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ILVA, tra produzione e ambiente

3 agosto 2012

Le recenti convulsioni di ILVA e l’emergenza ambientale a Taranto hanno riportato all’attenzione generale il confronto tra produzione e ambiente. ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell’acciaio a partire dal minerale di ferro. Cinque altoforni alti 40 metri che producono 10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, il 30% circa dell’intero fabbisogno italiano, il 6% di quello europeo. Su ILVA e Taranto sono stati scritti fiumi di parole, più o meno assennate. ILVA è (parzialmente) sotto sequestro per ordine della magistratura, come avete potuto leggere su Il Post in questi giorni. L’ordinanza del gip ha disposto il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento, dove trovano posto parchi minerali, cokerie, area agglomerazione, altiforni e gestione materiali ferrosi. Senza mezzi termini, se il sequestro dell’area a caldo andasse in porto così come chiesto dal gip di fatto significherebbe la chiusura dell’intera fabbrica.

Ora, prima che partano gli strali dei pistoleri dallo sdegno facile, la vicenda dell’ILVA è complessa e dolorosa: da molti anni gli abitanti di Taranto sospettavano (eufemismo) dei problemi causati direttamente o indirettamente dallo stabilimento siderurgico, e le due perizie chimica e medico-epidemiologica disposte dal gip hanno liberato frustrazioni a lungo represse. Il sequestro dell’ILVA ripropone l’annosa dicotomia tra produzione e tutela dell’ambiente. Uno scambio avvenuto su Linea Notte del TG3 durante una diretta sugli scioperi dei giorni scorsi offre una sintesi precisa in merito: “volete che l’azienda chiuda, come chiede la magistratura, o volete che continui ad operare?”, gli operai dell’ILVA hanno risposto: “non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, noi rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza, in un ambiente sano per noi e per le nostre famiglie”.

Ecco, la soluzione. Qual’è la soluzione? Quella decrescista si può leggere su Il Fatto Quotidiano:

Se chiudere una fabbrica che produce morte deve essere normale, meno facile da digerire è chiudere una fabbrica che produce oggetti che non servono a nulla. Qui la vedo più dura. Eppure una riconversione della società in senso ecologico non può non passare anche da qui, dalla strada della rinuncia ai beni superflui, della ricerca della sobrietà e dell’equilibrio – ammesso che esso sia possibile (ed è tutto da vedere) – tra uomo e natura.
Parlare di sviluppo è stupido, parlare di sviluppo sostenibile è stupido e contraddittorio. In futuro occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare. Anche ai posti di lavoro pur che siano.

Insomma, tra lavoro e ambiente non v’è dubbio o terza via: ambiente, e si chiuda tutto. Posizioni rigide, dure, che nella oramai stracca retorica decrescista si limitano alla critica dell’esistente senza saper o poter produrre alternative valide oltre le banalità volontaristiche. L’ILVA infatti produrrebbe morte e/o “oggetti che non servono a nulla”, cioè acciaio. Probabilmente, nella furia iconoclasta decrescista, l’acciaio viene associato alle automobili, pilastro costitutivo dell’impero del petrolio. Peccato che meno del 20% della produzione mondiale di acciaio venga infatti dedicato al mercato dell’automobile. Chi pensa che l’acciaio non serva a nulla si sbaglia. L’acciaio serve a tante cose, tra cui case, ponti, acquedotti, pipeline e infrastrutture per la rete elettrica. Oltre ai piloni delle verdi torri eoliche.

Consci della crisi dell’economia italiana e del problema posto dalla perdita strutturale di industria pesante in Italia per la delocalizzazione all’estero di molte attività produttive energy-intensive, in altri ambiti si è più cauti:

I posti di lavoro dell’ILVA possono essere salvati avviando subito le bonifiche. Gli operai devono diventare i tecnici delle bonifiche. È necessario poi che Taranto venga dichiarata No-Tax Area per almeno 5 anni, misura necessaria per attrarre investimenti italiani e esteri per investimenti su nuove aziende basate sull’innovazione, la Green Economy e un modello economico non inquinante.

Produzione e innovazione restano, ma quale sia questo modello economico non inquinante non è chiaro. L’acciaio no, gli (ex-)operai dell’ILVA bonificheranno, poi avremo aziende nuove, verdi e innovative. Il ferro per i ponti e le torri eoliche lo tratti qualcun altro lontano da qui, non-nel-mio-giardino. Siamo in piena sindrome NIMBY. Anche ammettendo che un’acciaieria sotto casa proprio no per l’eccessivo inquinamento, davvero un disastro ambientale in Turchia sarebbe meno peggiore di un disastro ambientale in Puglia? Vogliamo rimettere in pratica le stesse ipocrisie del nucleare francese, svizzero o sloveno?

