Il Post
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Giuseppe l’artigiano

30 aprile 2012

Tutto sua madre, accidenti.

1° maggio – San Giuseppe artigiano, padre putativo di Gesù (primo secolo)

Prima che vi mettiate a leggere: è esattamente lo stesso pezzo del 19 marzo, ma allora si festeggiava Giuseppe in quanto patrigno di Gesù, oggi in quanto artigiano e quindi lavoratore, e quindi a partire dagli anni ’50 gli hanno chiesto di rubare un po’ la scena ai sindacati confederali, ma secondo me non ha mai funzionato, Giuseppe è un tizio schivo, non ruberebbe la scena a un bambino. Io comunque lo festeggio e qui vi mando le repliche:

Giuseppe, dice il messale romano, è l’ultimo patriarca della Bibbia. Buffo, lui che non era nemmeno un vero padre. Però pensando ai suoi predecessori – Noè che ubriaco si fa ridere dietro da Cam e lo maledice; Abramo che quasi sacrifica Isacco; Isacco che benedice Giacobbe ma solo perché è travestito da figlio maggiore; Giacobbe che ha 12 figli ma sembra curarsi solo di Giuseppe e Beniamino; il profeta Samuele che quasi adotta Saul, lo unge re e poi lo tratta da mentecatto; Saul che quasi adotta Davide e poi cerca di farlo fuori… la lista potrebbe continuare, ma insomma in fondo alla sequela di tutti questi padri e patrigni arrabbiati o distratti, talvolta paranoidi, schizzati, tutte proiezioni di un Dio padre geloso e irascibile… Giuseppe sembra di gran lunga il più tranquillo e accomodante. In realtà non conosciamo quasi nulla di lui; anche nel suo caso molte cose che crediamo di sapere sono incrostazioni di leggende e chiose che non hanno fondamento nella lettera dei Vangeli. Per esempio ci piace raffigurarcelo come un tizio avanti negli anni (“i vecchi quando accarezzano” cantava De Andrè, “hanno paura di far troppo forte”). L’anzianità di Giuseppe è un dettaglio che diventa sempre più nitido man mano che si chiarisce, nel corso dei primi secoli, l’altro dettaglio fondamentale della verginità di Maria: immaginare il marito anziano era il modo più semplice per spogliarlo di qualsiasi attributo sessuale.

In realtà i pochi versetti che ce ne parlano hanno dato filo da torcere a chi voleva saltare a certe conclusioni. Di Giuseppe parla soprattutto Matteo, l’evangelista più legato al mondo ebraico dove Gesù era nato e vissuto; Luca, come abbiamo visto, è più liberal, scrive subito in greco e mette donne e proletari in primo piano, il suo Giuseppe è un semplice custode di Maria: è lei che viene visitata dall’angelo, è lei che acconsente, è lei che intona il Magnificat, che medita le cose nel suo cuore, Giuseppe è una semplice scorta. Matteo tratta il marito con più considerazione: nel suo vangelo è lui a ricevere più volte istruzioni dall’angelo. Il problema è che proprio in Matteo (1,25) c’è una parolina maledetta, che anche San Girolamo a malincuore dovette tradurre con “donec“, “finché”: Giuseppe “non ebbe con lei rapporti coniugali finché Maria non ebbe partorito un figlio”. Non vi dico le arrampicate sugli specchi dei padri della Chiesa per dimostrare che quel finché in realtà non è quel che sembra, e che Maria restò vergine anche in seguito. Arrampicate rese ancor più disagevoli da quel che Matteo combina nel capitolo 13: mette per iscritto una lista di fratelli di Gesù, nientemeno. Hanno tutti nomi familiari. C’è da dire che a parlare è la folla, e si sa, la folla è sempre male informata. Ma comunque:

Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?

