mal curata nel 1960 la sua voce era diversa, più calda, meno nasale (simile a quella che avrebbe usato ai tempi di Nashville Skyline?) È difficile capire.

La raccolta poi prosegue con alcune preziose registrazioni del periodo acustico, una versione molto intima di This Land Is Your Land di Woody Guthrie, qualche scarto interessante del biennio 1965-66, e alcune versioni dal vivo (tra cui l’unica incisione live acustica di Chimes of Freedom). Allora ho pensato che se avessi ascoltato No Direction Home per primo mi sarei rovinato l’effetto sorpresa. Un’altra possibilità era ascoltarlo verso la fine, tenendo conto dell’anno in cui è stato pubblicato, il 2005. Siamo tra Love and Theft e Modern Times: in un momento in cui Dylan riscrive la sua storia, pubblicando il suo primo (e fin qui unico) volume di memorie, Chronicles, e affidando a Scorsese il materiale del film che voleva realizzare nel 1966 ma non era mai riuscito a montareScorsese utilizzerà qualche spezzone per un documentarioNo Direction Home, di cui questo disco è la colonna sonora. Siamo insomma nella fase in cui il 60enne Dylan rovista nei solai alla ricerca dei ricordi di giovinezza, occultando i più imbarazzanti e incorniciando quelli che si accordano con l’autobiografia che si sta costruendo (e di cui Chronicles I è soltanto una sfaccettatura). In questo senso non sarebbe del tutto sballato ascoltare No Direction Home così tardi: acquisirebbe il profumo di una gita in solaio, appunto. Ma se si tratta di un’operazione revisionista, non rischio di avallarla? Se c’è qualcuno di cui bisogna diffidare quando studi Bob Dylan, è il vecchio Bob Dylan. Se pretende che io unisca i puntini in un certo modo, sicuramente vuole che appaia qualcosa e che non si veda qualcos’altro. Ma io non sono qui per aiutarlo a scolpirsi il monumento.

larsL’idea sarebbe smontare, decostruire, insomma alla fine ho preferito inserire No Direction Home all’undicesimo posto, in quello spazio strettissimo che sta tra due dischi importanti come Bringing It All Back Home (registrato nel gennaio 1965 ma pubblicato soltanto a fine marzo) e Highway 61 Revisited (nei negozi a fine agosto). Basterebbero questi due termini per rendere il 1965 un anno cruciale. Ma in questi quattro mesi succedono almeno altre due cose fondamentali, di cui si può parlare mentre si ascolta No Direction Home:

1. Like a Rolling Stone. Il brano di Bob Dylan più popolare, più venduto, più ascoltato in streaming, viene composto in maggio, registrato il 16 giugno e pubblicato il 20 luglio. Su No Direction Home c’è una famosissima versione live, quella del concerto di Manchester del 1966, su cui torneremo. Ma intanto abbiamo una scusa per cominciare a parlare di Like a Rolling Stone.

2. Cinque giorni dopo l’uscita nei negozi di Like a Rolling Stone, il debutto dal vivo con una band nel luogo forse meno indicato al mondo: il Newport Folk Festival, il tempio degli hipster 100% acustici. Dylan verrà sonoramente fischiato, ma in un certo senso aveva cominciato lui. Su No Direction Home c’è il primo brano dei tre che riuscì a suonare, Maggie’s Farm, ed è una cosa notevole. Per essere la prima canzone che suona dal vivo con chitarra elettrica ed amplificatori, Dylan sembra molto promettente.

