Fracking e shale gas in Italia

Lo shale gas e il fracking delle rocce certamente costituiscono uno dei temi energetici oggi più dibattuti in Europa, aspramente criticato dagli ambientalisti. Il dibattito si è acceso in Italia qualche settimana fa, quando il premier Letta ha affermato che è necessario avere “un atteggiamento aperto e non penalizzante per lo sfruttamento delle fonti di energia prodotte in Europa, come lo shale gas“.

Di che si parla? In poche parole, di risorse naturali del pianeta, in particolare di quelle fossili. Lo shale gas infatti è nient’altro che gas naturale intrappolato in rocce particolari – gli shale, appunto, sedimenti a grana fine contenenti argille e limi – che viene estratto tramite fratturazione idraulica (fracking) delle stesse, utilizzando acqua e additivi chimici ad alte pressioni.

Il Nord America sta vivendo dal 2007 una autentica rivoluzione energetica grazie alla produzione di shale gas da fracking: mentre la produzione dei pozzi tradizionali diminuiva del 12%, quella da shale gas cresceva fino a raggiungere i 240 miliardi di metri cubi. Numeri alla mano, stiamo parlando del consumo annuale di Italia, Germania, Francia e Spagna messe insieme più qualcosa per quando fa freddo. Il vantaggio dello shale gas però è soprattutto economico: grazie alla produzione da shale, i costi del gas statunitense sono rimasti molto bassi, tanto che le industrie americane beneficiano di prezzi 4 volte inferiori a quelli europei.

In Europa come siamo messi? Presto detto. Le riserve di shale gas nel sottosuolo europeo sono di dimensioni considerevoli. Considerato il preoccupante declino della produzione dei pozzi nel Mare del Nord, il Parlamento europeo si è mostrato aperto allo sviluppo della tecnologia del fracking in Europa. Per chiarire le diverse problematiche evidenziate dall’esperienza americana, in primis quella ambientale, il Joint Research Center, il centro studi della Commissione europea, ha svolto nel 2012 analisi approfondite sugli aspetti ambientali e economici dello shale gas. Ne sono emersi alcuni spunti decisamente interessanti, talvolta in controtendenza alla vulgata comune e ahimè spesso trattati con superficialità dai media italiani. Vediamo.

Contaminazione delle falde acquifere. I giacimenti di shale gas generalmente si trovano a profondità maggiori delle falde acquifere. Ergo, è probabile che la contaminazione delle falde acquifere da addiviti chimici usati nelle operazioni di fracking sia causata dalla scadente qualità dell’isolamento dei pozzi. Per minimizzare i rischi, il Parlamento europeo consiglia dunque lo sviluppo delle riserve di shale gas situate a profondità maggiori di 600 metri rispetto alle falde acquifere, oltre a rigidi controlli durante ogni fase del progetto di estrazione dello shale gas.

Utilizzo del suolo. Un pozzo di estrazione di shale gas occupa una superficie doppia rispetto a uno tradizionale. Il vero problema è rappresentato però dalla produttività media dei pozzi. Nello studio del Joint Research Center si evidenzia come sono necessari circa 50 pozzi per estrarre la stessa quantità di energia di un giacimento tradizionale nel Mare del Nord. È ovvio che in America l’utilizzo del suolo non costituisce in genere un grosso problema. In Europa, però, la disponibilità di suolo è ridotta. Il Parlamento europeo rimanda quindi ai singoli Paesi riflessioni e decisioni in merito.

Consumo d’acqua. L’estrazione dello shale gas richiede ingenti quantità d’acqua usata per le operazioni di fracking, una parte delle quali non può essere recuperata, tanto che specifiche zone geografiche andrebbero incontro a seri rischi sulla disponibilità di acqua potabile. Nello studio vengono indicate acconcie misure di gestione dell’acqua potabile e possibili impieghi di acque alternative. Fondamentalmente la disponibilità di ingenti risorse acquifere varia molto tra i diversi Paesi europei, cui vengono rimandate le decisioni.

Rischio di terremoti indotti. Contrariamente a diversi gruppi di scienziati che legano il terremoto in Oklahoma (magnitudo 5.7) alle tecniche di fratturazione idraulica, lo studio indica bassi rischi in merito, con movimenti indotti per un massimo di 3 gradi di magnitudo. Ne avevamo già discusso l’anno scorso, dopo le polemiche sul terremoto in Emilia.

