I movimenti no-gender, spiegati bene

Massimo Prearo (dottore di ricerca in Studi Politici dell’EHESS di Parigi, e Marie Curie Fellow presso il Centro di ricerca Politesse all’Università di Verona) e Yàdad De Guerre (autore di un’inchiesta intitolata “Di chi parliamo quando parlano di gender”) hanno ricostruito le tappe della formazione dei movimenti no-gender in Italia: come si sono formati, da chi sono composti e da dove arrivano i discorsi che si sentono in questi giorni su unioni civili, gestazione per altri e, ancora e sempre, sul cosiddetto “gender”. Una buona genealogia, per farsi un’idea e saper collocare questi regimi discorsivi.

Lo scorso 30 gennaio, durante il Family Day al Circo Massimo, è stato dichiarato: «No al ddl Cirinnà, senza se e senza ma». Il “Comitato Difendiamo i nostri figli”, che è stato promotore della giornata, si oppone da tempo al possibile riconoscimento delle unioni omosessuali e all’estensione del diritto di adottare il figlio biologico del o della partner, già previsto per le coppie eterosessuali. Le argomentazioni sono fondamentalmente due: da un lato, si andrebbe a distruggere il fondamento eterosessuale del matrimonio; dall’altro, si favorirebbe la gestazione per altri (sebbene questa non sia prevista dalla legge “Cirinnà”, resti formalmente vietata in Italia e sia utilizzata prevalentemente, già da anni, da coppie eterosessuali, nei paesi che l’hanno autorizzata e regolamentata).

Riconoscere – come ha fatto la quasi totalità dei paesi europei – i diritti delle coppie omosessuali e il diritto dei figli nati o cresciuti all’interno di queste coppie ad essere tutelati attraverso istituti giuridici come la stepchild adoption, porterebbe dunque a scardinare la famiglia “naturale”.
Dall’Unione Europea all’ONU, dalle industrie del porno alla tratta degli esseri umani, dietro questa legge ci sarebbero “poteri forti” in cerca di nuovi e copiosi profitti. Poteri, questi, che starebbero lavorando da anni per instaurare un “nuovo ordine mondiale” governato da un’ideologia pericolosamente neo-marxista, femminista e “omosessualista”. Il cosiddetto “popolo del Family Day” si ribella a tutto questo in modo che l’Italia possa restare «l’ultimo baluardo contro la dittatura ideologica del gender».

L’“ideologia gender”, nell’uso che ne fanno i loro oppositori, si sarebbe imposta come contenitore di ogni vera o presunta rivendicazione dei movimenti femministi e lesbisci, gay, bisessuali, trans e intersex (LGBTI), come il contrasto al bullismo nelle scuole, i corsi di educazione affettiva, la promozione della parità di genere e la lotta contro le discriminazioni. In piazza, sul web, nelle parrocchie, nelle scuole paritarie e ovunque sia possibile, si impiegano strategie di marketing non convenzionale promotrici del marchio “anti-gender”.

L’emergere di questa vasta mobilitazione è dovuta al lavoro lento e sinergico realizzato da gruppi ultracattolici, gruppi tradizionalisti e frange dell’estrema destra italiana, nonché all’adesione della gerarchia vaticana e di parte del mondo cattolico. Ma da dove viene questo discorso “anti-gender”? Come è arrivato in Italia? Come ha potuto affermarsi il movimento “no-gender” italiano? E chi sono gli attori di questo movimento?

In principio era il Vaticano

Il problema “gender” nel campo internazionale
Dale-OlearyA partire dalle Conferenze dell’ONU sulla popolazione e lo sviluppo (1994) e sulle donne (1995), le Organizzazioni non governative (ONG) hanno acquisito sempre più spazio nei lavori di definizione degli obiettivi internazionali. In seguito alla celebre mobilitazione internazionale dell’allora pontefice, Papa Giovanni Paolo II, anche alcuni attori del mondo cattolico presero parte ai lavori. Tra questi, una delle figure più tenaci fu quella di Dale O’Leary, vicina all’Opus Dei. Nel 1995 O’Leary fece passare sui tavoli dei lavori un pamphlet di ventinove pagine dal titolo “Gender: The Deconstruction of Women”. In contrasto con il contributo scientifico degli studi di genere, Dale O’Leary affermava che “donna si nasce, non si diventa”. Nel 1995 O’Leary riuscì a consegnare personalmente alcuni suoi testi all’allora cardinale Ratzinger. In tal modo, contribuì a sensibilizzare il Vaticano all’utilizzo problematico del concetto di “gender”.