È possibile mettere in sicurezza un impianto delle dimensioni di ILVA? Il problema dei limiti delle emissioni (polveri, diossine e furani) non è dei più semplici, ma provo a riassumere il più possibile. Per quel che riguarda le diossine, i criteri per la definizione dei limiti sono contenuti nel Protocollo di Aarhus, approvato dal Consiglio UE nel 2004 e recepito da 16 paesi dell’Unione ma non dall’Italia (sic!). L’Italia si è infatti uniformata alla normativa europea per quel che riguarda le emissioni delle diossine per gli impianti d’incenerimento, ma non per il resto degli impianti come ILVA, avvalendosi della possibilità di adeguarsi a tali limiti entro il 2012, otto anni dopo (ri-sic!). Il Ministro dell’Ambiente all’epoca era Stefania Prestigiacomo. Nella legislazione nazionale, il valore limite per le emissioni di diossine di origine industriale è e rimane altissimo, certamente privo di senso, ma a titolo di legge le emissioni di ILVA fin qui erano “nella norma”.

Ora, la normativa per i limiti previsti nel nostro paese fa riferimento alla concentrazione totale delle diossine e non alla tossicità equivalente come nel resto d’Europa. Nel 2008, Vendola e il consiglio regionale della Puglia vararono una legge che imponeva a ILVA di limitare le emissioni di diossina, misurate secondo il criterio della tossicità equivalente, provocando un lungo braccio di ferro tra Regione Puglia, ILVA e Governo nazionale. La soglia iniziale fu fissata a 2.5 nanogrammi per metro cubo (ng/m3) da portare a 0.4 (standard europeo) nel 2010. Le misurazioni ARPA effettuate nel 2007 fornivano valori medi di diossine di 3.9 ng/m3 e di 4.5 ng/m3 nel 2008, otto-dieci volte oltre il limite. Tra il 2008 e il 2010, ILVA ha investito molto nell’ammodernamento degli impianti produttivi e nella riduzione delle emissioni di diossine. Le due modifiche principali a fini ambientali sono state l’installazione di un sistema di iniezione di polvere di carbone attivo e di un impianto a urea. Entrati in funzione tra il 2010 e il 2011, i due impianti hanno ridotto drasticamente le emissioni (-90%). Secondo misurazioni ARPA, nel 2011 saremmo scesi a 0.4 ng/m3. Volendo credere alle misurazioni, e non v’è motivo di non farlo, questo vorrebbe dire che la quantità di diossine emessa da ILVA oggi è in linea con le norme europee.

Per quel che riguarda le polveri, bisogna specificare che nella produzione industriale dell’acciaio, il settore forse più inquinante dell’impianto è la cokeria, dove si fonde il carbone per ottenere il coke necessario alla produzione della ghisa e si generano emissioni di benzopirene. Come osserva ILVA stessa nella sua relazione annuale su Ambiente e Sicurezza, gli interventi effettuati finora sulla cokeria non hanno dato i risultati sperati per quel che concerne le emissioni di benzopirene. I livelli rilevati da ARPA nel 2010 hanno fatto registrare valori quasi doppi rispetto agli obiettivi previsti per gli impianti soggetti a Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). ILVA ha comunque tempo fino alla fine del 2012 per rientrare nella norma. Intendiamoci, questo non implica necessariamente la chiusura per l’intero impianto. ILVA potrebbe infatti chiudere solo la cokeria e, in attesa di migliorie strutturali, comprare il coke sul mercato e continuare la produzione con un impatto ambientale più contenuto. Certo, rimane comunque il problema delle diossine e delle polveri emesse in passato, ora sparse sul territorio, che è necessario bonificare. Questo, alla fine, è il significato delle parole del Ministro dell’Ambiente Clini che, riferendo in Parlamento, criticatissimo dagli ambientalisti ha parlato di “criticità dovute al passato, impatto su salute ma leggi rispettate”, chiedendo comunque nuove verifiche perchè “si tratta di capire se gli impianti attuali costituiscono tuttora elemento di rischio”.

