ILVA, tra produzione e ambiente

Le recenti convulsioni di ILVA e l’emergenza ambientale a Taranto hanno riportato all’attenzione generale il confronto tra produzione e ambiente. ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell’acciaio a partire dal minerale di ferro. Cinque altoforni alti 40 metri che producono 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, il 30% circa dell’intero fabbisogno italiano, il 6% di quello europeo. Su ILVA e Taranto sono stati scritti fiumi di parole, più o meno assennate. ILVA è (parzialmente) sotto sequestro per ordine della magistratura, come avete potuto leggere su Il Post in questi giorni. L’ordinanza del gip ha disposto il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento, dove trovano posto parchi minerali, cokerie, area agglomerazione, altiforni e gestione materiali ferrosi. Senza mezzi termini, se il sequestro dell’area a caldo andasse in porto così come chiesto dal gip di fatto significherebbe la chiusura dell’intera fabbrica.

Ora, prima che partano gli strali dei pistoleri dallo sdegno facile, la vicenda dell’ILVA è complessa e dolorosa: da molti anni gli abitanti di Taranto sospettavano (eufemismo) dei problemi causati direttamente o indirettamente dallo stabilimento siderurgico, e le due perizie chimica e medico-epidemiologica disposte dal gip hanno liberato frustrazioni a lungo represse. Il sequestro dell’ILVA ripropone l’annosa dicotomia tra produzione e tutela dell’ambiente. Uno scambio avvenuto su Linea Notte del TG3 durante una diretta sugli scioperi dei giorni scorsi offre una sintesi precisa in merito: “volete che l’azienda chiuda, come chiede la magistratura, o volete che continui ad operare?”, gli operai dell’ILVA hanno risposto: “non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, noi rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza, in un ambiente sano per noi e per le nostre famiglie”.

Ecco, la soluzione. Qual’è la soluzione? Quella decrescista si può leggere su Il Fatto Quotidiano:

Se chiudere una fabbrica che produce morte deve essere normale, meno facile da digerire è chiudere una fabbrica che produce oggetti che non servono a nulla. Qui la vedo più dura. Eppure una riconversione della società in senso ecologico non può non passare anche da qui, dalla strada della rinuncia ai beni superflui, della ricerca della sobrietà e dell’equilibrio – ammesso che esso sia possibile (ed è tutto da vedere) – tra uomo e natura.
Parlare di sviluppo è stupido, parlare di sviluppo sostenibile è stupido e contraddittorio. In futuro occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare. Anche ai posti di lavoro pur che siano.

Insomma, tra lavoro e ambiente non v’è dubbio o terza via: ambiente, e si chiuda tutto. Posizioni rigide, dure, che nella oramai stracca retorica decrescista si limitano alla critica dell’esistente senza saper o poter produrre alternative valide oltre le banalità volontaristiche. L’ILVA infatti produrrebbe morte e/o “oggetti che non servono a nulla”, cioè acciaio. Probabilmente, nella furia iconoclasta decrescista, l’acciaio viene associato alle automobili, pilastro costitutivo dell’impero del petrolio. Peccato che meno del 20% della produzione mondiale di acciaio venga infatti dedicato al mercato dell’automobile. Chi pensa che l’acciaio non serva a nulla si sbaglia. L’acciaio serve a tante cose, tra cui case, ponti, acquedotti, pipeline e infrastrutture per la rete elettrica. Oltre ai piloni delle verdi torri eoliche.

Consci della crisi dell’economia italiana e del problema posto dalla perdita strutturale di industria pesante in Italia per la delocalizzazione all’estero di molte attività produttive energy-intensive, in altri ambiti si è più cauti:

I posti di lavoro dell’ILVA possono essere salvati avviando subito le bonifiche. Gli operai devono diventare i tecnici delle bonifiche. È necessario poi che Taranto venga dichiarata No-Tax Area per almeno 5 anni, misura necessaria per attrarre investimenti italiani e esteri per investimenti su nuove aziende basate sull’innovazione, la Green Economy e un modello economico non inquinante.

Produzione e innovazione restano, ma quale sia questo modello economico non inquinante non è chiaro. L’acciaio no, gli (ex-)operai dell’ILVA bonificheranno, poi avremo aziende nuove, verdi e innovative. Il ferro per i ponti e le torri eoliche lo tratti qualcun altro lontano da qui, non-nel-mio-giardino. Siamo in piena sindrome NIMBY. Anche ammettendo che un’acciaieria sotto casa proprio no per l’eccessivo inquinamento, davvero un disastro ambientale in Turchia sarebbe meno peggiore di un disastro ambientale in Puglia? Vogliamo rimettere in pratica le stesse ipocrisie del nucleare francese, svizzero o sloveno?

È possibile mettere in sicurezza un impianto delle dimensioni di ILVA? Il problema dei limiti delle emissioni (polveri, diossine e furani) non è dei più semplici, ma provo a riassumere il più possibile. Per quel che riguarda le diossine, i criteri per la definizione dei limiti sono contenuti nel Protocollo di Aarhus, approvato dal Consiglio UE nel 2004 e recepito da 16 paesi dell’Unione ma non dall’Italia (sic!). L’Italia si è infatti uniformata alla normativa europea per quel che riguarda le emissioni delle diossine per gli impianti d’incenerimento, ma non per il resto degli impianti come ILVA, avvalendosi della possibilità di adeguarsi a tali limiti entro il 2012, otto anni dopo (ri-sic!). Il Ministro dell’Ambiente all’epoca era Stefania Prestigiacomo. Nella legislazione nazionale, il valore limite per le emissioni di diossine di origine industriale è e rimane altissimo, certamente privo di senso, ma a titolo di legge le emissioni di ILVA fin qui erano “nella norma”.