Anche qui si sono spesi in centinaia per dimostrare che “fratelli” non vuol dire proprio “fratelli”, che al tempo di Gesù si diceva “fratelli” anche ai cugini, agli amici, ai conoscenti, come no, la Galilea era una specie di Bronx dove tutti si dicevano Hey Bro. Giusto per mettere il dito sulla piaga, anche Luca negli Atti degli Apostoli e Paolo nella Lettera ai Galati menzionano un personaggio importante della prima comunità di Gerusalemme chiamandolo Giacomo, “il fratello del Signore” (ne parleremo). Un’altra spiegazione è che i fratelli fossero in realtà fratellastri, e che Giuseppe avesse sposato Maria da vedovo. Ecco un’altra buona ragione per immaginarlo vecchietto incanutito (ma è anche un tizio che quando l’angelo gli dice in sogno: adesso prendi su con la tua sacra famigliola e ti rechi in Egitto per tot anni fino a nuovo ordine, lui lo fa; non era proprio un viaggetto di piacere da raccomandare a un pensionato).

Il versetto sopra è fondamentale anche per determinare la professione di Giuseppe: falegname. Di questo almeno siamo sicuri, o no? No, nemmeno di questo. (Continua…)

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  • alessandrosmerilli

    Replica per replica, invece qui si ribadisce che non è vero che Giuseppe fosse un tizio schivo, che non ruberebbe la scena a un bambino, semplicemente non è mai esistito, è nato da un errore di un copista del vangelo di Marco che indusse all’errore in seguito anche Matteo e gli altri :

    Secondo l’ipotesi attualmente più accreditata il primo Vangelo fu quello di Marco (la cosiddetta priorità marciana) e Matteo e Luca lo copiarono.
    Affermi che in esso non ci sia alcuna genealogia. Ho controllato, si parla della famiglia di Gesù in due punti :
    da 3:31
    «Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.
    e da 6:1
    «Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nel tempio. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui.
    il testo greco dal 3 è :
    οὐχ οὗτός ἐστιν ὁ τέκτων, ὁ υἱὸς τῆς Μαρίας καὶ ἀδελφὸς Ἰακώβου καὶ Ἰωσῆτος καὶ Ἰούδα καὶ Σίμωνος; καὶ οὐκ εἰσὶν αἱ ἀδελφαὶ αὐτοῦ ὧδεπρὸς ἡμᾶς; καὶ ἐσκανδαλίζοντο ἐν αὐτῷ. (il punto e virgola in greco antico vale il nostro punto interrogativo)
    Il testo greco di Matteo 13:55 è simile e pare proprio copiato :
    οὐχ οὗτός ἐστιν ὁ τοῦ τέκτονος υἱός; οὐχ ἡ μήτηρ αὐτοῦ λέγεται Μαριὰμ καὶ οἱ ἀδελφοὶ αὐτοῦ Ἰάκωβος καὶ Ἰωσὴφ καὶ Σίμων καὶ Ἰούδας; καὶ αἱ ἀδελφαὶ αὐτοῦ οὐχὶ πᾶσαι πρὸς ἡμᾶς εἰσιν; πόθεν οὖν τούτῳ ταῦτα πάντα;
    “non è il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, ed i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Le sue sorelle, poi, vivono tutte qui fra di noi! Come può fare, dunque, tutte queste cose?”
    non fosse che per due differenze, una veniale ( Marco mette al penultimo posto tra i fratelli Giuda e all’ultimo Simone mentre Matteo fa il contrario), l’altra più sostanziale e intrigante concerne la parola τέκτων che, come riveli nel tuo precedente post “il patrigno di Dio” è traducibile come falegname o muratore. Che senso ha definire il giovane prodigioso che insegna nel tempio ὁ τέκτων, ossia il falegname? Senza che in nessuna altra parte del suo Vangelo Marco ne parli o semplicemente accenni al mestiere di quel giovane così sapiente? Inoltre Marco parla della madre di Cristo (e dei fratelli e delle sorelle) ma non dice una parola su suo padre che sarà putativo finché si vuole se riferito a lui ma non alle sorelle e ai fratelli.
    Allora mi è venuta in mente l’ultima parte della celebre narrazione della morte di Cesare, scritta da Svetonio oltre un secolo dopo le idi di marzo e qualche decennio dopo il Vangelo di Marco :

