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La grande truffa della Chiesa d’Occidente

31 dicembre 2011

"Prendi quel che vuoi, da Lecce a Lisbona è tutto tuo" (Oratorio di San Silvestro, Roma, XIII sec.)

31 dicembre – San Silvestro, Papa (†335)

“La notte di San Silvestro”. Non so chi abbia cominciato a chiamarla così. Non è un’espressione antica: nel medioevo i giorni cominciavano al tramonto, quindi si trattava piuttosto della notte della Circoncisione di Gesù (primo gennaio). D’altro canto fino al Settecento ognuno festeggiava il capodanno un po’ quando gli pareva, per la gioia delle cancellerie. Non c’era consenso nemmeno tra una città e l’altra: a Venezia l’anno iniziava il primo marzo, perciò dicembre era davvero il decimo mese. A Firenze cominciava il 25 marzo: a Pisa anche, ma c’era un anno di differenza, così, per il piacere di complicarsi la vita. In Francia si cominciava con la Pasqua. Esatto, era una festa mobile, quindi ogni anno aveva un numero di giorni diversi. A Bisanzio, ma anche nel meridione e in Sardegna, si cominciava il primo settembre, che in fondo anche oggi è il capodanno vero, quello senza spumante e con tanta tristezza. Ufficialmente però alla fine ha prevalso lo “stile moderno” – che in realtà adoperavano già i romani nel secondo secolo avanti Cristo, detto anche “della circoncisione”, perché gli ebrei venivano circoncisi nell’ottavo giorno dalla nascita, e quindi a Gesù sarebbe capitato il primo gennaio, appunto. E San Silvestro, in tutto questo?

Niente. Non c’entra niente. Eppure da bambini, a furia di sentire parlare di “veglione di San Silvestro”, finivamo per immaginare uno di quei santi bonaccioni che portano doni nottetempo: un Santa Klaus per adulti, niente regali per i bambini ma un magnum per mamma e papà, e poi danze, ricchi premi et cotillons. Ebbene no, San Silvestro non è quel tipo di Santo. Silvestro Papa è l’ultima persona che invitereste a un veglione, San Silvestro è uno dei santi più opachi del calendario, notevole non per quello che ha fatto (resse la Chiesa di Roma ai tempi di Costantino), ma per quello che non ha fatto. Per esempio non ha indetto il concilio di Arles (314) che condannò lo scisma donatista: ci pensò Costantino. Undici anni più tardi a Nicea si tenne il primo concilio ecumenico della Chiesa universale, che condannò lo scisma ariano, e Silvestro non lo organizzò: ci pensò anche stavolta Costantino. Il papa non trovò nemmeno il tempo di andarci. Insomma appare abbastanza chiaro che all’inizio del quarto secolo il vescovo di Roma era una figura di secondo piano. Più in generale, era Roma che stava perdendo colpi. Era ancora il simbolo dell’impero, da poco si era munita di mura, ma non era più capitale. Non reggeva il dinamismo delle ricche metropoli orientali, Alessandria d’Egitto e Antiochia in Siria. Ma anche i Cesari e gli Augusti d’occidente le preferivano città più prossime ai confini, come Milano o Treviri. Costantino le avrebbe dato il colpo di grazia, fondando Costantinopoli – lui in realtà pensava di chiamarla “Nuova Roma” o qualcosa del genere, non era quel tipo di tiranno che si dedica le città da vivo.