E dunque ci siamo. ora Dylan diventa una rockstar. Sembra facile: basta scrivere il pezzo giusto al momento giusto, la cosa che la gente voleva sentire. Peccato che sia completamente il contrario. Like a Rolling Stone non è il pezzo giusto, ed è il contrario di quello che sia i suoi fan sia il pubblico mainstream avrebbero voluto sentire. Al punto che la Columbia stava per buttarlo via: un singolo di sei minuti? Mai visto, ridicolo – e poi il cantante qui esagera, altro che blue note, sembra che stoni proprio: c’è un certo tipo di irruenza a fine strofa a cui oggi siamo abituatissimi, ma nel 1965 no. Poi una sera Shaun Considine, un responsabile delle uscite alla Columbia, racconta di essere entrato da Arthur, un club appena aperto sulla 54esima strada dalla prima moglie di Richard Burton, e di aver chiesto al dj di suonare l’acetato: vediamo come va, vediamo se la gente balla. Il pezzo viene chiesto e richiesto finché l’acetato non si consuma. Ok, quindi forse funziona. Però è veramente troppo lungo: così lungo che in un solo lato di un 45 giri non ci sta, la prima versione promozionale per le radio esce con due strofe sul lato A e due strofe sul lato B. Scelgano i dj quale lato programmare, ma di sicuro nessuno vorrà farla ascoltare per intero, no? I dj saranno costretti a mixare i due lati perché sì, il pubblico la voleva ascoltare intera. Primo paradosso: il più grande successo commerciale di Bob Dylan è una delle mosse meno commerciali che abbia mai fatto (e ne ha fatte tante), un brano che non rientra in nessun genere prestabilito: il sound di Like a Rolling Stone non esisteva prima di Like a Rolling Stone. Nessuno aveva mai suonato l’organo come in quel brano Al Kooper (nemmeno Al Kooper). La canzone che la radio programma di più è la canzone meno radiofonica. Per arrivare al secondo posto della classifica ci metterà qualche settimana: nei primi dieci posti ci resterà per tre mesi. Niente male, per un pezzo di vomito.

"Part I".

“Part I”.

Perché all’inizio Like a Rolling Stone era questo: un pezzo di vomito, uno sfogo senza capo né coda rigettato su una decina di fogli di carta al Chelsea Hotel, al ritorno dal tour acustico in Inghilterra. Laggiù era successo qualcosa che nessuno ci ha mai davvero raccontato. Sappiamo che si era comportato male con la Baez: lei ogni sera si aspettava di essere chiamata sul palco, certe notti pensava di essere ospite gradita nella suite e non sapeva che Bob viveva già con un’altra persona, Sara. Sappiamo che BD non era contento di quello che stava facendo, che era stanco del suo repertorio – piuttosto vasto, in realtà, e in costante evoluzione: ma evidentemente gli andava stretto. Non ce la faceva più a presentarsi sul palco con chitarra e armonica, ad atteggiarsi a menestrello e cantante di protesta (e se riascoltiamo i primi brani acustici di No Direction Home e li confrontiamo con l’ultimo live al Philharmonic ce ne accorgiamo, che l’ingenuità di Song to Woody ha ceduto il posto a una certa stanchezza: ormai non arpeggia più, stravolge le melodie, morde il freno, si annoia). Sappiamo che stava meditando un ritiro dalla scena e che in un certo senso Like a Rolling Stone parla di questo. Secondo paradosso: la canzone che permette a Bob Dylan di comprarsi una bella villa in campagna… parla di una persona fallita, decaduta, ridotta a vivere per strada. Forse è lo stesso personaggio dell’ultimo brano del disco precedente, It’s All Over Now Baby Blue, quello che ora invidia ai barboni i vestiti che aveva regalato. Dylan ora la chiama “Miss Lonely”, quindi è una ragazza: ma forse è solo un modo per sottolinearne la fragilità. Chiunque sia, si è rovinata. Ma chi è? Dylaniti e semplici gossippari sviscereranno ogni verso alla ricerca di un indizio. È la Baez, è la Sedgwick, la Rotolo, è un suo collega che continua a far girare il cappello nelle cantine mentre Dylan gira in limousine, è il suo manager che gli sta facendo firmare contratti capestro? Può essere chiunque, va bene, ma a chi stava pensando Dylan davvero? Perché sembra impossibile scrivere una canzone così diretta e cattiva senza pensare a una persona reale.

Tanto tempo fa ti vestivi così bene, non risparmiavi monete ai borboni ai tuoi bei tempi, ti ricordi? La gente ti diceva: Vacci piano bambola, che cadi, tu pensavi che stessero scherzando. Eri abituata a ridere di tutti quelli in giro là fuori: adesso non parli più a voce così alta. Adesso non sembri più così orgogliosa di dover scroccare la tua prossima cena. Come ci si sente?