Nei primi anni Duemila, infatti, fu proprio il Pontificio Consiglio per la Famiglia a pubblicare un voluminoso “Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche”, in cui si trova la prima elaborazione coordinata del pensiero “anti-gender”. Il Lexicon era in gran parte ispirato ai lavori di Dale O’Leary ed era stato redatto con la collaborazione, tra altri, di due oppositori alle politiche di riconoscimento dei diritti delle persone LGBTI: i francesi Xavier Lacroix e Tony Anatrella. Nel 2008, poi, divenuto Papa Benedetto XVI, Ratzinger utilizzò per la prima volta in un discorso pubblico il termine “gender”, designandolo come concetto contrario allo “spirito creatore”. La questione diventò ufficialmente un problema vaticano.

La circolazione europea di un discorso pseudo-scientifico sul “gender”
Nel 2007 l’associazione “Scienza & Vita” (nata nel 2005 su spinta della CEI in occasione del referendum sulla legge 40) pubblicò un “quaderno” in cui l’“ideologia gender” era presentata come la nuova sfida del XXI secolo alla sacralità della vita e della famiglia. L’anno successivo vennero organizzati un convegno sullo stesso tema e nel 2011 la prima conferenza europea sull’“ideologia gender” alla Universidad de Navarra, Pamplona, curata dall’Opus Dei. Durante questa conferenza, personalità provenienti da tutto il mondo, tra cui una delegazione italiana già legata a “Scienza & Vita”, discussero per tre giorni sulle origini e le implicazioni politiche del concetto di “gender”. Furono così messi insieme gli strumenti che divennero poi il repertorio retorico della vasta mobilitazione esplosa l’anno successivo in Francia, con il successo della “Manif pour Tous”, contraria all’estensione del matrimonio civile alle coppie omosessuali.

La Manif nacque come collettivo composto da diverse personalità e movimenti. Tra loro Christine Boutin, politica vicina all’Opus Dei, consultante del Pontificio Consiglio per la Famiglia e già attiva contro i Pacs (Pacte civil de solidarité, forma di unione civile inizialmente approvata in Francia nel 1999), Ludovine de la Rochère (militante pro-life antiabortista), l’estrema destra (Front National, Civitas) e figure come l’intellettuale xenofobo e antisemita Alain Soral.

Dalla Marcia per la Vita alla crociata “anti-gender”

La radicalizzazione dell’attivismo pro-life italiano
original-march-for-life-with-NellieNel 2011, venne organizzata in Italia la prima “Marcia Nazionale per la Vita”, un evento anti-abortista che importava il modello della “March for Life”, nata a Washington nel 1974. A istituire la marcia italiana furono i nomi del cattolicesimo post-fascista e anti-marxista (Roberto de Mattei, Francesco Agnoli, Mario Palmaro), aiutati e supportati dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Tenutasi a Desenzano del Garda (BS), la prima edizione della marcia contraria alla legge 194 sull’aborto fu un insuccesso. La seconda, invece, si svolse a Roma nel 2012 e riscontrò maggiore successo, grazie anche all’adesione di diversi politici, tra cui quella dell’allora sindaco di Roma Gianni Alemanno. Forti di questa rinascita “anti-abortista” e ricalcando la “March for Life” e le conferenze a essa legate (come la “Students for Life conference” o la “Cardinal O’Connor Conference for Life”), i cattolici tradizionalisti decisero di organizzare un convegno contro la legge 194, il giorno prima della stessa marcia.