Silvestro è ricordato come un grande confessore: si tenne prudentemente alla larga dalle dispute cristologiche, e tutto lascia capire che accettò senza troppi patemi che Costantino, imperatore non battezzato, gestisse le pratiche conciliari senza di lui. Tutto qui? Tutto qui. Tranne un piccolo dettaglio. Qualche secolo dopo la sua morte, Silvestro diventa famoso come protagonista della più grande patacca della Storia europea (diciamo che se la gioca alla pari con i Protocolli dei Savi di Sion): la Donazione di Costantino, un documento falso scritto probabilmente nel nono secolo, ma attribuito a un cronista-notaio di cinque secoli prima. La Donazione racconta di come Costantino, colpito dalla lebbra (!), si fosse rivolto ai sacerdoti pagani, i quali prontamente gli suggerirono il rimedio: un bel bagno rigenerante nel sangue di neonati. Sdegnato, ma anche un po’ disperato, Costantino si riduce a chiedere aiuto a Silvestro, che prontamente lo guarisce. A questo punto l’imperatore decide di omaggiare il pontefice con una modesta elargizione di territorio: la città di Roma, tanto per cominciare; lo Stato della Chiesa tra Lazio e Ravenna, e poi… e poi, crepi l’avarizia, tutto l’Impero d’occidente, anzi tutto l’occidente, fino al mare e anche più in là. Tant’è che quando nel quindicesimo secolo nasceranno controversie tra spagnoli e portoghesi sulle colonie americane, sarà la Chiesa a fare da intermediaria, basando il proprio diritto proprio sul testo della Donazione.

E a questo punto sorge spontaneo l’interrogativo: come hanno potuto crederci davvero, per tutto quel tempo? Ci voleva davvero l’acume filologico dell’umanista Lorenzo Valla per notare qualcosa di sospetto in un testo classico che parla di “feudi”? Nel testo è sottolineata l’importanza, guarda un po’, del Papa di Roma: Costantino chiede che sia riconosciuto superiore ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e… Costantinopoli. Ma ai tempi di Costantino, Costantinopoli era ancora un cantiere, e soprattutto, come abbiamo visto, nessuno l’aveva ancora chiamata così. Per essere creduta autentica, insomma, la Donazione richiedeva uno sforzo di fede ben superiore a quello dei misteri cristologici e trinitari. Fa un po’ effetto, a chi ri-studia la Storia da adulto, e si sforza a ogni passo a trattare gli oggetti del suo studio da adulti, adulti inseriti in un contesto di credenze molto diverso dal suo, ma pur sempre adulti, non fanciulli russoviani o vichiani: fa un po’ effetto, dicevo pensare che per mezzo millennio la favoletta della fontana di sangue di neonati fu presa sul serio anche dai detrattori del potere secolare della Chiesa, uomini di potere o intellettuali come Dante:

AhiCostantindi quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! Inferno (XIX)

Eppure in un qualche modo funzionò. Forse qualsiasi favoletta funziona, basta ripeterla con ostinazione. Per esempio, provate con me: “La Chiesa paga già l’ICI, la Chiesa paga già l’ICI, la Chiesa paga già l’ICI”… ehi, funziona.

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  • atlantropa

    Scusa, Smerilli, ma il motivo “”ufficiale”" dello scisma non fu proprio la decisione di eliminare la particella filioque – ripristinando in tal modo la vecchia versione del symbolum – da parte di coloro che noi qui abbiam preso a chiamare “ortodossi”?

  • atlantropa

    Leo, perdonami, ma a proposito di cattolicesimi ed ortodossie farai mai un pezzo su questa vicenda qui?