    82.2… tribus et uiginti plagis confossus est uno modo ad primum ictum gemitu sine uoce edito, etsi tradiderunt quidam Marco Bruto irruenti dixisse: καὶ σὺ τέκνον;
    … fu trafitto da ventitré pugnalate, avendo emesso solo un gemito, senza articolare parola al primo colpo, anche se alcuni tramandarono che disse a Marco Bruto che lo assaliva: “Anche tu, figlio?”.
    Cesare con gli intimi parlava in greco, dunque non disse “tu quoque fili mi”come generazioni di studenti hanno erroneamente appreso, ma καὶ σὺ τέκνον.
    E τέκνον (figlio) non è molto differente nel suono e nei caratteri da τέκτων (falegname). Ora, se colui che trascriveva su un papiro il Vangelo di Marco si fosse distratto un attimo, se la sua sedia in quel momento avesse traballato e lui avesse tirato un moccolo indirizzato al falegname ( τέκτων) inetto che gliela aveva venduta, non può essere che invece di trascrivere correttamente τὸ τέκνον τῆς Μαρίας (il figlio di Maria) avesse invece scritto ὁ τέκτων, ὁ υἱὸς τῆς Μαρίας (il falegname figlio di Maria)?
    Anche Matteo deve avere avuto qualche dubbio. L’ha risolto mettendo al genitivo τέκτων e facendolo diventare il padre di quel giovane che così divenne : τοῦ τέκτονος υἱός (il figlio del falegname), del quale peraltro non fa il nome e il fatto è indubbiamente strano visto che sono di seguito puntigliosamente citati i nomi della madre e di tutti i fratelli.
    Alla fine il nome del falegname nato da un refuso fu trovato : Giuseppe, tipico, basti pensare al Geppetto di Collodi, così come sono tipici i nomi Rocco (in globish Rocky) per i pugili e Battista per i maggiordomi. In attesa di essere fatto a peperini da una schiera di agguerriti filologi mi permetto di ipotizzare che Giuseppe ὁ τέκτων (il falegname o muratore) non sia mai esistito e la sventurata Maria del Vangelo di Marco fosse una prolifica ragazza madre.

  • leonardoT

    Alessandro, la tua è una speculazione interessante, ma devi tenere conto che:
    1. τέκτων è una lectio difficilior
    2. Usare Marco per dimostrare l’inesistenza di Giuseppe è un po’ ardito, visto che è un vangelo che non ne parla mai. Giuseppe però compare nelle due genealogie di Gesù (Luca e Matteo), che tra loro differiscono, quindi non dovrebbero nemmeno provenire da una fonte unica, ma da due fonti diverse, entrambi indipendenti da Marco.

    Quel che sicuramente è opinabile è che Giuseppe sia un falegname, e in generale un artigiano.

  • alessandrosmerilli

    Va bene, Giuseppe non esiste in Marco ma è citato una quantità di volte in Matteo, Luca e Giovanni. Rovesciamo allora il ragionamento. Gli unici a usare la parola τέκτων , e per una sola volta, sono Marco e Matteo. Marco ne parla al nominativo riferendosi direttamente a Gesù, Matteo invece al genitivo: τοῦ τέκτονος υἱός (il figlio del falegname). Luca e Giovanni non parlano proprio del mestiere di Giuseppe. L’ipotesi dell’errore di trascrizione resta : Matteo se n’è quasi accorto e ha avuto un’esitazione nel copiare pedissequamente il testo poco convincente di Marco che chiamava ( o sembrava chiamare) Gesù “il falegname” ( o il muratore, se preferisci ) e ha appioppato il mestiere a suo padre Giuseppe. Che a questo punto ha le stesse probabilità di avere esercitato il mestiere di falegname (o muratore) di quante ne avrebbe di essere stato un calzolaio o un commerciante o un contadino o un medico o un contabile e così via, anche se alla fine, vista la fuga in Egitto, è uno dei pochi a potersi fregiare a buon diritto e ante litteram dell’osceno neologismo che qualifica i cosiddetti esodati.

  • ricette sbagliate

    ecco uno di quei momenti in cui rimpiango di non aver fatto il classico! io volevo fare il classico (c’erano più ragazze), ma mia madre ha insistito per lo scientifico (è più spendibile, diceva) e adesso sono qua che impazzisco perchè τέκνον o τέκτων non so nemmeno pronunciarli! e non ditemi di mettermi a studiare il greco a quest’età!

    comunque volevo anche dire che l’ingerenza della chiesa sul primo maggio è fastidiosa, come quella cosa della benedizione dei veicoli (che non so se si usa ancora e dove) che una volta andava tanto di moda..