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La guerra umanitaria è di sinistra

20 ottobre 2011

La premessa (se vi interessa solo la storia, saltatela e proseguite in basso)
Gheddafi è morto. Ci sono casi in cui l’uccisione di una persona può essere una buona notizia? Certamente non in questo. Anche andando al di là della vicenda umana, un processo del Tribunale Penale Internazionale sarebbe stato la prosecuzione naturale del ritrovato internazionalismo che ha contraddistinto la vicenda libica, e la speranza è che questa sarà la sorte che toccherà agli altri aguzzini del regime.

Però oggi è anche il giorno in cui è finita questa guerra di liberazione. La più longeva dittatura del mondo è caduta. Uno degli uomini più truci che la storia abbia partorito ha finito di insanguinare le strade, le prigioni e i mari del Nord Africa. Naturalmente tutto è ancora da ricostruire, e nel futuro ci sono molte incognite, come ce ne sono sempre nelle grandi rivoluzioni.

Ma quale che sia il domani, non potrà che essere meno peggio – e tutti dobbiamo sperare sia meglio – della tirannia di Gheddafi. Meglio un imperfetto governo del popolo, che una perfetta dittatura del sangue. Non si può scambiare il nostro ordine con la vita di quelle persone: a meno di non essere interessati soltanto alle meschine vicende del nostro cortile, agli accordi commerciali col pelo sullo stomaco, agli inumani trattati per respingere i morti di tortura e di fame.

E oggi è anche il momento di riflettere su quello che è successo nell’ultimo decennio, da quando – l’Undici Settembre di dieci anni fa – il mondo si è capovolto, Bush e Donald Rumsfeld sono diventati gli avvocati dei diritti umani su scala mondiale, e la sinistra – con pregevoli eccezioni – ha cominciato a parlare di sovranità nazionale, di culture non pronte per la democrazia, di casa Nostra e casa Loro, come dei Borghezio qualsiasi. È il momento di ricordarsi che questa guerra, voluta principalmente da Cameron e Sarkozy, è nella storia un’eccezione, perché l’idea di sfidare la sovranità nazionale per tutelare le persone dai massacri, dalle torture, dal genocidio è nata – e non poteva essere diversamente –  nella sinistra. È un’eccezione che, purtroppo, dall’Afghanistan e dall’Iraq sembra essere diventata la regola.

C’è, a onore del vero, da parlare di come l’espressione che è entrata nel gergo comune – “guerra umanitaria” – è un’espressione sbagliata, perché con umanitarismo si fa riferimento a una tradizione di rivendicazione della neutralità e dell’intervento anti-politico. Mentre il “dovere d’ingerenza”/”interventismo per i diritti umani”/”responsabilità di proteggere” fanno riferimento a una tradizione esattamente opposta, quella che rivendica l’impossibilità di essere neutrali di fronte al genocidio, che qualunque impegno contro la sofferenza delle persone è intrinsecamente politico.

La storia
È una sintesi, e perciò non ha pretesa d’esaustività, ma può essere utile a chi non conosce il dibattito.
Fino al 2001, l’idea di intervenire in un altro Paese in nome di preoccupazioni umanitarie – genocidio, pulizia etnica, tortura e uccisioni sistematiche – è stata prettamente di sinistra. Tale idea è nata fra i progressisti, radicata in quella grande tradizione cosmopolita e anti-nazionalista che vuole ogni offesa, commessa in qualunque parte del mondo, come perpetrata ai danni di tutta l’umanità. Quella tradizione può prendere la forma delle due grandi ideologie progressiste – in senso propriamente filosofico – moderne: liberalismo e marxismo, o una commistione delle due (“nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano gli anarchici).

Successivamente, essa si è sviluppata ed è stata adottata nella sinistra, unica parte politica a farne una battaglia negli Anni ’90. La destra, generalmente identificata col realismo (Henry Kissinger è il più famoso fra i realisti), ha storicamente difeso l’Ordine e la Sovranità Nazionale. Questo, naturalmente, non vuol dire che tutti a sinistra siano stati d’accordo fin dall’inizio, ma che chi lo è stato – qui prendo in esame Usa, UK e Francia perché sono le tre democrazie che conta(va)no in politica estera, non a caso le uniche con un seggio da membro permamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – è stato, praticamente senza eccezioni, alla sinistra del proprio ordinamento politico. E non è un caso, perché non c’è alcuna traccia ideologica per cui l’interventismo umanitario possa essere ricondotto al conservatorismo. [specifico in parentesi quadre partito e destra/sinistra nel proprio Paese].

Il concetto dell’interventismo viene formulato nel corso degli anni Ottanta nella tradizione liberal dell’accademia statunitense che si opponeva all’egemonia esercitata dalla scuola realista durante la Guerra Fredda. Esso viene codificato per la prima volta nel ’92 con l’Agenda for Peace di Boutros-Ghali, che include per la prima volta la Responsability to Protect degli Stati nei confronti dei proprî cittadini da “avoidable catastrophe”. Questa responsabilità di proteggere, è scritto, deve essere messa in pratica da ciascuno Stato nei confronti delle popolazioni, e se per qualche ragione ciò non avviene, tale responsabilità ricade sulla comunità internazionale.

