Il Post
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Il pretesto per chiudere il Secolo

29 ottobre 2010

Consapevole di agire in pieno conflitto di interesse, uso il Post per raccontarvi che il giornale che dirigo, il Secolo d’Italia, la settimana prossima probabilmente dovrà portare i libri in tribunale. Gli “ex colonnelli” ci hanno negato la modesta anticipazione (700mila euro) che ci serve per pagare stipendi e fornitori fino alla fine dell’anno, quando incasseremo il contributo pubblico. Non è che non hanno i soldi: le casse della ex-An sono piene. Ma il “Secolo” gli dà fastidio, è troppo libero, troppo autonomo, e negli ultimi mesi anche “troppo letto” e troppo presente nel dibattito politico, e preferiscono che tiri giù la serranda, levandogli il problema di una quotidiana rappresentazione della destra diversa da quella che loro esprimono. Abbiamo già ricevuto molta solidarietà, dalle parti più impensate. Ci daremo da fare. Alle 15.30 abbiamo organizzato una conferenza stampa in redazione. Abbiamo scritto un appello per raccogliere il sostegno chi ha cuore la libera circolazione delle idee, anche quando non le condivide. Spero che ci siano molti di voi. Ve lo posto più tardi.

Eccolo:

Il “Secolo d’Italia” esiste da quasi 60 anni. Rappresenta una memoria storica, una voce libera, una tradizione culturale e giornalistica che con continuità e coerenza (e anche tra tante difficoltà) ha raccontato il punto di vista di una comunità umana e politica. Ma soprattutto ha raccolto nei decenni il contributo, le riflessioni e le firme di intellettuali e scrittori che hanno coralmente edificato un patrimonio che sarebbe riduttivo ricondurre a una singola sigla di partito. Il “Secolo d’Italia” costituisce oggi l’unico centro di raccolta di documenti e articoli indispensabili per conoscere, studiare e approfondire la storia della destra italiana. Nell’ultimo periodo ha con spirito d’indipendenza e senza mai piegarsi al gossip interpretato una voce critica all’interno del centrodestra utile ad avviare una riflessione e un dibattito al di là e oltre i muri ideologici del Novecento. Oggi il “Secolo d’Italia” ha bisogno del sostegno di tutti, di chiunque, giovane o anziano, parlamentare, giornalista o semplice cittadino, vuole difendere la libertà di stampa, il pluralismo, la tradizione culturale della destra e di chiunque creda che al nostro paese sia più utile la vivacità delle idee che gli slogan di una piatta propaganda. Per tutte queste ragioni chiediamo una firma per continuare a vivere e per proseguire nel nostro lavoro quotidiano, aggiungendo ogni giorno un “pezzetto” di politica viva a una storia che è stata nobile e che vorremmo fosse ancora lunga.

  • spago

    Ma se anzichè fare appelli avesse fatto meglio i conti con i finanziatori, gli inserzionisti e i dati di vendita?
    Certo anche l’appello potrebbe essere un’operazione di marketing presso un certo tipo di pubblico..
    Io condivido la gran parte delle posizioni di Fini e di Futuro e Libertà e so che Flavia Perina e il Secolo li hanno sostenuti, ma trovo surreale lamentarsi che chi non ha seguito Fini non vi finanzi.
    Poi per carità il discorso sui finaziamenti, sul credito, sui fornitori, su chi paga a due, tre o sei mesi, tutto interessante.. ma nasce dal fatto di non essersi posti in tempo e in modo efficace il problema di coniugare la linea editoriale del Secolo con un efficace piano idustriale. Ed evidentemente di non avere sufficienti garanzie da dare per accedere al credito privato. Come sappiamo il mercato pone a ogni azienda un limite, quello della sostenibilità economica pena il fallimento. Limite che non hanno, o non hanno avuto in passato, molti enti statali, che se fossero stati sul mercato sarebbero falliti secoli fa, avendo bilanci in perdita come pozzi senza fondo e venendo gestiti con criteri che nulla avevano a che fare con l’efficienza. Io preferisco il mercato dove il Secolo fallisce, pur avendo sempre preso gli aiuti pubblici e pur aspettandone altri, e condivido questo limite.

  • mamuthone

    Se si tratta di aspettare “solo” due mesi, cosa vieta di rivolgersi a qualche banca, se c’è una ragionevole certezza di avere quei finanziamenti?

  • piti

    Mi pare che in molti dimetichino che il mercato, in termini di mezzi di comunicazione e che creano opinione, è qualcosa di molto ambiguo e molto pericoloso.

    Come il mercato inteso come pubblico al botteghino ripaga più facilmente Rambo II o un cinepanettone che un capolavoro che non riempie le sale.

    Abbiamo un PresdelCons rovinoso per il Paese che ha fondato la sua popolarità su programmi (che equivalgono a giornali) di grande presa, ma di nessun contenuto, o peggio, di consapevole appiattimento mentale.

