20 gennaio – San Sebastiano (256-288).
Tutti i Santi sono icone, ma uno solo è icona gay. Capire come ci sia riuscito, Sebastiano, non è semplice: anzi se qualche altro esperto volesse intervenire con una lunga spiegazione ne sarei contentissimo (nel frattempo segnalo la più completa, a cura di Giovanni Dall’Orto) Quel che sono riuscito a capire è che (1) la Chiesa nega tutto; (2) probabilmente ha ragione, (3) l’associazione tra Sebastiano e omosessualità, anzi, tra Sebastiano e comunità LGBT (oh, lo dice wikipedia) è moderna, ma non modernissima: è già abbastanza data per scontata quando nel 1911 D’Annunzio scrive il Martyre de Saint Sébastien per le musiche di Claude Debussy e le mosse di Ida Rubinstein, ballerina dal fascino androgino. Per l’occasione la Rubinstein vendica i secoli di attori efebici prestati a ruoli femminili. C’è qualcosa di più scabroso di una ballerina russa bisessuale che interpreta un Santo che si fa trafiggere il torso denudato? Sì, una ballerina russa bisessuale ebrea. Pare che quella fosse la vera goccia che fece traboccare il vaso: il Sant’Uffizio mise all’Indice tutte le opere di D’Annunzio, che comunque in Italia non pensava di tornare: troppi ricordi, troppe storie finite male, e soprattutto troppi creditori insistenti e volgari. Ma come gli era venuto in mente di trasformare il pretoriano “favorito” di Diocleziano nel “favorito” nel senso di amante?
Mettiamo in chiaro una cosa: D’Annunzio non si inventa mai veramente nulla. È solo un enorme frullatore di cose che esistevano già. L’omosessualità di Sebastiano è probabilmente un’invenzione dei pittori italiani rinascimentali, che accantonano il santo adulto e villoso dell’iconografia medievale e si concentrano su un solo dettaglio: il torso. Più del seno di Agata, più degli occhi di Lucia, dal Cinquecento Sebastiano è per prima cosa il suo bel torso di soldato romano con una doppia vita (guardia imperdiale di giorno, cristiano di notte). Aggiungi una posa languida, una colonna a cui legarlo; aggiungi qualche freccia – ma non troppe: è vero che Iacopo di Varazze parlava di un santo ridotto a porcospino (“ut quasi hericium videretur”), ma quello era il medioevo truculento, ai nuovi artisti interessa altro. Il torso, perlopiù. A un certo punto dipingere un bel Sebastiano doveva equivalere quasi a un coming out. Prendi il Sodoma, che in verità si chiamava Giovannantonio di Vercelli. Il soprannome non è un caso: Vasari perlomeno non lascia molto margine alle interpretazioni.
Era oltre ciò uomo allegro, licenzioso, e teneva altrui in piacere e spasso, con vivere poco onestamente; nel che fare, però che aveva sempre attorno fanciulli e giovani sbarbati, i quali amava fuor di modo, si acquistò il sopranome di Soddoma, del quale, non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava, facendo sopra esso stanze e capitoli e cantandogli in sul liuto assai commodamente. (continua…)



Il film di Derek Jarman era il mito dello scrittore tuo ominimo, ne scriveva in continuazione – per quanto lo stesso film fosse stato etichettato sbrigativamente come pornografia nel saggio sull’omosessualità nella letteratura e nell’arte “Il ratto di Ganimede ” di Dominique Fernandez.
A proposito, tu e lo scrittore siete parenti?
No.
A Gent, in Belgio, c’è un quadro di Sebastiano deposto, l’unico che mi sia mai capitato di vedere. Qualcuno ne sa qualcosa di più?
http://imageshack.us/photo/my-images/594/sdc12472l.jpg/
In realtà in molti quadri dello stesso periodo Sebastiano è ‘deposto’, spesso con Sant’Irene che gli toglie le frecce (Sebastiano non muore sagittato, ma flagellato in un secondo momento).