Se Atene piange, Sparta non ride

Risalendo in motorino il Peloponneso, in direzione di Sparta, a metà del lungo viale di accasciati eucalipti giganti che formano un tunnel ombroso tra Sikea e Molai, iniziò improvvisamente a tamburellarmi in testa, come a volte mi accade quando sono stanco, una specie di ritornello: “Se Atene piange, Sparta non ride…”.

Per reazione, mi chiesi, impotente, chi l’avesse inventato? Accortomi che sulla destra, accanto a un accartocciato cartello stradale indicante il paesino di Metamorfosi, c’era una vecchia pompa di benzina, mi accostai per fare il pieno. Così riuscii miracolosamente ad agganciare la rete. Interrogai la meritoria Wikipedia che mi fornì questa risposta:

“Proverbio italiano che trae origine da una citazione dell’opera teatrale Aristodemo di Vincenzo Monti: Se Messenia piange, Sparta non ride. Esso si riferisce alla condizione delle due città alla fine della guerra del Peloponneso: Sparta, nonostante la sconfitta di Atene, ne uscì pesantemente indebolita sia dal punto di vista militare che economico”.

Tutta l’essenza della tragedia umana sta forse in questo spazio tra il piangere e il non ridere. A volte pare non ci sia alternativa. Ricordarlo sempre aiuta a non alzare troppo la cresta e ad apprezzare molto le poche risate.
Proseguii dunque lentamente verso Sparta. Le molte case moderne in cemento erano brutte e pretenziose, in contrasto con la dignitosa semplicità funzionale delle poche vecchie abitazioni, quasi tutte malconcie. La città è di una bruttezza impressionante: ha tutto per confermare l’idea, appresa sui banchi del liceo, sull’assoluta superiorità di Atene, a eccezione della forza militare. Il nostro professore di greco, per chiarirci meglio il concetto, sosteneva senza ombra di dubbio che Atene erano gli Stati Uniti e Sparta l’Unione Sovietica…
Ma, a poca distanza da Sparta, addossata sulle pendici del severo Monte Taigeto, ci sono le rovine suntuose della città bizantina fortificata di Mistrà: un capolavoro costruito utilizzando le rovine dei bellissimi palazzi spartani.

Feci una piccola deviazione per una discendente strada secondaria, tra campi di ulivi contorti alternati da basse piante di maturi aranci, e mi fermai da “Mikis”, un piccolo bar-osteria, con un verde pergolato di viti antistante. Alcuni giovanotti se ne stavano stravaccati sulle portoncine di plastica bianca, sorseggiando bicchieroni di “caffè greco”. In un tavolino appartato sedeva una giovane donna con i capelli biondi raccolti con un fazzoletto sgargiante, vestita con maglietta bianca e pantaloni blu scuri. Stava leggendo un giornale greco e sorseggiava limonata col ghiaccio.

Danielle era un’archeologa francese che scavava, con un gruppo di canadesi, alla periferia di Mistrà. Mi disse che veniva spesso in questo baretto perché soltanto qui, nelle ore più calde, si trovava nel perfetto incrocio di un intenso profumo di capperi, fichi e menta. Era piuttosto stupita di incontrare lì un altro straniero. Mi disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo che lo conoscessi, di avere un appuntamento col professor Nikos Parandakis.

Parandakis, appena evocato, si materializzò dinanzi al nostro tavolino. Un vecchio signore con i capelli candidi e la pelle che sembrava non aver mai conosciuto il sole. Era asciutto e notevolmente alto, elegantissimo: cappello nero a larghe tese; camicia di cotone bianca molto ben stirata; cravatta blu che spiccava sull’abito grigio come una finestra aperta al mare. Dopo che mi fui presentato, ci invitò ad andare a casa sua, sostenendo che saremmo stati più al fresco. Pagò la nostra consumazione e lo seguimmo. Senza voltarsi, quasi parlando tra sé e sé, fece una strana affermazione: “Il ruolo della Grecia nell’Europa è simile a quello dello scorfano nella bouillabaisse: un ingrediente mostruoso ma necessario…”.