  • rusesabagina

    Leggo periodicamente la rubrica perché mi piace anche se non condivido lo spirito che, mi sembra, muova l’autore. Peccato perché questi post potrebbero dare un reale servizio di informazione e formazione culturale ed invece vengono trasformati in uno strumento per far passare i cattolici come tanti allocchi creduloni mentre l’autore e gli altri suoi peones rappresenterebbero GLI ILLUMINATI!
    Sulla questione che il Tondelli e gli altri ben pensanti continuano a macinare e ri-macinare sulla Chiesa e l’ICI vorrei porre loro l’attenzione su di un articolo di Sandro Magister su L’ESPRESSO:
    http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/12/09/chiesa-e-ici-quellesenzione-che-vale-miliardi/
    Forse a lor signori l’articolo non sarà gradito e il Magister -che spesso non è così accondiscendente con la Chiesa Romana- adesso diventerà peggio di Socci e Messori messi insieme. Mi domando, allora, e chiedo: da chi volete sentirvi fare una corretta analisi sulla questione ICI e Chiesa perché non la trattiate più con la lente del pregiudizio? Da Odifreddi? Da Augias? Da Beppe Grillo? Da Travaglio? Don Brown?
    Passando poi alla questione specifica dell’articolo, la donazione di Costantino è una BUFALA solenne. Ma la questione è che l’autorità del Vescovo di Roma e quindi del Papa non si basa su quella donazione: lo scopo principale dell’autore, evidentemente, non è smascherare la bufala della donazione di Costantino quanto mettere in ridicolo quegli allocchi dei cattolici che danno importanza ad un Vescovo che è diventato così importante ad opera di una… TRUFFA!
    in realtà anche a leggere WIKIPEDIA se ne deriva che molteplici sono le motivazioni e le cause per cui la Chiesa Cattolica afferma il primato petrino e per cui anche al Chiesa Ortodossa, pur non riconoscendo un ruolo di primate, riconosce a Pietro un ruolo di maggior rilievo rispetto agli altri apostoli (e quindi vescovi)… ma tra queste nessuna risulta essere la donazione di Costantino. Come mai, Tondelli?
    Parlando poi dello scisma, al sottoscritto, ma non solo, risulta evidente come a quell’epoca ci fosse in atto una fortissima controversia politica tra occidente ed oriente e che lo scisma -che vede teologicamente più esatta l’interpretazione ortodossa del filioque- sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso o il casus belli, chiamatelo come volete, per giungere alla separazione e, da parte degli ortodossi, togliersi dai piedi quel Vescovo che non avevano mai digerito.
    Il tutto in maniera un po’ sintetica e senza presunzione di aver esaurito l’argomento.
    Per il resto confesso che i post del Tondelli mi aiutano molto ad approfondire, mutuando ciò che diceva S.Pietro, le ragioni della mia fede e a non dare nulla per scontato… e per questo, paradossalmente, lo ringrazio!
    Saluti

  • leonardoT

    Atlantropa, grazie per la storia, non la conoscevo (quindi è meglio se non ci faccio un pezzo).
    Rusesabagina, davvero, lo scopo principale non è ridicolizzare i cattolici. Io continuo a restare stupito che un documento così farlocco sia stato preso sul serio anche dai ghibellini, che avevano più di un motivo per dubitare.