Qualche anno più tardi BD taglierà il nodo gordiano delle interpretazioni nel modo più elegante. Mi sono accorto, spiegherà in un’intervista su Playboy, che tutti quei “lui”, quei “lei”, quei “loro” che usavo nelle canzoni erano camuffamenti: che in realtà erano tanti “io”. Forse era l’unico modo per ritirare alcune offese – perché è difficile pensare che il fiume di parole poi condensato in Like a Rolling Stone sia stato eruttato senza l’intenzione di offendere qualcuno (e poi a ben vedere non usa “lui” o “lei”, almeno in questo pezzo: usa il “tu”). Si era persino immaginato questo nemico “nuotare nella lava”. Vomito, lava, c’è qualcosa di vischioso in Like a Rolling Stone. Ci avrebbe messo anni a capire che quel naufrago era lui, e forse erano gli anni necessari a costruirsi una pietosa bugia. Ma voglio prenderla per buona, perché di tutte le piste possibili è la meno pettegola e la più interessante. Al termine del tour inglese, Dylan è esausto del suo personaggio. È tentato di buttare all’aria la sua carriera, ovvero l’unica cosa a cui si è dedicato dal liceo in poi. La sola prospettiva che lo renderebbe libero è una prospettiva di miseria. E BD conosce la miseria. C’è già passato. I primi mesi a New York potrebbero essere stati più brutti di quanto raccontano i biografi canonici; il “mystery tramp” che propone un affare osceno a Miss Lonely potrebbe essere un ricordo imbarazzante che la rockstar non riesce a liquidare. C’è qualcosa di vero e di vissuto nella materia che prende fuoco in Like a Rolling Stone. È questo la rende un oggetto così vischioso. Dev’essere orribile cadere nella lava, ma chi ti vedesse non riuscirebbe a distogliere lo sguardo.

Horatio Alger è l'autore più legato ai rags-to-riches. Le immagini di ragazzi poveri che cercano di salire sui treni sono tipiche stanno alle copertine dei r-t-r come gli atleti seminudi ai romanzi rosa. Lo stesso Woody Guthrie, quando aveva intitolato la sua biografia "Bound for Glory", aveva istintivamente scelto un titolo r-t-r.

Horatio Alger è l’autore più legato ai rags-to-riches. Le immagini di ragazzi poveri che cercano di salire sui treni stanno alle copertine dei r-t-r come gli atleti seminudi ai romanzi rosa.

Terzo paradosso: Dylan conquisterà le classifiche americane con una canzone che racconta il contrario di quello che gli americani vogliono sentire di solito. E sappiamo tutti cosa vogliono sentire: un tizio che viene su dal nulla e grazie al suo talento, alla sua dedizione e alla fede in sé stesso, diventa famoso. Un secolo fa li chiamavano rags-to-riches (dagli stracci alla ricchezza), erano un genere letterario, di libri del genere ne usciva uno alla settimana. Persino Woody Guthrie, quando intitolò la sua biografia Bound for Glory, scelse un classico titolo rags-to-riches. Oggi escono meno libri del genere: in compenso in tv ci sono i talent. Per quanto irregolare, la storia raccontata dai brani di No Direction Home è un ottimo rag-to-riches: all’inizio c’è solo un ragazzino di Hibbing con una voce particolare e una chitarra approssimativa, alla fine c’è una delle più grandi rockstar del mondo. In mezzo ci sono solo sei anni (oggi in sei anni, per dire, i Baustelle fanno due dischi). Eppure, in fondo a questa storia perfetta, c’è una canzone che racconta la storia opposta: c’era una volta una ragazza che si vestiva così bene, era generosa coi barboni, non è vero? E adesso guarda come si ridotta, guarda come si è conciata, guarda con chi si accompagna. Riches-to-rags. Dalle stelle alle stalle, diciamo in Italia: notate bene, non diciamo il contrario, non ci viene spontaneo.

Sei stata nelle scuole migliori, ok, Miss Solitaria, ma lo sai che ci andavi solo per farti annaffiare? Nessuno ti ha mai insegnato a vivere in strada, ma adesso dovrai farci l’abitudine…

Forse è per questo che Like a Rolling Stone piace così tanto sia ai fan accaniti che a quelli occasionali, e persino a Bob Dylan (una volta lo ha proprio dichiarato: “Like a Rolling Stone piaceva persino a me”). Mentre tutti puntano verso l’alto, è un brano che guarda coraggiosamente verso il basso. Non per indurre a pietà: per contemplare inorriditi l’inferno dal quale si proviene, nel quale si era tentati di ricadere. Con disprezzo puritano, e un’ombra di rimpianto. Perché verso la fine della requisitoria c’è pure lo spazio per un sospetto: forse chi vive sulla strada senza più segreti da difendere è più libero di chi ci torna in limousine e ha paura di riconoscere i vecchi amici.