Di che cosa fosse professore Nikos Parandakis non lo capii. Dagli accenni ammirati che mi aveva fatto Danielle suppongo fosse un famoso archeologo (ma non ho mai controllato su Wikipedia!). Entrati nella sua casa affollata di libri, in mezzo ai quali si apriva ogni tanto uno spazio dal quale facevano capolino sbiadite icone e vecchie foto di famiglia, ci fece accomodare sul divano con la testata e i cuscini damascati, e ci offrì subito da bere dell’Ouzo ghiacciato.

Poi Parandakis parlò ininterrottamente saltando di palo in frasca: “I greci moderni, o meglio: le classi dirigenti greche, hanno spesso vissuto del loro passato come se fosse tuttora in corso, come se solo loro ne fossero gli eredi diretti, e soprattutto come se questo li autorizzasse a un’autoindulgenza perniciosa che poi ha l’effetto altrettanto negativo di fare di loro, agli occhi di tutti, dei semplici parenti poveri, accentuando in modo penoso il contrasto tra il passato e il presente. Però se l’eredità classica è condivisa da tutti gli europei, questo, coi criteri di oggi, non autorizza certo un Lord inglese a portarsi a casa i fregi del Partenone, approfittando del fatto che il Governatore locale turco li vende senza problemi, così come non autorizzava voi italiani a portarvi a casa l’obelisco di Axum (e infatti l’avete, seppur dopo molti anni, restituito). Né autorizza nessuno a disprezzare i greci di adesso come se fossero tutti nient’altro che ladruncoli abili solo a sfilarti il portafoglio mentre ti additano il Partenone. Nel momento in cui il populismo nordico trionfa, il pericolo del simmetrico populismo meridionale (vittimistico e parassitario) non mi sembra tanto incombente. Non vorrei che per paura di caderci ci si trattenesse dal costruire tra i Paesi del Sud Europa una solidarietà e una sinergia, da non basare certo sull’autoassoluzione dei pesanti vizi storici (alcuni dei quali risalgono davvero alla tanto idealizzata epoca classica di cui si tende a estrarre solo gli aspetti più nobili!), ma sul riconoscimento di una realtà economico sociale diversa e sulla valorizzazione delle differenze nell’ambito di un’unità europea tutta da ricostruire”.

Gli demmo ragione. Ma Danielle aggiunse una cosa che io ribadirei, con ancor più convinzione, in questi giorni: “Vede, professore, oggi più che mai c’è bisogno di ex-patriare: uscire dalle patrie. Per potersi finalmente considerare parte di una realtà sovra-nazionale: l’Europa. Solo la fine delle singole patrie particolari (pur mantenendo tradizioni, dialetti, costumi) darà una possibilità a ciascuno di noi di avere un futuro. Il nostro solo futuro sicuro è fuori dalla patrie: in Europa. L’Italia, come la Grecia, la Spagna e altre nazioni del Sud Europa, è stata un paese di migranti. La gente sa bene cosa significhi, anche se spesso mostra di scordarselo. Purtroppo ovunque spadroneggiano movimenti con il culto egoistico del proprio orticello, familiare e della comunità di appartenenza, e intollerante. Le loro idee nefande, e talvolta apertamente razziste, hanno potuto circolare liberamente (nonostante l’esistenza di leggi che condannano l’odio per razze e minoranze religiose) anche a causa di una Sinistra debole di idee e prospettive, incerta e immemore delle sue tradizioni migliori, più attenta alle tattiche politiche e agli interessi particolari. La Modernità ha subìto una rapida metamorfosi, cancellando le sue migliori promesse e mostrando l’altra brutta faccia della sua medaglia: trasformandosi sotto i nostri occhi in una mostruosità sempre più ingiusta e ineguale”.

La conclusione del professor Parandakis, prima di congedarci, fu abbastanza sibillina: “Pensate al pugnetto che fanno i bambini appena nati. È lì, stretto in quel pugno, che sta il talento di ciascuno. Poi, quando si muore, si muore con le mani aperte”.

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