    La Perina, FLI, Il Secolo mi stanno sulle balle per la loro giravolta ridicola per quanto è tardiva.
    Ma il mercato, mostruosa metaideologia che divora tutto e tutto caga in form a lui assimilata, lasciamolo al pesce o alle scarpe.

    E non sentiamoci derubati se un po’ di mln di euro nostri (che siamo poi 60 mln, mica tiriamo fuori un mln di euro a testa) vanno alla stampa, comprese le storture che tutti conosciamo.
    Meglio qualche soldo buttato che buttare un’opinione.

    Il mercato tende per natura al monopolio e all’unicità. Di ogni prodotto, idee comprese.

    Del resto, se tutto dovesse assecondare il mercato, manco nasceremmo: siamo così poco convenienti, per chi ci mise al mondo.

  • mamuthone

    @piti: hai perfettamente ragione nel dire che l’informazione non può essere considerata una “merce” alla stregua delle merendine al supermercato. Tuttavia, un sistema di finanziamenti di questo tipo presenta più storture che altro.

    Tanto per cominciare, si potrebbe fornire dei finanziamenti in rapporto alla quantità di giornali VENDUTI piuttosto che STAMPATI. Il sistema attuale favorisce gli “spreconi di carta” e basta…

  • http://ilmiomanifesto.blogspot.com broono

    Al di là delle divagazioni su dettagli del mercato, in realtà il senso di molti dei commenti che hanno basato il proprio suggerimento su banali regole economiche credo fosse che d’accordo le opinioni ok la libertà verissima la pluralità e ci siamo.
    Ma oggi, in questo paese di decine di aziende che chiudono, in questo momento di imprenditori che si suicidano (e se vogliamo essere anche un po’ politici anche “e da quella parte del parlamento dove tutto questo lo si dice inventato”), NON PUOI parlare con toni da cataclisma economico/democratico quando quello che stai dicendo è che non sai come guadare una roba larga due mesi che ti separano da qualche milione di euro certi.
    Per decenza, mica per mercatismo.

  • http://john_doe.gofreeserve.com johndoe

    Quoto broono, ma quale mercatismo? Qui non è questione di soldi, che tra prosperi sostenitori di think thank ed ex presidenti di confindustria (molto simpatizzanti) si risolve in un secondo.

    Qui il problema è il principio, qui mi si dice che quei cattivoni che io accuso, da mesi, di sostenere un mafioso che mi aizza i servizi segreti, nonchè puttaniere e liberticida, mi fanno mancare l’inchiostro per continuare a farlo. Ma dico, siamo matti?

    Io non voglio che il giornale chiuda, se vuole impiccare il berlusca alle sue politiche e ai suoi comportamenti faccia pure, non è solo legittimo ma magari è anche opportuno. E infatti io, come tutti i contribuenti italiani, pago il Secolo anche senza leggerlo.
    E quindi va benissimo impiccarlo, ma pretendere che proprio lui vi paghi la corda per farlo mi sembra un po’ enorme, o sbaglio?

  • spago

    Il Secolo si è ristrutturato, ha tagliato le spese e ha aumentato i lettori. Bravo! Però non ha previsto che gli ex colonnelli non gli avrebbero sganciato i soldi che di solito sganciavano (di solito: prima della svolta di Fini, prima di tutto quel che è successo, prima che fra le loro idee e scelte e le idee e le scelte del Secolo si creasse un divario mostruoso) e ora tutto quel lavoro andrà sprecato? Non c’è il tempo o il modo per chiedere ora un prestito o cercare altri finanziatori, è troppo tardi? Mi spiace. Ma è una questione di “mercato”: si paga un errore fatto nella pianificazione della gestione economica del giornale, si paga un qualcosa dato per certo che certo non lo era, si paga un’ingenuità, uno sbaglio che si è fatto. Non è questione di libertà di stampa. A tante altre aziende è successo e succede: si ristrutturano, si rinnovano, fanno invstimenti, anche ottimi e gli basterebbe solo avere un po’ di tempo e i frutti verrebbero, ma per mancanza di liquidità e di credito, chiudono. Sicuramente è un problema, ma non un problema di pluralismo e libertà di stampa.

  • odus

    Arrivo in grande ritardo perché non avevo visto il post della On. Perina su questo blog, ma della “chiusura del Secolo” avevo letto altrove. E mi son chiesto: Ma chi è il proprietario de il Secolo? Certo non il suo Direttore e cioè la On. Perina. Ma l’On. Perina, quanto alla linea politica che segue, a quale proprietà fa riferimento? Quando ha bisogno di lumi, a chi telefona? Ora ha bosogno di soldi per far fronte ai due mesi che la separano dal contributo pubblico. Quando il contributo pubblico arriverà, a chi sarà intestato? Al Direttore del giornale o al proprietario? e si torna alla domanda iniziale: il proprietario chi è? Ci sarà pure un Direttore Amministrativo. A quale proprietà fa capo?
    Poi c’è un Comitato di garanti, alemanniani, larussiani e gasparriani, che in un modo o in un altro saranno espressione della proprietà. Ma la proprietà dov’è, quale è?
    L’On. Perina riguardo a ciò ha glissato.