Ora, la normativa per i limiti previsti nel nostro paese fa riferimento alla concentrazione totale delle diossine e non alla tossicità equivalente come nel resto d’Europa. Nel 2008, Vendola e il consiglio regionale della Puglia vararono una legge che imponeva a ILVA di limitare le emissioni di diossina, misurate secondo il criterio della tossicità equivalente, provocando un lungo braccio di ferro tra Regione Puglia, ILVA e Governo nazionale. La soglia iniziale fu fissata a 2.5 nanogrammi per metro cubo (ng/m3) da portare a 0.4 (standard europeo) nel 2010. Le misurazioni ARPA effettuate nel 2007 fornivano valori medi di diossine di 3.9 ng/m3 e di 4.5 ng/m3 nel 2008, otto-dieci volte oltre il limite. Tra il 2008 e il 2010, ILVA ha investito molto nell’ammodernamento degli impianti produttivi e nella riduzione delle emissioni di diossine. Le due modifiche principali a fini ambientali sono state l’installazione di un sistema di iniezione di polvere di carbone attivo e di un impianto a urea. Entrati in funzione tra il 2010 e il 2011, i due impianti hanno ridotto drasticamente le emissioni (-90%). Secondo misurazioni ARPA, nel 2011 saremmo scesi a 0.4 ng/m3. Volendo credere alle misurazioni, e non v’è motivo di non farlo, questo vorrebbe dire che la quantità di diossine emessa da ILVA oggi è in linea con le norme europee.

Per quel che riguarda le polveri, bisogna specificare che nella produzione industriale dell’acciaio, il settore forse più inquinante dell’impianto è la cokeria, dove si fonde il carbone per ottenere il coke necessario alla produzione della ghisa e si generano emissioni di benzopirene. Come osserva ILVA stessa nella sua relazione annuale su Ambiente e Sicurezza, gli interventi effettuati finora sulla cokeria non hanno dato i risultati sperati per quel che concerne le emissioni di benzopirene. I livelli rilevati da ARPA nel 2010 hanno fatto registrare valori quasi doppi rispetto agli obiettivi previsti per gli impianti soggetti a Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). ILVA ha comunque tempo fino alla fine del 2012 per rientrare nella norma. Intendiamoci, questo non implica necessariamente la chiusura per l’intero impianto. ILVA potrebbe infatti chiudere solo la cokeria e, in attesa di migliorie strutturali, comprare il coke sul mercato e continuare la produzione con un impatto ambientale più contenuto. Certo, rimane comunque il problema delle diossine e delle polveri emesse in passato, ora sparse sul territorio, che è necessario bonificare. Questo, alla fine, è il significato delle parole del Ministro dell’Ambiente Clini che, riferendo in Parlamento, criticatissimo dagli ambientalisti ha parlato di “criticità dovute al passato, impatto su salute ma leggi rispettate”, chiedendo comunque nuove verifiche perchè “si tratta di capire se gli impianti attuali costituiscono tuttora elemento di rischio”.

Insomma, la vicenda dell’ILVA fa capire che crescita non vuol dire necessariamente inquinare o cementificare e decrescere non significa stare fermi. Sostenibilità – termine purtroppo usato, abusato e logorato dalla politica, spesso fino a farlo diventare inutile – significa invece scambiare obiettivi di quantità con quelli di qualità, ma sempre con conti economici che stiano in piedi e non soddisfino solamente le tasche degli azionisti o le paranoie l’immobilismo di conservatori benestanti. Certo, nel problema dell’ILVA ci sono comunque responsabilità storiche. Ma se è vero che ILVA agiva nel rispetto delle regole – regole brutte, certamente, fatte da governi altrettanto brutti – dall’altra è anche vero che negli ultimi anni il gruppo Riva ha investito molto per l’ammodernamento degli impianti produttivi dell’acciaio a Taranto. Inoltre, non si possono far pagare le responsabilità storiche ai lavoratori, chiudendo la fabbrica, o allo Stato, perdendo una risorsa nazionale strategica per l’acciaio. Insomma, le emissioni di ILVA ora sarebbero generalmente a posto, fatta eccezione per polveri come il benzopirene che devono essere ricondotte sotto il limite. Rimangono però da bonificare i territori invasi da diossine e polveri precedentemente emesse, e a questo servono i 330 milioni stanziati dal Ministro Clini. Oggi il Governo molto probabilmente adotterà un provvedimento d’urgenza per velocizzare le procedure di attuazione degli interventi per la bonifica dell’impianto di Taranto. Se poi si volesse proprio cercare un responsabile, non si ha che da guardare a chi in passato ha votato, supportato e applaudito Governi poco accorti e ancor meno attenti alla salvaguardia dell’ambiente.

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Disclaimer: l’articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L’opinione dell’autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell’acciaio.