Il Post
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Londra, oggi

8 maggio 2010

“Ma come facciamo a fidarci di uno che quando aveva vent’anni ha deciso di iscriversi al partito di Margaret Thatcher?”, mi dice il mio amico Bartley mentre attacca il merluzzo impanato con patate fritte che non lascia dubbi sulla nostra collocazione geografica. Provo a capire in una cena con amici per quale motivo in queste elezioni inglesi che hanno dato il responso più misterioso e meno chiaro degli ultimi 36 anni, Londra non abbia voltato le spalle al Labour.

Per sapere come andranno veramente le cose delle volte bastano piccolissimi indizi, e credo di scovarne uno significativo nel fatto che la stessa Glenda Jackson, il cui seggio sembrava altamente a rischio, si è portata a casa il suo collegio di Hampstead & Kilburn battendo il rivale conservatore per l’inezia di 42 voti su 53 mila votanti: meno di un condominio. Basta guardare le cartine dei siti coi risultati elettorali per capire che è Londra che manca all’appello del pallottoliere dei conservatori: i 21 seggi mancanti per la maggioranza assoluta sono tutti là, nella macchietta rossa in basso a destra sulla mappa dell’isola in corrispondenza della capitale: con l’eccezione delle zone ricche del centro e del West End, Londra ha votato ancora una volta per i laburisti.

Continuo a sentire le parole di Bartley, che lavora in una grossa società editoriale: “Per la nostra generazione i conservatori rimangono quelli della Thatcher, quelli dei tagli selvaggi alla spesa pubblica, dei vantaggi alle classi più abbienti, quelli contro l’inclusione, quelli della Section 28, la norma omofoba che impediva ai gay di insegnare nelle scuole: Cameron ha rifatto il make-up ai conservatori ma non bisogna grattare nemmeno tanto sotto la superficie per vedere che sono rimasti sempre gli stessi”. Fuori dalle finestre del posto dove stiamo mangiando Londra resta di quella sua bellezza fulgida nonostante quest’inverno che non vuol saperne di finire nemmeno a maggio inoltrato. La gente dentro il locale ha quella mescolanza che vedi solo qui, che ti pare sempre un po’ di stare al noodle bar di Blade Runner. “Vedrete, nonostante le cose che hanno detto in campagna elettorale, ogni volta che Cameron dovrà prendere una decisione finirà sempre con lo svoltare a destra. I suoi collaboratori sono gente di destra, lui stesso è un uomo di destra, uno che ha studiato a Eton e che non ha mancato di mandare una lettera di omaggi alla Thatcher nel trentesimo anniversario della sua prima vittoria elettorale”, ribatte dall’altro capo del tavolo Steven, che invece lavora a Channel 4, la rete televisiva più innovativa che lui teme a questo punto possa essere privatizzata.

Nessuna solidarietà generazionale (“Brown è più anziano di Clegg e di Cameron, ma tra loro non passa lo spazio di una generazione”) nessuna concessione all’immagine (“quest’idea dei dibattiti a tre ha ridotto la politica ad una specie di grande fratello, dove l’interesse era rivolto più a quanto i candidati fossero telegenici che alle cose che dicevano”) qualche interesse alle posizioni dei lib-dem, ma con la consapevolezza che il sistema elettorale obbliga a scelte spesso tattiche (“nel nostro collegio non avevano alcuna possibilità, e poi la deputata uscente aveva fatto bene: abbiamo votato Labour”).

Finito il fish and chips, mi resta netta l’impressione che il risultato elettorale alla fine rispecchi una necessità di cambiamento che non ha trovato sbocchi: Cameron non è riuscito a convincere fino in fondo la parte più creativa ed avanzata del paese e sarà questa secondo me, sul piano politico prima ancora di quello aritmetico dei seggi, la sfida più pesante che dovrà affrontare da Downing Street.