  • alessandrosmerilli

    @ rusesabagina, pur essendo un affezionato peone di Leonardot, non mi sentirei illuminato e provo sempre a argomentare le affermazioni mentre tu quando scrivi ad esempio : “risulta evidente come a quell’epoca ci fosse in atto una fortissima controversia politica tra occidente ed oriente e che lo scisma -che vede teologicamente più esatta l’interpretazione ortodossa del filioque- ecc..” fai più che altro confusione. Che vuol dire “più esatta l’interpretazione ortodossa del filioque?”
    In una lezione all’Università di Ratisbona, Benedetto XVI ha citato un testo medioevale, che, -ha in seguito precisato- “non esprime in nessun modo il suo pensiero”. Il perché l’abbia citato resta un mistero. La citazione è di Manuele II Paleologo:
    “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.
    C’è stata allora un’affannosa ricerca di questo personaggio semisconosciuto: Manuele II Paleologo (1350 – Constantinopoli, luglio 1425), era un imperatore bizantino che adoperò tutta la sua vita per salvare i resti dell’impero, limitati ormai a Costantinopoli e alla Morea dall’inarrestabile avanzata dei Turchi e nel 1421 abdicò e si ritirò in un convento. Manuele II compose oltre a una Apologia Contro l’Islam in 26 dialoghi, anche un trattato in ben 157 capitoli sulla Processione dello Spirito Santo, uno dei problemi fondamentali della teologia dell’Oriente greco, nel quale ribadiva che esso procede per filium (attraverso il figlio) e giammai filioque (all’unisono con il figlio) come a tutt’oggi si ostina a ritenere papa Benedetto XVI.
    Cedette il potere al figlio Giovanni VIII , che come spesso accade, era l’esatto contrario del padre. Come il padre era austero e ieratico, così il figlio fu un dandy ante litteram. Per ottenere aiuti contro l’espansione ottomana si avvicinò al papato e manifestò il suo consenso all’unione della Chiesa ortodossa con la Chiesa cattolica. Nel 1438 e 1439 partecipò al Concilio di Ferrara e Firenze convocato da Papa Eugenio IV. Venne accompagnato da un seguito di 700 persone, di cui facevano parte i più illustri ecclesiastici e studiosi del tempo nell’impero, tra i quali l’arcivescovo di Nicea Giovanni Bessarione. Furono loro a mettere in moto il Rinascimento italiano. A Firenze la popolazione si entusiasmò per il suo look e Giovanni condizionò la moda fiorentina per oltre un secolo. La popolazione restò affascinata dal suo modo di vestire. In particolare fece epoca il suo copricapo inconfondibile, lo “skiadon” (o skiadion) dall’alta cupoletta e dalla lunga falda davanti. http://a2.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc7/406814_2654745562911_1083969578_32343147_847923132_n.jpg Tuttavia non lo amò, Giovanni non riuscì a vincere i pregiudizi antibizantini anche se tentò di blandire in vari modi i fiorentini. Arrivò a definire in maniera superlativa (ovviamente in greco) un particolare modo in cui veniva cucinato il maiale. Ancora oggi i fiorentini lo chiamano “arista”. L’unione delle due chiese viene proclamata alla conclusione del concilio, con l’accettazione del filioque e l’abbandono del per filium da parte dei greci, malgrado il 157 capitoli sulla Processione dello Spirito Santo scritti da suo padre, ma rimase lettera morta, a causa dell’avversione nei confronti dei latini di gran parte del clero e della popolazione orientale.
    Solo e disperato Giovanni morì, cedendo il potere al fratello minore Costantino XI (e ultimo) che però non fece in tempo neanche a essere consacrato imperatore dal Patriarca, perché Costantinopoli fu espugnata dai turchi ottomani ed egli cadde in battaglia. il corpo fu riconosciuto grazie agli stivali che indossava, color porpora (vedi dopo, il Pilato di Piero) che solo gli imperatori bizantini avevano il diritto di portare. Maometto II (il successore di Murad II) lo fece seppellire in una fossa comune, per evitare che i cristiani potessero erigere un mausoleo alla sua memoria, o che potesse diventare luogo di pellegrinaggio dall’Europa. Ma prima di essere sepolto, sembra che al corpo di Costantino fosse mozzata la testa e fatti tirar fuori gli intestini, sempre per ordine di Maometto II. La testa fu poi affisata sopra la colonna di Costantino I, in modo da umiliare l’impero millenario che era appena caduto, poi Maometto II fece imbalsamare la testa, che girò gli angoli del suo impero.

    All’inizio dell’Ottocento un pittore tedesco scoprì nella sacrestia del duomo di Urbino un piccolo dipinto, una tavola su legno, destinato ad entrare nella ristretta cerchia dei capolavori assoluti dell’arte. Era una composizione malinconica e strana, mostrava sullo sfondo un Cristo flagellato davanti a un impassibile Pilato e tre gentiluomini in primo piano.
    http://a3.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/408179_2655158133225_1083969578_32343278_770603152_n.jpg