Quarto paradosso: nel bel mezzo dell’iperbole degli anni Sessanta, proprio quando tutto comincia ad accelerare e le immagini in bianco e nero cedono al colore, proprio quando Pace e Amore sembrano eclissare ogni pensiero negativo, Dylan strappa il fondale fiorito e occupa la scena mostrando rabbia, miseria e invidie. Altro che Amore, qui c’è gente che dà via il corpo per campare. Altro che Pace, il mondo si divide in leccaculo e in estranei che ti prendono a calci – no, aspetta, sono le stesse persone quando finisci i soldi. Mentre tutti insistono a cercare in Mr Tambourine Man qualche incitazione a drogarsi, nessuno sembra far caso al fatto che Dylan scrive davvero di droga, e non per raccontare di espansione della coscienza, di comunioni mistiche o altre stronzate, ma della paranoia degli spacciatori (Subterranean Homesick Blues) e della disperazione dei tossici. Un baratro vischioso che ci ha attirato tutti a un certo punto.

Dopo Like a Rolling Stone, Dylan smette di scrivere poesie, o almeno così racconta in seguito. (C’è anche da dire che Tarantula stava venendo una vera schifezza, ma il contratto con l’editore andava onorato). Smette di pensare a un comunque impossibile ritiro dalle scene. Ha capito cosa vuol essere: vuol essere la persona che scrive e canta pezzi come Like a Rolling Stone. Giudicare ed essere giudicato. E vuole fare un baccano tremendo. bob-dylanA fine estate lo aspettano a Newport, per il solito festival di gente di città a cui piace la musica di campagna. È la terza volta che lo invitano, perché ancora nel 1962 lui non era nessuno: il suo primo disco non gliel’aveva comprato neanche la mamma (del resto lui al tempo diceva ai giornali di essere orfano). Nel 1963 era la giovane mascotte di Joan Baez. Nel 1964 era già il nome più importante in cartellone, ma tra gli organizzatori c’era già chi borbottava: il tizio si sta montando la testa, ora parla solo di sé stesso, non scrive più quei bei brani di protesta come… sei mesi fa. Nel 1965 si può dire che lo aspettassero al varco. Non tutti, ma qualcuno lo avrebbe fischiato a prescindere. Perché insisteva con testi disimpegnati e incomprensibili, perché aveva già pubblicato un mezzo disco non acustico, perché aveva in classifica un paio di brani rock vagamente simili alla robaccia inglese d’importazione, quelle boyband come gli Animals, i Beatles o i Rolling Stones. Perché insomma, si era venduto. Di fronte all’eventualità di essere contestato dai duri e puri, Dylan decide di essere più duro di loro. Farà così tanto baccano che i fischi non si sentiranno. Un attacco preventivo. Guiderà un gruppo rock al festival folk di Newport. Non aveva mai suonato dal vivo con un gruppo, sin dai tempi di Hibbing – solo in sala di registrazione era riuscito a intendersi, e forse si era illuso che il gioco fosse abbastanza facile. Non è un piano lungamente elaborato: come molte decisioni importanti che gli è capitato di prendere, è una questione di pochi minuti. Il festival faceva parte di una manifestazione musicale più grande; c’era anche un padiglione blues, dove suonava la band di Mike Bloomfield, il chitarrista che aveva suonato nella session di Like a Rolling Stone. Grossman, il manager di Dylan, era lì per capire se il gruppo avesse potenzialità commerciali. A presentare c’è Alan Lomax, il musicologo che tanti dischi fondamentali aveva fatto ascoltare a Dylan (la sua segretaria era la sorella di Suze Rotolo). Si fa scappare qualche frecciatina al microfono: Grossman se la prende, si mettono le mani addosso. A quel punto Dylan ha un’idea, e la gira a Bloomfield: domani suono al folk festival, ho l’ultimo set. Perché non ci andiamo con un gruppo?