Nel caso della prima guerra in Iraq (90-91) non si può parlare di intervento umanitario perché essa è scoppiata a causa dell’invasione di uno Stato sovrano (Kuwait) da parte di un altro Stato (Iraq), come testimoniato dalla 660 e da tutte le risoluzioni che sono seguite. Questo, naturalmente, non vuol dire che Saddam Hussein non stesse commettendo massacri e torture ai danni dei civili kuwaitiani. Tutt’altro. Tuttavia, la ragione della guerra era completamente “Westfaliana”: non si invade uno Stato sovrano. È come violare l’ordine costituito, e gli alleati dello Stato invaso hanno diritto a intervenire.

È una differenza fondamentale perché le guerre per questa ragione si sono sempre fatte – la Seconda Guerra Mondiale, per dire, iniziò per la violazione della sovranità polacca (e per molte altre ragioni simili), non certo per le leggi razziali e i campi di concentramento –, la tutela della sovranità è sempre stato lo strumento preferito dell’Ancien Régime, dei conservatori, almeno nelle dichiarazioni d’intenti. E difatti fu proprio Bush padre [Repubblicano, destra] (più precisamente Scowcroft) il responsabile della decisione di evitare di rincorrere un Iraq democratico, andando fino a Baghdad. Una decisione presa quasi certamente in chiave anti-iraniana, tipico esempio di realpolitik.

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  • baruffio

    >Ma quale che sia il domani, non potrà che essere meno peggio (…) della
    >tirannia di Gheddafi.

    E perche’ mai? questo non puoi considerarlo come assioma, e’ una cosa che si potra’ dimostrare
    (forse) solo in futuro.

  • Pingback: La guerra umanitaria è di sinistra | Distanti saluti

  • brucekduke

    Sì sì, per il resto sono d’accordo con te, a grandi linee (per esempio avrei due parole da dire sul rapporto tra liberalismo e schiavitù), il mio voleva solo essere un intervento per fare un po’ di distinguo, dato che credo che dal tuo post non si capisca bene quel che poi tu stesso confermi nella tua seconda risposta. Ipotesi, la mia, confermata anche dal fatto che se noti metà dei commenti ti ripetono quel che ho detto io, magari in maniera meno argomentata :P

  • http://www.distantisaluti.com Giovanni Fontana

    LeonardoT, leggo solo ora: “avete” chi? Perché mi dài del voi? Hai letto tutto o solo i primi due paragrafi? Dove ti do l’impressione di dare tutta quella enfasi al “fantasmino”? Anche perché, nel mio articolo, la democrazia in tutto il mondo (e, quindi, la sua espansione) – seppur, naturalmente, benvenuta – è decisamente secondaria rispetto all’evitare genocidî, alla tutela dei diritti umani, alla parità dei sessi. Secondo me mi hai preso per qualcun altro.
    .
    Nel merito di ciò che obietti, se tu riconosci il principio filosofico diciamo “illuminista” che c’è dietro, ovvero quello cosmopolita e che rifiuta culture pronte e non pronte, si tratta di parlare dei mezzi. Vogliamo che tutti abbiano la possibilità di scegliere, come si fa? Se ciò che intendi è che sia _meglio_ evitare i mezzi militari per destituire un dittatore, siamo tutti d’accordo. Anche, ad esempio, se critichi l’amministrazione Bush per non essersi impegnata di più nell’evitare il ricorso alle armi, siamo sostanzialmente d’accordo. Se invece la tua obiezione è di principio, ovvero che l’utilizzo di mezzi militari (quindi anche i mitra di Che Guevara o i fucili dei partigiani) è da escludere completamente – questa è una posizione integralmente nonviolenta – allora, appunto, stai facendo della pace non il tuo mezzo ma il tuo fine. Non penso che tu dica questo. Quanto alle evidenze empiriche che la democrazia possa essere instaurata destituendo un dittatore con metodi violenti, beh ce ne sono infinite, a partire dal Giappone (ma anche l’Italia). Bada bene, non sto sostenendo che Giappone o Italia sono uguali all’Iraq (che palle questo Iraq!), sto sostenendo che sono evidenze che mezzi violenti *possono* funzionare nel destituire un dittatore e poi lasciare spazio a una democrazia.
    .
    Volendo quindi riassumere molto, molto, schematicamente, ci sono due fattori: Universalismo (da dentro e da fuori) vs Particolarismo (solo da dentro) e nonviolenzamezzo (preferibilmente evitare violenza) vs nonviolenzafine (evitare violenza a qualunque costo). Tutte queste posizioni possono essere sostenute. Il mio argomento è che universalismo è patrimonio sostanziale del pensiero progressista, e che nonviolenzamezzo sia la scelta eticamente più viabile. Se sei d’accordo su questo, siamo d’accordo sulle idee che muovono (“Tutti debbono avere gli stessi diritti e bisogna impegnarsi perché sia così, preferibilmente e auspicabilmente – ma non esclusivamente – in maniera nonviolenta), e sarà soltanto da valutare caso per caso.