    La critica ufficiale lo ha interpretato finora più o meno nel modo seguente.
    “La tavola con la Flagellazione di Cristo (1450-1460, Galleria nazionale delle Marche,Urbino) è una delle opere più complesse e affascinanti della produzione di Piero della Francesca, magnifico esempio di arte rinascimentale. Singolare è tuttavia la scelta compositiva, che relega in secondo piano la scena della flagellazione, attirando l’attenzione dell’osservatore sul gruppo dei tre uomini a destra: molto probabilmente, nobili o diplomatici appartenenti alla corte dei Montefeltro a Urbino.Ponte fra la dimensione sacra e atemporale dello sfondo e la realtà storica e mondana del primo piano è secondo alcuni critici il destino di uno dei tre personaggi rappresentati, il giovane al centro: vi si riconoscerebbe infatti Oddantonio da Montefeltro, predecessore di Federico, assassinato nel 1444 in una congiura. La sua veste rossa, i capelli biondi, la posa solenne e l’espressione serena e distaccata del volto richiamano l’iconografia tradizionale degli angeli o dei martiri cristiani, avvicinando dunque la sua vicenda terrena alle sofferenze del Cristo rappresentate a sinistra. “
    In realtà trattasi di balle.
    Silvia Ronchey ha studiato a fondo l’argomento e ne ha tratto un libro “L’enigma di Piero”(ed. Rizzoli) .
    Con un paziente lavoro investigativo che ha svelato il reale significato del capolavoro dipinto da Piero nel 1459, identificandone i personaggi rappresentati. Ad esempio il presunto Pilato (il primo da sinistra) http://a7.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/384015_2654801724315_1083969578_32343204_1477839633_n.jpg indossa calzari rossi ( in origine il colore deve essere stato rosso-porpora) e il caratteristico copricapo imperiale bizantino di Giovanni VIII paleologo , appunto, rimosso, più che dimenticato, così come è andato perduto il ricordo del giovane dall’aspetto bello e nobile, (il secondo da destra) che pare afflitto da malinconia e veste di porpora ma ha i piedi scalzi, e del personaggio con la barba dallo strano copricapo orientaleggiante che gesticola.
    Eppure furono i protagonisti di un’epoca cruciale per il destino dell’Europa.
    Secondo il convincente ragionamento di Silvia Ronchey , il dipinto costituisce il manifesto politico di un estremo tentativo da parte di un grande papa umanista (Pio II Piccolomini) di rovesciare con le armi il gravissimo evento epocale accaduto qualche anno prima, nel 1453, la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II. L’ evento che aveva avuto un impatto tremendo sui popoli dell’occidente. l’Islam che distruggeva la cristianità, l’impero romano d’Oriente che crollava dopo quasi mille anni. Una catastrofe immane.
    La crociata non riuscì. Pio II morì a Ancona dove le forze cristiane radunate erano talmente sparute che rinunciarono a priori alla partenza. In breve tempo il senso di colpa generale portò alla rimozione e all’abbandono. La Flagellazione di Piero della Francesca cadde nell’oblio. La maestosa cattedrale di Santa Sofia era diventata una moschea.
    Ma perché Piero avrebbe dovuto raffigurare il basileus Giovanni come Ponzio Pilato?
    La risposta è in Transilvania e precisamente nell’interno di una chiesa gotica di Sibiu, non lontana dal castello del conte Dracula. Quivi è una grande “Crocifissione” (m 9,48 x 5,06) http://a6.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc7/390059_2654814804642_1083969578_32343208_116282795_n.jpg (lo so l’immagine non è il massimo, ma meglio di così non sono riuscito a trovare) ed è difficile dire, in mancanza di analisi certe, se si tratti di affresco o di pittura murale, a secco. Non è all’altezza dell’arte di Piero, ma molto interessante dal punto di vista storico. Quello che è certo è che il Committente volle attualizzare il sacrificio di Cristo mettendolo al centro non tanto della grande tragedia del momento, cioè l’avanzata dei turchi Ottomani, quanto del contrasto profondo che divideva, sul piano religioso e politico, il mondo bizantino ortodosso da quello occidentale latino. Questa denuncia è racchiusa nell’incredibile, sorprendente immissione nell’opera di una figura inconfondibile, dalle caratteristiche fisionomiche e di abbigliamento ben note attraverso la medaglistica e la pittura del ’400: il Basileus Giovanni VIII Paleologo, penultimo imperatore di Bisanzio, rappresentato a cavallo, nell’atto di infiggere la lancia nel costato di Cristo. Quindi se per Piero il peccato di Giovanni è di semplice ignavia, per Johannes von Rosenau, pittore bavarese itinerante, che dipinse l’affresco nel 1445, quando Giovanni era ancora in vita, il basileus di Costantinopoli è un ignobile assassino. Un’accusa contro il Basileus: questo è il messaggio inatteso e il manifesto politico che vengono fuori da quest’ opera a soggetto religioso. Egli viene forse accusato di non essere riuscito a riunificare le Chiese d’Oriente e d’Occidente, malgrado i molti tentativi fatti dai Papi. In verità Giovanni VIII aveva accettato tutte le condizioni poste dai Latini per la riunificazione delle Chiese, teoricamente avvenuta, pur di ottenere il loro aiuto contro i Turchi, il fallimento successivo non era stato colpa sua. Forse lo si accusava anche di non aver dato supporto alla campagna di Varna e di essersi congratulato col sultano Murad II per la sua vittoria, ma era suo vassallo e dunque fu costretto. Per chi viveva sotto il continuo pericolo dell’invasione turca, le colpe di Giovanni VIII Paleologo dovevano apparire imperdonabili. Siamo sicuri che, con queste premesse, non ci sia stato un peccato, e ben più grave di quello di omissione, da parte dell’occidente latino nel mancato aiuto a Costantinopoli assediata e disperata?. Che si era addirittura detta disposta a rinunciare al per filium? E che la gaffe di B.decimosesto a Ratisbona non sia stato altro che un maldestro tentativo di mascherare un tragico errore, anche a costo di rinunciare al filioque? primavera del 1455 quando non erano passati due anni dalla caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II, una forte corrente della curia romana avrebbe voluto attribuire la cattedra di Pietro allo stratega ecclesiastico che appariva il più adatto a occuparsi del problema principale del mondo cristiano : la lotta contro i turchi.

