Un ascensore per l’Italia

Mi ha molto colpito la lettera che il professor Salvatore Settis, già direttore della Normale di Pisa, ha scritto al Cardinale Arcivescovo di Milano dalla prima pagina di Repubblica di giovedì. Un vero e proprio anatema, con minaccia di scomunica finale, rivolto al capo della chiesa ambrosiana affinché stoppi la costruzione di un ascensore che dovrebbe consentire ai turisti arrivati a Milano per l’Expo di godere del panorama dal tetto del Duomo. La struttura incriminata, in acciaio e cristallo, non si aggancerebbe né si appoggerebbe all’edificio sacro e potrebbe essere smontata alla fine dell’Expo. Dov’è il problema, allora? Secondo Settis si tratterebbe niente meno che di un’ipotesi “impraticabile, anzi barbarica, di fare del Duomo il mero supporto di attività commerciali, nel segno di una resa di ogni altro valore (perfino della fede cristiana) al Dio Mercato”. Prosegue il professore: “Dobbiamo forse immaginare che ogni campanile, ogni cattedrale, ogni palazzo pubblico debba essere svilito aggiungendovi ascensori e terrazze-bar e noleggiando i monumenti a ditte private che non vi vedono altro se non un’occasione di profitto?”

La mia risposta a questa domanda è: “E perché no?” Io proprio non vedo perché questo nostro paese non debba sfruttare il suo tesoro di beni culturali per trasformarlo in un’offerta di turismo che si renda appetibile a tutti. La lettera di Settis esprime benissimo l’idea di una fruizione dei beni culturali che dev’essere necessariamente faticosa, come se la cultura bisognasse guadagnarsela annoiandosi o sudando, come fosse l’espiazione di un peccato. Tutto il contrario di quello che si fa in altri paesi, dove ogni visita a un museo diventa una giornata di piacere e dove anche nei centri storici si possono fare cose che a Settis farebbero probabilmente venire un attacco all’istante.

Mi piacerebbe una volta andare a visitare Londra con il professore. Portarlo alla Tate Modern, per esempio. Fargli vedere che l’hanno fatta dentro una centrale elettrica e peccato che abbiano smontato la mega-turbina che ci fu per un certo periodo al primo piano: avremmo potuto recuperare le gioie dell’infanzia facendoci dentro lo scivolo come hanno fatto centinaia di migliaia di turisti! Poi magari portarlo nella sala dei soci (la membership costa 62 sterline all’anno, non una fortuna, ed è un modo di raccogliere donazioni dai privati che i nostri musei ignorano) dove potrei offrirgli un bicchiere di vino o un tè e una fetta di torta ammirando davanti a noi la meraviglia della cupola di St. Paul.

Oppure portarlo al British Museum, dove hanno consentito a Norman Foster di costruire un’intera copertura (altro che ascensore!) dell’immenso cortile e dove ci sono ristoranti per ogni tasca e ogni gusto. Al British puoi acchiappare un sandwich o fare un pasto completo e poi metterti in coda per vedere una mostra su Pompei ed Ercolano che su pochi pezzi recuperati dai magazzini italiani ha costruito una mostra di successo mondiale, la terza mostra più visitata nei 250 anni di vita del British Museum. Andare a visitare un museo, nella capitale britannica, è più o meno come passare una giornata al centro commerciale, con la differenza che la gente invece di alienarsi tra i negozi e i supermercati può dare gratuitamente una sbirciatina alla stele di Rosetta o ai fregi del Partenone. Se poi il professore non fosse completamente tramortito dall’esperienza si potrebbe anche fargli fare un giro su “The London Eye”. Sull’immensa ruota panoramica costruita proprio davanti al parlamento di Westminster, potrebbe godere del panorama come fosse sul tetto del Duomo di Milano e perfino noleggiare un’intera cabina per organizzare (a pagamento) un party per l’intera serata.

Ora, io non sono qui a proporre di mettere subito una ruota panoramica davanti a Castel Sant’Angelo a Roma, però mi chiedo se questa lettera di Settis non sia esattamente una delle manifestazioni più evidenti della conservazione all’italiana (che noi a sinistra frequentiamo assiduamente), quella che mette sempre le mani avanti ogni qual volta si provi a farsi venire un’idea. Quella del “si è sempre fatto così”, per cui ogni cambiamento è un sacrilegio. Quella che non si rende conto che il modo più giusto per sacralizzare le cose non è metterle in una teca di cristallo, ma di goderne quotidianamente. Che ogni risorsa va messa a frutto, anche per evitare che decada: confrontate Brera e il Louvre e poi ne riparliamo (a proposito, chissà cosa avrebbe detto il nostro professore se gli avessero prospettato la costruzione di una piramide di vetro nel cortile del museo milanese). Il “profitto” di cui parla Settis a me non pare vada demonizzato. Quel profitto non deve necessariamente essere visto come un’usurpazione o una spoliazione, ma invece come un’occasione per produrre ricchezza, anche diffusa. Ricchezza per lo Stato, per esempio, che gestisce quei monumenti. Ricchezza, o quanto meno reddito, per i lavoratori che occuperanno i posti di lavoro che andranno a crearsi. Ricchezza per le città, reddito e lavoro per i negozianti, i tassisti, gli albergatori.

L’anatema di Settis è molto più della contestazione di un ascensore. È l’esempio più chiaro di un modo di pensare che ha paralizzato questo paese e lo ha tenuto ancorato a un passato che può aver forse funzionato a suo tempo, ma che non funziona più. L’esempio di un approccio ideologico ai problemi del paese che mette principi per qualche motivo intesi come non negoziabili, davanti al pragmatismo delle soluzioni.

Facciamolo, allora, quest’ascensore. Chissà che non cominci a far risalire l’Italia.

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