Forse si aspettava che la band di Bloomfield fosse a sua disposizione. Senz’altro pensava che fosse tutto facile, com’era stato facile tutto sommato registrare Bringing. Bloomfield si mise a provinare musicisti a tarda notte. Al Kooper fu arruolato solo perché era già al festival. Kooper era il pianista che si era intrufolato nello studio durante la registrazione di Like a Rolling Stone e si era inventato il riff d’organo (uno strumento che non aveva mai suonato prima d’allora). Il giorno dopo hanno appena il tempo di suonare un paio di strofe per il soundcheck. Non c’è il tempo per regolare i volumi, ma Dylan non se ne preoccupa: è la sua prima volta, magari nemmeno sa come funzioni, un soundcheck. L’importante è suonar forte. Nel film di Haynes, il sipario si apre e il pubblico di hipster tutti pace&amore vengono presi a mitragliate da una rock’n’roll band in giacca di pelle. Come tutte le Storie, anche quella del rock la scrivono i vincitori.

Positively_4th_StreetQuel che accadde veramente è più complesso. C’erano migliaia di persone e tutte continuano a ricordarsi cose diverse. Per esempio c’è questa leggenda dura a morire che Pete Seeger, dietro le quinte, volesse tagliare i cavi con un’ascia. Seeger ha passato il resto della sua vita a negare la circostanza: era solo frastornato dalla confusione, ma non aveva un’ascia e difficilmente l’avrebbe usata su un impianto elettrico. Niente da fare, nemmeno sua moglie gli credeva (persino un cronista apparentemente rigoroso come Greil Marcus, almeno in quel caso tra verità e leggenda preferisce stampare la leggenda). Una cosa sicura è che la gente si mise a fischiare: ok, ma perché? Senz’altro Dylan li stava provocando. “Nel momento in cui salì sul palco fu visto come l’affermazione delle istanze della città sulla campagna, del capitale sul lavoro, ma anche degli artisti bianchi su quelli folk neri, dell’egoismo sulla compassione, della rapacità sul bisogno, del brivido del momento sulle difficoltà della lunga durata, dell’imprenditore sull’operaio, del ladro sull’orfano” (Marcus, 1997). Un conto è passare dalla cucina vegetariana al barbecue. Un altro è sgozzare il maiale sul palco del festival vegano: non è solo rock’n’roll, è stronzaggine pura, distillata.

Col tempo molti, insoddisfatti di comparire nella Passione di Bob Dylan nel ruolo dei farisei, hanno sostenuto che non fischiavano per lo scandalo, ma perché non si sentiva niente, non si capiva niente, era solo un gran baccano. Avrebbe un senso. Era un gruppo che non aveva mai provato, il cantante non aveva mai cantato dal vivo con una band, il bassista aveva attaccato un foglietto allo strumento con le note da suonare. Ma poi ascolti la Maggie’s Farm di No Direction Home e qualcosa non va. Insomma, questi suonano alla grande. Ok, il bassista non ha le idee molto chiare, ma ditemi se voi lo fischiereste un brano così. E allora i casi sono due:

(1) Quella che ascoltiamo è pura revisione storica: il brano è stato remixato e magari anche un po’ ricorretto in studio, fino ad assumere una consistenza dignitosa. Ma a Newport non sentirono questo, sentirono solo un enorme boato. È un’ipotesi importante, che getta un sospetto su tutte le registrazioni live del periodo: se sono state pubblicate a 40 anni di distanza, forse è anche perché ci volevano 40 anni di progresso tecnologico per renderle ascoltabili. Già un banalissimo missaggio ti consente di riscrivere la storia a tuo piacimento: magari quel basso un po’ incerto era l’unica cosa che si sentiva, magari il fraseggio affilato di Butterfield era una cacofonia frastornante. Pete Seeger ricorda con orrore la distorsione della voce, e continua a sostenere che non voleva interrompere il concerto, ma gli dispiaceva che non si capissero le parole. A cosa serve un concerto di Dylan se non si capiscono le parole?