    Ed ecco chi è il personaggio con la barba raffigurato nella Flagellazione di Piero della Francesca. Si tratta di un monaco basiliano, geniale, ieratico, coltissimo. Di lui si diceva “Avete mai visto Bessarione senza un libro in mano?”. Si tratta infatti del grande Bessarione da Trebisonda, il fondatore della biblioteca marciana di Venezia. http://a5.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc6/166969_2654856285679_1083969578_32343213_633203348_n.jpg

    Ma non divenne papa.
    Malgrado molti dicessero che il pontificato aveva molto più bisogno di Bessarione di quanto Bessarione avesse bisogno del pontificato aveva prevalso infine la constatazione: “ Bessarione non si è ancora tagliata la barba e dovrebbe essere la nostra testa?”.
    Il papato non riuscì a organizzare la riconquista di Costantinopoli e Bessarione si rivolse allora, nell’ultimo periodo della sua vita a puntare sul nuovo principato russo con l’intento di fare di Mosca, la terza Roma.Ma Silvia Ronchey ha fatto anche un’altra importante scoperta: Bessarione da Trebisonda non era di umili origini come si è erroneamente creduto finora, ma apparteneva alla nobile famiglia dei Comneni.D’altronde somiglia straordinariamente a un suo discendente che a differenza di lui imparò finalmente a radersi:
    Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi
    http://a3.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc7/395820_2654832645088_1083969578_32343212_1007740169_n.jpg

  • cecchettobello

    @rusesabagina
    mi trovo perfettamente d’accordo con quanto dici, gli articoli di tondelli sono uno spreco di talento, una cultura viziata dallo spirito polemico. Non c’è volontà di capire le ragioni interne delle cose, il che è l’esatto contrario di un approccio storico che si voglia dire serio.
    Alla base secondo me c’è il tipico atteggiamento di sinistra di polemizzare sempre e puntare il dito sugli altri senza usare quella prudenza che ha chi, guardando dentro di sè, nn si vede così diverso dagli altri.
    saluti.

  • atlantropa

    Ok, Cecco, allora per favore: spiegaci tu, con un serio approccio storico-critico aromatizzato alla volontà di capire le “ragioni interne delle cose”, il vero senso di quella donazione-patacca; e magari rispondi anche alla domanda che si pone Leonardo [o se preferisci tondelli tuttominuscolo come Ernesto Nemecsek dopo il fattaccio]: com’è possibile che se la sian bevuta?

  • giovanni fonghini

    Estremamente interessante questo articolo; la storia è da sempre una delle mie passioni. Ignoravo questa “truffa storica” riguardo la fine dell’anno legata impropriamente nell’immaginario collettivo a San Silvestro.

  • http://www.facebook.com/terlus.adama Terlus Manhattan

    un buon articolo di divulgazione ben fatta, anche senza dire nulla di originale per chi è addetto ai lavori. Mi giunge nuova però la storia del giorno che nel medioevo inizia al tramonto: fonti, per favore?