Traffico. Si stima che nei giorni di attività il traffico di camion possa superare i 250 viaggi al giorno per ogni singolo sito di estrazione, principalmente per trasportare acqua e prodotti per il fracking e acque sporche in uscita. Una scelta del sito accurata, tarata sulla presenza di infrastrutture di trasporto e eventuali tubazioni temporanee per minimizzare il trasporto su gomma è fortemente raccomandata dal Parlamento europeo.

Bolla speculativa. È innegabile, la corsa allo shale gas Americano ha portato alla rovina alcuni operatori del settore Oil&Gas, costretti a vendere il proprio gas a prezzi inferiori ai costi di estrazione. Questo è avvenuto principalmente per la carenza di infrastrutture: non avendo la possibilità (e i permessi) per esportare il gas tramite nave – sotto forma di Gas Naturale Liquefatto (GNL) – il gas prodotto in america è stato interamente consumato sul suolo americano. Si prevede che l’export di GNL dall’America avverrà solamente a partire dal 2017, intanto i produttori di gas americano dovranno barcamenarsi come meglio possono. Analogamente, il rischio economico per i potenziali produttori di shale gas europei è legato ai costi reali di estrazione che secondo il Joint Research Center oscillerebbero tra i 5 e i 12 $/MBtu contro un costo medio di 11 $ nel principale hub del gas Europeo nel 2013.

Diritti minerari. La più evidente differenza tra USA e EU per lo sfruttamento dello shale gas si trova nei diritti sul suolo. Al contrario degli europei, i proprietari terrieri americani possiedono i diritti sulle risorse minerarie del sottosuolo. Questo fatto ha agevolato lo sviluppo estremo, talvolta persino eccessivo e al limite della speculazione. Per quel che riguarda l’Europa vi è il rischio opposto che l’assenza di vantaggi per i diritti del suolo comporti una scarsa incentivazione per l’ottenimento dei permessi. Data anche la grande differenza di densità di popolazione tra America e Europa, molto difficilmente lo sviluppo dello shale gas europeo sarà paragonabile a quello americano.

Riserve. Le principali riserve di shale gas continentali sono concentrate in Polonia, Germania, Svezia, Inghilterra, Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca e Austria. La Polonia è il Paese più attivo: già dal 2010 sta provando a sfruttare le proprie riserve ma alcune problematiche legate alla qualità del gas estratto hanno portato diverse compagnie petrolifere di esplorazione a abbandonare i progetti. Spinto dalle crescenti proteste per le preoccupazioni ambientali, il governo francese ha proibito per i prossimi 5 anni qualsiasi operazione di fracking, nonostante possieda riserve di shale gas tra le più abbondanti d’Europa.

E in Italia? In Italia è molto probabile che il fracking non potrà mai essere utilizzato, per la semplice mancanza di rocce adatte allo scopo. La Strategia Energetica Nazionale di fresca pubblicazione (Marzo 2013) indica chiaramente che «il Governo non intende perseguire lo sviluppo di progetti in aree sensibili in mare o in terraferma, ed in particolare quelli di shale gas». L’atteggiamento aperto e non penalizzante nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Letta riguarda dunque molto l’Europa e ben poco l’Italia. Ambientalisti e allarmisti nostrani si mettano pure il cuore in pace invece di condurre campagne italiane anti-fracking nel tentativo di spingere il Governo ad azioni inutili o perfino dannose calvacando presupposti ideologici. Certo è che, vuoi per l’export dello shale gas americano, vuoi per la produzione continentale europea, sarà davvero difficile tenere lo shale gas fuori dal mercato e dalle case italiane.

Concludendo, dal punto di vista economico lo shale gas sembra rappresentare una buona opportunità per diminuire la dipendenza europea dalle importazioni di gas russo e nord-africano. Certo, esistono problematiche ambientali che sarebbe colpevole trascurare ed esistono anche potenziali contromisure da studiare caso per caso, Paese per Paese, da istituti di ricerca imparziali e competenti. È preoccupante che in Italia non vi sia ancora alcun documento ufficiale ed imparziale a riguardo. Sinceramente non è nemmeno chiaro chi potrebbe o dovrebbe farsi carico della ricerca. Perfino l’ENEA non risulta aver mai pubblicato qualcosa sul fracking. È difficile immaginare uno sviluppo su larga scala di tale tecnologia in Europa e soprattutto in Italia, vittima storica della sindrome Nimby (Not-in-My-Backyard, non nel mio giardino). Si spera soltanto che l’Italia cominci presto a studiare.

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[Si ringrazia il blogger Energisauro, co-autore di questo post. L’articolo è apparso su iMille-magazine, ieri.]

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