La verità sul porco di Sant’Antonio

17 gennaio – Sant’Antonio d’Egitto, eremita e abate (250-357).

1946, Dalì è tentato di fondare Métal Hurlant con 30 anni di anticipo, ma resiste.

La prima tentazione, con Sant’Antonio, è lasciar perdere. Non è uno di quei santi da due cartelle e via, Antonio è qualcosa di immenso, non sai neanche da che parte prenderlo. L’anacoretismo. Gustave Flaubert. Salvador Dalì. L’herpes zoster. Viene davvero voglia di far finta di niente e pescare qualche altro santo poco impegnativo, per esempio Santa Neosnadia vergine, lo sapete che il 17 gennaio è anche la festa di Santa Neosnadia vergine? Scommetto di no, è una santa moderatamente venerata nel Poitou-Charentes, la quale

non ha lasciato della sua vita, conclusasi nel sec. V, altra traccia che la reputazione di una grande virtù e di una grande umiltà.

La patrona della noia, insomma. Sant’Antonio invece viveva in un deserto popolatissimo di demoni che non sempre apparivano in forma di generose donne nude, magari: a volte erano goblin capricciosi che lo sorprendevano in massa in una buca e lo randellavano a ripetizione, con Dio che dall’alto sta a guardare e interviene col raggio laser solo all’ultimo momento, “volevo prima vedere come te la cavavi”.

Martin Schongauer (1550 ca.). Questo deserto è un vero inferno.

Ecco, si potrebbe trattare Sant’Antonio come il protagonista di un action movie – come in quella leggenda medievale in cui irrompe all’inferno col suo maialino, compagno di mille avventure: mentre quest’ultimo distrae i demoni coi suoi grugniti, il Santo brandisce la sua mazza a forma di Tau a destra e a manca liberando un po’ di dannati. Sì. Ma a proposito del maiale. Quand’è che si sono incontrati? Un anacoreta egiziano del terzo secolo e un pacioso suino da cortile, chi è stato a presentarli?

Ne approfitto per fare un atto di contrizione: qualche tempo fa ho scritto una cazzata. Sì, mi rendo conto, non è questa gran notizia. Ma è una cazzata che più di altre grida vendetta, perché mina alle fondamenta la mia già traballante reputazione di agiografo. In novembre, parlando di Cecilia, ho accennato en passant al maialino di Sant’Antonio, affermando come “nei vecchi dipinti” raffigurasse “il demonio tentatore nel deserto”. Ecco. Era una cazzata, che chissà da chi avevo sentito, chissà quante volte avevo già ripetuto a scolaresche ignare di trovarsi davanti a un cialtrone. Ma siccome stavolta l’ho scritta sul Post, non è che se n’è accorto un lettore qualunque, no: mi ha scritto direttamente la massima autorità su Sant’Antonio e i suini – direttamente dal Warburg Institute dell’Università di Londra, Laura Fenelli, che ringrazio e saluto, visto che poteva semplicemente dirmi: “leggiti il mio libro costato anni di ricerche, cialtrone”, e invece no, è stata anche così gentile da raccontarmi la storia: (continua…)

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