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Che cos’è il Multiculturalismo

28 luglio 2011

Perché è importante
In questi giorni, per ovvie ragioni, si fa un gran parlare di multiculturalismo. Talvolta, però, c’è un’incomprensione di fondo perché giornalisti e accademici danno per scontato il significato di questo termine, che non è invece così intuitivo. Il multiculturalismo non è, come molti pensano, la presenza di diverse culture in una società. Quello è un dato acquisito. In gioco è, invece, il tipo di relazione che queste culture (e le persone che ci vivono dentro) devono avere fra loro.

Una premessa va fatta: criticare il multiculturalismo è molto facile, i multiculturalisti duri e puri – quelli per i quali anche l’infibulazione, per dirne una, è il prodotto di una società e quindi degno di rispetto – sono pochissimi, e spesso la critica al multiculturalismo viene usata come alibi per non proporre soluzioni davvero alternative. Perché il vero opposto del multiculturalismo è la commistione, il “bastardismo”, ed essere disposti a imbastardirsi a contatto con altri è sempre molto faticoso. Ma a questo ci arriviamo.

Che cos’è
Il multiculturalismo è, in una frase, il rifiuto dell’ideale cosmopolita dell’Illuminismo: la negazione dell’esistenza di un tratto di umanità comune, universalista, che riconosce dignità all’individuo. Viene considerata oppressiva e/o illusoria l’idea che ci siano valori comuni, trasversali a ogni cultura, come i diritti umani, l’intangibilità della persona, le libertà individuali o la parità dei sessi. Al posto della persona, ciò che viene considerato valore è la cultura in quanto tale. Non sono gli individui a dover essere tutelati, quanto le società e il bacino di valori che esse portano.

Per questo il modello multiculturale è quello della non-integrazione, in cui le diverse comunità ricreano i loro distinti ecosistemi senza possibilità di comunicazione. In questo senso, le società vengono considerate come concetti estremamente statici, impermeabili a qualunque cosa e perciò al cambiamento. Il cambiamento endogeno è molto difficile (perché difendendo una società, si difende chi comanda in quella società: generalmente maschi, anziani, eterosessuali); quello esogeno è completamente escluso: e ciò non vuol dire soltanto che un occidentale che critica la condizione femminile in Arabia Saudita è fuori posto, ma che lo è anche un olandese che critica l’assenza di diritti civili in Italia.

C’è un’alternativa?
Causa e conseguenza di questa posizione è la diffidenza nei confronti del potere della ragione e il rifiuto di qualunque idea di progresso. Una società che riconosce i diritti alle donne o agli omosessuali non è migliore (o più progredita) di una che non lo faccia. In questo senso il multiculturalismo è un’idea intimamente anti-progressista ed endemicamente conservatrice. Chi si oppone a questa idea, invece, sostiene che è possibile identificare un valore di una cultura e questo dipende da quanto essa garantisce la felicità (o la minore sofferenza) agli individui che ci vivono dentro.

Nella pratica, qui in Europa abbiamo due esempî classici di questi modelli in contrasto: il Regno Unito, più tendente al multiculturalismo, dove – specie a Londra – vivono una quantità enorme di comunità diverse, quasi compartimentate fra loro, in quelli che i detrattori definiscono dei veri e proprî ghetti. Anche a livello sociale è favorita la ricreazione degli ecosistemi dei Paesi d’origine, è il caso delle Shari’a Courts. Questo modello di non-integrazione è riconosciuto quasi universalmente come fallimentare, di qui il recente cambio d’approccio. Il problema è che neanche il modello francese, improntato sull’assimilazione al cui cuore c’è la laicità, si è mostrato esente da difficoltà, come le rivolte nelle banlieue del 2005 hanno testimoniato.

Sì, ma non è la polenta
Dov’è l’alibi di cui parlavo? In moltissimi criticano il multiculturalismo proponendo un sistema che, scavando soltanto un poco, gli è esattamente identico. È il caso di Magdi Cristiano Allam o della Lega Nord (o Giuliano Ferrara, o qualunque teo-con). L’illusione è che l’alternativa al multiculturalismo possa essere di due indirizzi: quello identitario e il melting pot. Il primo risponde “focalizziamoci sui nostri valori”, il secondo “mescoliamoci e proviamo a uscirne migliori”. In realtà, la prima di queste risposte – quella che si concentra sulla propria identità – è una risposta fasulla. Perché è proprio il multiculturalismo a essere, per sua essenza, identitario: un multiculturalista e un leghista considerano i diritti umani come valori occidentali, un cosmopolita li considera di tutti. Non è un caso, difatti, che appena sopra Chiasso, la ricetta della Lega diventa squisitamente multiculturale – i diritti delle donne nei Paesi mussulmani? Ognuno fa come vuole a casa propria.

Non so come facciano a non notarlo, ma il concetto che ognuno fa come vuole a casa propria è precisamente quello del multiculturalismo. Per questo trovo intellettualmente scandaloso che Allam produca, come gli capita spesso, un’argomentata critica al multiculturalismo e poi proponga come soluzione – indovinate un po’? – quella di accartocciarsi sulla propria identità. Come si fa a criticare l’impermeabilità delle culture e poi avvinghiarsi alle radici giudaico-cristiane? Come si fa a parlare di valori non negoziabili e poi invocare la reciprocità (allora la libertà religiosa non è un’idea giusta in ogni luogo e in ogni tempo, è soltanto un contratto di scambio)?

