La grafica italiana

La mostra in corso alla Triennale di Milano, TDM5: grafica italiana, è una buona occasione per mettere a fuoco, nel contesto italiano, alcuni tasselli di una componente essenziale della nostra quotidianità come la comunicazione visiva. È senza dubbio un luogo comune affermare che la nostra è una società che si fonda sulla comunicazione. Tuttavia le modalità con cui la comunicazione visiva (quasi sempre identificata e confusa con la pubblicità) si manifesta e opera rimangono un aspetto poco indagato, se non del tutto incompreso, rispetto a discipline affini, ma di maggior impatto mediatico, come il design.

Non è un caso che anche nella mostra che il Triennale Design Museum dedica alla grafica si sottolinei più volte il “coraggio” che è stato necessario per abbandonare, con quest’iniziativa, il territorio solido e concreto degli oggetti, del design di prodotto, per avventurarsi nel campo insidioso del linguaggio e dei segni. Se l’architettura e il design hanno raggiunto un certo grado di attrazione per il pubblico dei non addetti ai lavori (pur se spesso solo attraverso la mitologia delle archistar), il design della comunicazione rimane ancora un’oscura disciplina, anche se praticata da oltre un secolo da qualificati professionisti, intorno alla quale i giornalisti riescono con difficoltà a imbastire una trattazione.

La mostra offre un panorama approfondito del progetto grafico italiano attraverso nove sezioni trasversali. Le realizzazioni grafiche per l’editoria libraria e periodica, per la cultura e la politica, per la tipografia, per la costruzione d’identità e per la pubblicità, per il packaging e per la segnaletica e, infine, per la videografica, formano un percorso che si snoda nel tentativo di rendere intelligibile anche al grande pubblico le infinite forme che assume il progetto di comunicazione così come la sua pervasività. Ma se vi prendete la briga di leggere le recensioni alla mostra pubblicate dai giornali all’indomani dell’inaugurazione, scoprite che l’argomento maggiormente trattato non sia stato questo ricco contenuto bensì il suo contenitore, l’allestimento realizzato da Fabio Novembre, un designer sempre generoso nel fornire se stesso alla cronaca. Casomai fosse servita una conferma a quanto appena detto, ecco che siete accontentati.

Naturalmente, tanti sono i motivi di questa scarsa considerazione del progetto grafico. Non ultimo la mancanza di un lavoro di indagine critico e approfondito sui temi e sulla storia della comunicazione visiva. È una mancanza di cui sono ben coscienti i tre eterogeni curatori della mostra, Giorgio Camuffo, Mario Piazza e Carlo Vinti, che hanno seguito un approccio, potremmo dire, quasi storico-didattico (con la programmatica esclusione della dimensione sperimentale e digitale) privilegiando alcune esemplificative categorie del progetto grafico nelle quali emerge più chiaramente il contributo culturale e intellettuale apportato dal graphic design. Una sorta di circoscritto punto di partenza da cui stimolare lo sviluppo di future ricerche che diano, finalmente, conto delle tante storie che hanno contribuito all’evolversi della grafica italiana.
Per intanto abbiamo cercato di farci raccontare dai tre curatori una storia di questa mostra.

Una considerazione: qual è lo stato dell’arte della grafica in Italia?
GC È forse difficile dare un ritratto complessivo. La grafica da sola, per sé, non esiste. E dunque lo stato del paese e l’apparente mancanza di prospettive si ritrovano in qualche modo anche nella grafica, nella qualità (o non qualità) di quanto viene prodotto, nella condizione dei designer oggi. Dall’altro lato, non possiamo tacere che c’è una generazione di giovani designer che fa ben sperare per il futuro, che si confrontano con una dimensione internazionale.
MP Lo stato della grafica in Italia è difficile giudicarlo, la cosa indubbiamente positiva è che rispetto a venti anni fa c’è una migliore offerta formativa.
CV La grafica in Italia magari non è proprio in ottima salute, ma neanche così in crisi come molti la dipingono. Credo che oggi si cominci a sentire la presenza dei laureati usciti dai nostri corsi universitari in design. Non parlo tanto di un innalzamento della qualità tecnico-progettuale media, per la quale ci sarebbe bisogno anche di un diverso atteggiamento da parte della committenza. Quello che si intravede è una maggiore consapevolezza intellettuale, una voglia di dibattere e confrontarsi, di uscire dai confini nazionali e, soprattutto, una nuova dimensione di ricerca e sperimentazione. C’è anche un gran desiderio di conoscere e fare i conti con la propria tradizione storica: alcuni dei commenti più emozionati a questa edizione del museo sono venuti proprio dai più giovani.

Una riflessione: si parla spesso, anche nella presentazione della mostra alla Triennale, di una sorta di “invisibilità” della grafica. Quali ne sono i motivi?
GC Sulla grafica invisibile, in generale sono state dette molte sciocchezze. Basta guardarsi intorno per vedere come la grafica in realtà sia ovunque.
MP Invisibilità come potere, come riconoscimento evidente di autonomia e utilità. Nel concreto è invece una presenza costante, ma su cui non ci si sofferma, la si usa e basta. Comunque il tema del potere resta centrale. In effetti oggi gli architetti fanno i politici o le star, i designer fanno gli uomini immagine. Vedremo.
CV Lo sappiamo tutti e ce lo ripetiamo spesso: la grafica è fin troppo presente nella nostra vita quotidiana, ma siamo abituati a dare tale presenza per scontata. In realtà questo accade sempre meno. Grazie alla rivoluzione digitale, c’è sempre maggiore consapevolezza tra le persone che non sono del mestiere. Conosco appassionati conoscitori di caratteri tipografici che di lavoro fanno tutt’altro. Ciò che resiste è un pregiudizio intellettuale che porta a non vedere – a non riconoscere come degno di attenzione “seria”, di studio – ciò che è immediatamente visibile. Direi che è un atteggiamento diffuso soprattutto nell’ambiente dello stesso design (molto meno nel mondo dell’arte o della letteratura, che anzi spesso manifesta grande curiosità e interesse): è un pregiudizio duro a morire con il quale abbiamo dovuto fare i conti anche noi come curatori del museo della Triennale.

E una previsione: se dovessi curare di nuovo questa mostra fra dieci anni che sala aggiungerai?
GC Farei una mostra con quello che non c’è in questa mostra.
MP Non saprei, ma penso che molti dei confini tracciati dalla mostra siano già ora superati. Non ha più senso parlare di bidimensionalitá e forse di visualità.
CV Mi piacerebbe aggiungere una sezione dedicata ai protagonisti della grafica italiana che non facevano il mestiere del grafico: imprenditori, intellettuali, direttori di uffici pubblicità, editori, stampatori, registi, giornalisti che hanno collaborato con i grafici e dato un contributo fondamentale alla cultura del progetto grafico. Credo che in futuro la sfida della grafica in Italia sia proprio quella di riuscire a coinvolgere il più possibile il mondo esterno alla professione. Inoltre, al di là della sala in più, forse incrementerei il più possibile le nuove “scoperte”: più capolavori meno noti, autrici e autori, progetti e aree di intervento che finora sono rimasti nell’ombra. Ma per far questo è la ricerca storica che deve andare avanti.

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