(2) E se la gente si ricordasse male? Non è poi così infrequente. Tra la memoria collettiva e la registrazione, la prima non è quasi mai la più affidabile. La gente si ricorda una cacofonia spaventosa perché era uscita per andare ad ascoltare Blowing in the Wind per chitarra voce e armonica, e nessuno li aveva preparati a un blues elettrico a cento all’ora. Non avevano la cultura necessaria per decifrare quel rumore, non avevano fatto i compiti, non c’era nessun maestro che potesse impartirli: oggi per gente della mia età è un gioco da ragazzi scomporre il fragore di un gruppo shoegaze nei suoi elementi primari, ma a quel tempo la cosa più simile al rumore che stavano ascoltando, per molti spettatori paganti, era il rumore di una locomotiva diesel. Per forza fischiavano. Ma in entrambi i casi, Dylan li aveva in qualche modo costretti.

Aveva reagito a una voce ci corridoio (“Si è venduto”) presentandosi in giacca di pelle e stratocaster a tracolla, esibendo un pezzo commerciale nel modo più volgare possibile – sì, Maggie’s Farm Like a Rolling Stone erano pezzi commerciali, nel 1965. Non era solo la paranoia di una piccola comunità di snob. Erano commerciali davvero, stavano davvero vendendo, il loro autore aveva finalmente sgomberato la stamberga in 4th Street e si era comprato un bel villino. Avevano qualche motivo per risentirsi ma – quinto paradosso – non ne ebbero il tempo: era la rockstar venduta a prendersela con loro. Con argomenti che gli utenti di facebook, gli spettatori di reality e gli ascoltatori di rap (non solo italiano) troveranno abbastanza familiare: falsi, sta dicendo la rockstar appena nata, siete falsi. Pensate di odiarmi e invece mi state invidiando. Oppure dite di ammirarmi ma mi augurate di schiantarmi in moto. È più o meno quel che dice, senza velleità poetiche, nel singolo che uscirà in settembre, Positively 4th Street. Ci arriveremo. Ma restiamo ancora un attimo a quel 25 luglio, perché rischiamo di perderci un dettaglio importante. Dopo essersi aspettato quei fischi, dopo averli anticipati, sollecitati, desiderati, amplificati, Dylan ci rimase male.

L’esibizione durò pochissimo, il gruppo si era preparato appena tre canzoni (di cui solo Maggie’s Farm è stata pubblicata e non è un caso: la versione di Like a Rolling Stone, a quanto pare, fu disastrosa). Alcuni sostengono proprio di aver fischiato per questo: non perché fosse elettrico o frastornante, ma perché era già finito. Richiamato a gran voce, Dylan tornò sul palco con la chitarra acustica e l’armonica, e cantò È tutto finito adesso, Baby Blue. Aveva gli occhi umidi, aveva ventiquattro anni. Gli era successo di nuovo. Come due anni prima, quando era andato ubriaco a ritirare un premio e ne aveva approfittato per confessare la sua simpatia per l’assassino di Kennedy: un’altra provocazione che gli si ritorce contro, un’altra gaffe. Aveva voluto scandalizzare, ci era riuscito, ma adesso era più arrabbiato di prima. Gli hipster di Newport tutto sommato erano l’obiettivo più facile del mondo: oggi il giornalista medio italiano li definirebbe radicalchic, cavie da laboratorio. Che il loro amore per la vecchia musica di una volta fosse un paradosso, Dylan lo aveva capito al primo istante: già in Talkin’ New York aveva colto il punto. “Suoni come un hillibilly, un campagnolo”, gli dicevano nelle cantine: “Qui vogliamo dei folksinger”. Erano ipocriti, ma Dylan doveva mangiare: si era sforzato di essere come volevano loro. Adesso non ne aveva più bisogno: ma allora perché prendersela così tanto? Perché provocarli, perché pubblicare un disco (Positively 4th Street) al solo scopo di offenderli, perché aggredirli col puro rumore amplificato? Perché, nel momento più fortunato e cruciale della sua carriera, Bob Dylan è così arrabbiato? Sta succedendo qualcosa, ma non sappiamo cos’è.

 

(Gli altri pezzi: 1962: Bob Dylan, Live at the Gaslight 1962, 1963: The Freewheelin’ Bob Dylan, Brandeis University 1963, Live at Carnegie Hall 1963, 1964: The Times They Are A-Changin’, The Witmark Demos, Another Side of Bob Dylan, Concert at Philharmonic Hall, 1965: Bringing It All Back Home, No Direction Home, Highway 61 Revisited, 1966: The Cutting Edge…)

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