Dalla “Marcia per la vita” del 2012 nacquero due nuovi organismi associativi: il giornale Notizie ProVita e il collettivo “Giuristi per la Vita”, accomunati non solo da una linea ideologica “dura”, ma anche da Mario Palmaro, fondatore di entrambi. La visibilità acquisita da questi gruppi portò alla radicalizzazione dell’attivismo pro-life, fino a quel momento dominato dal più moderato “Movimento per la Vita”.

Alleanze ultra-cattoliche contro i diritti LGBTI
Nella primavera del 2013, vennero presentati i disegni di legge contro l’omofobia a firma del deputato Ivan Scalfarotto e quello sulle unioni civili proposto dalla senatrice Monica Cirinnà. Cogliendo l’opportunità di lanciare la mobilitazione del mondo cattolico contro queste iniziative, tra l’estate e l’autunno dello stesso anno, fu concepita la “Manif pour Tous Italia”, attualmente “Generazione Famiglia”, e cominciarono le veglie delle Sentinelle in Piedi (legate ad “Alleanza Cattolica”).

Allo stesso tempo, le associazioni tradizionaliste e ultra-cattoliche connesse all’esperienza della “Marcia per la Vita” cominciarono a organizzare in Italia le prime conferenze sul “gender”. Due furono organizzate a Verona il 21 settembre 2013. Per la prima gli antiabortisti trovarono l’appoggio del sindaco Flavio Tosi e della provincia (che patrocinarono l’evento), oltre che del Vescovo Zenti; la seconda venne organizzata, invece, dai tradizionalisti di Christus Rex e da Forza Nuova, in aperta polemica con il sindaco Tosi, ma con l’obiettivo di approfittare della mobilitazione in corso sui temi della difesa della famiglia tradizionale e della condanna dell’omosessualità. “Alleanza Cattolica”, d’altra parte, organizzò una prima conferenza a Casale Monferrato, Alessandria, il 22 settembre e una seconda il 5 ottobre a Milano.

Il divenire “anti-gender” dei gruppi “per la vita”
Da quel momento, il discorso “anti-gender” cominciò a essere percepito come un’opportunità politica potenzialmente in grado di riattivare le cellule dormienti dell’attivismo cattolico, non senza suscitare, però, uno spirito concorrenziale tra le diverse forze. In questa prima fase, infatti, si giocò una corsa al “gender”, in cui ogni gruppo cercò di occupare un avamposto di questa nuova battaglia. Il movimento non operò, fin da subito, seguendo un programma di azione organizzato. I gruppi si muovevano ancora senza reale coordinamento, appoggiandosi su reti di alleanze esistenti, relativamente indipendenti tra loro: pro-life cattolici, tradizionalisti e neofascisti.

Il modello era tuttavia lo stesso, ossia quello della “Manif pour Tous” francese. Fu quindi con grande ammirazione e interesse che gli organizzatori del convegno di Milano del 5 ottobre 2013 ospitarono uno dei portavoce delle mobilitazioni francesi: Tugdual Derville, fratello del Direttore Spirituale Centrale dell’Opus Dei. Si trattò di un momento di formazione “anti-gender”: organizzazione piramidale del movimento; accettazione della diversità dei gruppi puntando sull’obiettivo comune; costruzione di un discorso chiaro e comprensibile dal maggior numero di persone con slogan semplici e d’impatto.

Integralismo cattolico e tradizionalismo neofascista: un’eccellenza italiana

L’unione fa la forza: la svolta veronese del 2014
Dopo circa un anno, però, le mobilitazioni “anti-gender”, per quanto numericamente importanti, restavano ancora prive di un reale coordinamento. La prima richiesta in questo senso arrivò nel giugno del 2014 da Francesco Agnoli e dalle pagine del Foglio, in un articolo intitolato “Barricate”. Agnoli chiedeva un nuovo Family Day per salvare la famiglia dalle sentenze contro la legge 40, dal divorzio breve e dal “gender”. Ne seguì un dialogo appassionato sui siti web cattolici, finché l’invito non fu colto dall’associazione “Vita è”, nata in seno alla conferenza del 3 maggio 2014 (a lato della “Marcia per la Vita”).