Decidere che la polenta è meglio del cuscus perché l’abbiamo inventata noi è una cosa proprio scema, e tradisce quell’ideale di umanità e di fiducia nei miscugli – d’idee, di cose, di persone – che è al cuore dell’Illuminismo. L’unica vera alternativa al multiculturalismo è credere nel potere della ragione: nella forza delle idee e non nel loro contenitore. Ci sono idee migliori di altre, non serve chiedergli la carta d’identità o il certificato di battesimo.

  • sebastianomilosz

    Parentesi, qualcuno avrebbe dei siti/blog ben fatti da suggerire sul tema? Chiederei anche dei libri, ma per circoscrivere la mia domanda posso aggiungere solo I primi che consigliereste di leggere per costruirsi una base, e capisco che non circoscrivi poi molto.

  • http://www.distantisaluti.com Giovanni Fontana

    Sebastiano,
    Per cominciare potresti leggere quello che linko nel post, è uno che ha generato un grande dibattito, ed è un po’ il riferimento che viene assunto o contestato nella letteratura femminista riguardante il multiculturalismo.

    È questo qui:
    http://www.amazon.com/Multiculturalism-Women-Susan-Moller-Okin/dp/0691004323/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&tag=ilpo-21&linkCode=as2&camp=3370&creative=23322&creativeASIN=8842097071

    La precisazione che farei io è che è una tesi molto “facile”, perché che il multiculturalismo sia nocivo per le donne è una questione quasi elementare.

    Certo, a giudicare dalla singolare discussione creatasi in questi commenti c’è una largo bacino di persone che non la pensa così, e allora vale la pena leggerlo e leggere le varie risposte che ha generato (di avviso completamente opposto, ad esempio, c’è questa risposta: http://www.bostonreview.net/BR22.5/parekh.html)

  • sportellodonna

    @emmeallaseconda
    scusa il ritardo!! no, no, non si tratta affatto di realtà difficili o casi di emancipazione sociale, periferie dimenticate e filantropia sotto nuove spoglie: è già un sistema, in cui donne di qualsiasi cultura, senza peraltro chiedersi più di tanto quale, comunque non a priori, si uniscono e si sostengono, a partire da problematiche che le accomunano tutte, oltre le differenze culturali, approfittando anche di tali differenze per trovare quale cultura possa offrire la soluzione migliore e, se mai non ce ne sia una più avanzata delle altre – e non necessariamente quella occidentale – si trova una strada comune prendendo spunto da tutte le risorse disponibili. ammetto che sia una visione molto “femminile” della società e dei percorsi per renderla migliore: c’è un problema e mi interessa risolverlo – il come è funzionale alla necessità del momento e di più ampia portata è la soluzione, più è condivisa. per una ragione semplice: i problemi che nella società incontrano le donne sono uguali per tutte, non c’è una cultura che possa vantare su altre un primato di apertura e rispetto: la nostra società occidentale stigmatizza le MGF assumendo posizioni di superiorità – “queste bestialità noi non le facciamo”; sulle discriminazioni nell’accesso al lavoro, nella aprità salariale, nella condivisione dei compiti all’interno della famiglia, sull’abuso del corpo femminile nella pubblicità e nello spettacolo, sul famoso “tetto di cristallo”, sulle violenza domestiche silenziose e diffuse nelle case degli occidentali più di chiunque, cittadina o cittadino, s’immagini, non c’è los tesso moto di disgusto. comprensibile. faccio un ultimo esempio: se io, sportello antiviolenza, segnalo alle FFOO una situazione di grave violenza psicologica o economica – che ha conseguenze fisicamente non rilevabili ma comunque rilevanti (stati d’ansia, depressione, esaurimento enrvoso, squilibri alimentari, difficoltà di attenzione/concentrazione – conseguenza spesso di perdita del lavoro, esposizione al mobbing, emarginazione sociale ecc.) – il sostegno alla vittima non è altrettanto facile che se la stessa di presentasse ricoperta di ematomi,segni di strozzamento, ossa rotte – tutte menomazioni fisiche rilevabili, ma meno menomanti e durature nel tempo di quelle psicologiche. Ecco dunque che la rete interculturale femminile non è un sistema di emergenza o minoritario, bensì un modello interculturale ampio, condiviso e facilmente trasferibile, applicabile tanto in situazioni di rilevanza penale, quanto in ambienti solidali, culturali, professionali…un buon sostegno a questo tipo di approccio interculturale, in ambiti non riconosciuti come “femminili”, lo dà il Diversity Management, ovvero il principio di integrazione, condivisione e rispetto reciproco tra lavoratrici/tori diversi a priori (per genere, cultura, religione, orientamento sessuale ecc.), assurto a modello economico in funzione dell’aumento della produttività aziendale – vale per le multinazionali, per le grandi aziende, ma anche per il ristorante cittadino che combinando sapientemente le potenzialità dei propri dipendenti riesce ad elaborare una proposta culturale (di arredamento, di atmosfera, di cucina…) che, unita ad un buon clima di lavoro, non può che attirare l’attenzione di un pubblico più vasto e “diverso”. l’ho fatta troppo lunga? scusate!!!!!

  • sportellodonna

    @emmeallaseconda
    “casi di EMARGINAZIONE sociale” – sorry!

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