Il 20 settembre, a distanza di un anno esatto dalle due conferenze di Verona e sempre nella stessa città, la nuova associazione organizzò il suo primo convegno, patrocinato dal comune. In questa occasione, si incontrò la maggior parte di coloro che sarebbero diventati i fondatori del “Comitato Difendiamo i nostri figli”. Il tema portante fu, ovviamente, il “gender”. Qui, Toni Brandi, di Notizie ProVita, e Mario Adinolfi, autore del libro “Voglio la mamma”, sottolinearono la necessità di perfezionare gli elementi del discorso “no-gender” con l’utilizzo di “horror stories” e tecniche semplici, persuasive. L’obiettivo era, come sottolineò Brandi, «lottare per Cristo e per la famiglia usando le armi della ragione». Il convegno di Verona del 2014 lanciò, così, il coordinamento del movimento e, parallelamente, la campagna nazionale di conferenze di “informazione” sulla “teoria gender”, che presto raggiunsero il culmine dell’aggressività omofobica e transfobica.

Miliziani tradizionalisti contro la famiglia “innaturale”
Nella galassia “tradizionalista” dei Family Day, rientrarono infine gruppi religiosi schierati politicamente verso l’estrema destra come i Legionari di Cristo, la Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX) e Tradizione, Famiglia, Proprietà (TFP), attivi nell’ombra delle realtà più mediatiche, ma non meno schierati. Più lampante fu invece il legame con il partito neofascista, anti-abortista, anti-omosessuale e per la famiglia naturale Forza Nuova. Alcuni membri fondatori di “Giuristi per la Vita”, come Elisabetta Frezza e Patrizia Fermani, si allineano infatti a posizioni simili a quelle di Forza Nuova, utilizzando anche organi di comunicazione legati al partito. Notizie ProVita, d’altra parte, è il luogo di incontro tra attivismo pro-life e “anti-gender” e militanza di estrema destra. La rivista nacque grazie a un giro di aziende (“M.P” e “Rapida Vis”) a capo delle quali c’era l’imprenditore avvocato Beniamino Iannace, già candidato per Forza Nuova alle elezioni europee del 2009, e fiduciario di una delle due charities londinesi (organizzazioni di beneficienza) fondate dal segretario del partito neofascista, Roberto Fiore. Le due socie della s.r.l. “Rapida Vis” risultano essere proprio le figlie di Fiore.

Un contro-movimento anti-democratico
Fin dalla nascita, nel 1997, e dalla circolazione del suo bollettino “Foglio di Lotta”, Forza Nuova si è sempre pronunciata per l’abolizione della legge Mancino (per cui il DDL Scalfarotto prevedeva l’integrazione dei crimini d’odio a carattere omofobico e transfobico), nella misura in cui questa condanna apertamente non solo la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo ma anche l’esaltazione anti-democratica del fascismo. Accostando paradossalmente e con indegni giri di retorica “ideologia gender”, “gaystapo” e fascismo “omosessualitsta” i “Giuristi per la Vita” e Notizie ProVita convergono, alla fine, sulle stesse posizioni di Forza Nuova. D’altra parte, non è certo casuale il fatto che Alessandro Fiore, in qualità di caporedattore e portavoce di ProVita, abbia organizzato convegni in giro per l’Italia, spesso affiancandosi a realtà neofasciste, come – appunto – Forza Nuova o CasaPound.

Il movimento “anti-gender”, ostacolando l’estensione dei diritti civili alle persone LGBTI, non si limita a una reazione emozionale al panico diffuso dalla propaganda “no-gender” né all’ingerenza della Chiesa nella politica italiana. La reazione conservatrice che esprime il discorso “anti-gender” costituisce anzitutto un fronte di mobilitazione anti-democratica promosso dall’alleanza tra integralisti cattolici e tradizionalisti neofascisti, dando forma, in sostanza, a un contro-movimento sociale impegnato in una crociata morale contro il principio di uguaglianza che definisce la democrazia.

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