Insomma, la vicenda dell’ILVA fa capire che crescita non vuol dire necessariamente inquinare o cementificare e decrescere non significa stare fermi. Sostenibilità – termine purtroppo usato, abusato e logorato dalla politica, spesso fino a farlo diventare inutile – significa invece scambiare obiettivi di quantità con quelli di qualità, ma sempre con conti economici che stiano in piedi e non soddisfino solamente le tasche degli azionisti o le paranoie l’immobilismo di conservatori benestanti. Certo, nel problema dell’ILVA ci sono comunque responsabilità storiche. Ma se è vero che ILVA agiva nel rispetto delle regole – regole brutte, certamente, fatte da governi altrettanto brutti – dall’altra è anche vero che negli ultimi anni il gruppo Riva ha investito molto per l’ammodernamento degli impianti produttivi dell’acciaio a Taranto. Inoltre, non si possono far pagare le responsabilità storiche ai lavoratori, chiudendo la fabbrica, o allo Stato, perdendo una risorsa nazionale strategica per l’acciaio. Insomma, le emissioni di ILVA ora sarebbero generalmente a posto, fatta eccezione per polveri come il benzopirene che devono essere ricondotte sotto il limite. Rimangono però da bonificare i territori invasi da diossine e polveri precedentemente emesse, e a questo servono i 330 milioni stanziati dal Ministro Clini. Oggi il Governo molto probabilmente adotterà un provvedimento d’urgenza per velocizzare le procedure di attuazione degli interventi per la bonifica dell’impianto di Taranto. Se poi si volesse proprio cercare un responsabile, non si ha che da guardare a chi in passato ha votato, supportato e applaudito Governi poco accorti e ancor meno attenti alla salvaguardia dell’ambiente.

*******
Disclaimer: l’articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L’opinione dell’autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell’acciaio.

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  • Pingback: Tra produzione e ambiente « Energia & Motori

  • http://unosei.wordpress.com ortelius

    Uno dei punti della discussione, dovrebbe essere, credo, che la salvaguardia del territorio (uomini, ambiente, paesaggio) oggi è, prima di tutto, un’esigenza dell’economia, nel senso che si dà come uno dei fattori della produzione stessa. Un territorio inquinato, emotivamente oltre che chimicamente, non può ospitare alcun tipo di “industria”. Come si può chiedere, a una persona, a una comunità di convivere con la paura di ammalarsi? Quale risarcimento può bilanciare la disperazione?

  • uqbal

    Ortelius
    .
    “Uno dei punti della discussione, dovrebbe essere, credo, che la salvaguardia del territorio (uomini, ambiente, paesaggio) oggi è, prima di tutto, un’esigenza dell’economia”
    .
    Io spero che sia così, davvero: ma mi sembra che sia piuttosto un wishful thinking, perché questa impostazione ha la capacità di eliminare tutte le difficoltà che nascono dal fatto che preservare la salute costa tantissimo, ma la salute della gente non può essere sacrificata.
    Il quadro di Zuliani per certi versi è confortante, comunque per diverse ragioni:
    1) alcuni dei problemi più seri sono sotto controllo.
    2) parrebbe proprio che non siamo di fronte ad un moloch ma ad un’industria, la RIva, che la sua parte la fa, e questo E’ IMPORTANTISSIMO, perché smentisce il nostro sport nazionale, il complottismo, basato su una mistura di rassegnazione (i ricchi sono tutti bastardi e onnipotenti) e ribellismo utopico (adesso tocca a noi essere onnipotenti).
    3) Vendola ha mostrato che l’autorità pubblica può fare molto, cosa che avrebbe potuto mostrare anche il governo centrale, se fosse stato meno incapace. Certo, i nostri ribellisti utopici considerano triviale votare a ragion veduta, quando invece si possono fare belle piazzate populiste.
    4)

    • http://unosei.wordpress.com ortelius

      Sono d’accordo sul cauto ottimismo, e occorrerà un ottimismo della ragione, per risolvere una situazione che è davvero complessa. Ma economia ed ecologia sono quasi un sinonimo, questo volevo dire.

  • whiteyes

    Che l’azienda non sia più quella di 30 anni fa lo dicono sia gli operai che la popolazione. Ora si tratta di capire perchè ci siano sempre delle discrepanze tra “quello che si misura” e “quello che percepisce”.
    Lo dico per esperienza: mio padre lavorava in industria molto piccola rispetto all’ILVA dove macellavano animali. Era a ridosso di un paese del basso lodigiano e quando il vento spirava verso l’abitato, soprattutto d’estate, l’aria era irrespirabile per gli odori nauseabondi. La gente, se poteva, se ne stava in casa con le finestre chiuse fino a cambio di vento.
    L’azienda si impegnò a più riprese per risolvere il problema, investendo diversi quattrini, adottando diverse tecnologie per abbattere gli odori e ha rischiato a più riprese la chiususra.
    Oggi le condizioni sono migliori e le persone del paese, come si dice, “ci hanno fatto il naso”; a me che ci passo ogni tanto, viene da vomitare se si verificano le condizioni sopra descritte.

    Credo anch’io che non si possano lasciare sulla strada 20.000 persone, tra operai ed indotto; i lavori di messa a norma devono essere, però, percepibili oltre che misurabili.

  • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

    Non ho nulla contro l’industria dell’acciaio, ma non posso dimenticare che la fabbrica, per come ha funzionato fino ad oggi, ha prodotto coils a suon di vittime. Il vero dramma allora è che l’operaio non può essere costretto a scegliere tra lavorare e morire di cancro, o non lavorare e morire di fame (in senso figurato ma neanche troppo). Inoltre non è affatto vero che uno stabilimento in Puglia è uguale ad uno stabilimento in Turchia, perché non tutte le zone presentano le medesime caratteristiche morfologiche, meteorologiche, naturali, demografiche: gli insediamenti industriali di solito non vengono scagliati sulla carta geografica a caso. Il punto dell’articolo dovrebbe essere questo. Invece è solo l’occasione per un nuovo round della autoreferenziale battaglia contro i decrescisti, sempre più dipinti con toni al limite dell’insulto, come vecchi fricchettoni “che vorrebbero chiudere tutto”. Mi spiace, perché questi post stanno sempre più abbandonando la dimensione dell’analisi tecnica per diventare l’opposto: malcelate prese di posizione ideologiche contro il temibile nemico ambientalista, addirittura stavolta contro una sorta di movimento anti-automobili completamente inventato. Del resto, capisco bene le ragioni di questa feracità, visto che è a tutti noto che in un Paese in cui non esiste nemmeno più un parlamentare verde, e in cui un’associazione come Greenpeace per dire ha 1/100 dei volontari che ha in Germania, l’ambientalismo ha causato danni irreparabili. ma per favore.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Se e’ per quello gli insediamenti industrali non si spostano certo con un tratto di penna, e ILVA esiste da oltre 90 anni, con tutti i cambiametni demografici e naturali del caso. Oltre al fatto che qui non si e’ mai sostenuto che ILVA sia stata “scagliata sulla carta geografica a caso”. Lei non avra’ nulla contro l’industria dell’acciaio, ma le sue parole sembrano suggerire che ILVA starebbe cmq bene altrove (NIMBY, ancora). Per analisi tecniche più specficialistiche può rifarsi agli studi linkati, se non li ha gia’ letti. Sul “nemico ambientalista” stendo un velo pietoso.

      • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

        Non capisco dove ho scritto che l’ILVA dovrebbe essere spostato con un tratto di penna. Ho semplicemente contestato la sua affermazione che il luogo in cui sorge un insediamento industriale sia un invariante, a meno di non essere vittime della sindrome Nimby. Del resto la sua risposta non fa che rafforzare la mia tesi, lei vede ambientalisti dappertutto! Mi domandavo cosa aggiungano alla soluzione da lei indicata, che sulla base dei dati riportati potrei anche condividere( fermare solo la cokeria in attesa di migliorie tecniche e nuove misurazioni), i commenti sulla decrescita, sulle “paranoie da conservatori benestanti”, lo sfottò de “i piloni delle verdi torri eoliche” e la chiosa finale su cosa significhi VERAMENTE sostenibilità. Comunque.. faccia come vuole, ci mancherebbe. tanti saluti

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Allora, questo articolo non ha mai sostenuto che il luogo di insiedimanto di ILVA o di una acciaieria e’ una invariante. L’articolo invece parla delle emissioni di ILVA e non di dove poter farla sorgere se avessimo la possibilita’ di costruirla da zero (che non abbiamo). Perche’ poi definire “verdi” le torri eoliche sia sfotto’ non si capisce (producono energia verde e, almeno da me in Olanda, sono parzialmente colorate di verde sfumato). E non e’ chiaro nemmeno perche’ scrivere che sostenibilita’ e’ scambiare la quantita’ con la qualita’ sia sfotto’. Saluti.

  • giangio

    “le sue parole sembrano suggerire che ILVA starebbe cmq bene altrove (NIMBY, ancora).” Nel caso specifico a me pare più buonsenso che NIMBY, avete presente dove si trova l’Ilva? Come nel caso della discarica che si voleva aprire a Roma nell’area della villa di Adriano, sicuramente c’è una componente NIMBY, ma a me pare esserci in dose maggiore una mancanza di buonsenso.

  • http://blogghetto.org michelelan

    @miche fax

    Sana autocritica, basta che giri la testa e ovunque troverai oggetti fatti in acciaio.

  • uqbal

    Ecco, visto che abbiamo citato Greenpeace, parliamone (e scusate l’OT).
    Greenpeace si inventa le cose, produce falsi clamorosi con cui manipola scorrettamente le opinioni. Evitiamo di citarla come un modello di civiltà:
    http://www.newstatesman.com/blogs/sci-tech/2012/07/epic-shell-pr-fail-no-real-villains-here-are-greenpeace

  • beatrixkiddo

    Grazie di esistere! Sono urbanista ma seguo VIA e AIA. Non sapevo del limite diossina ma non mi stupisco visto le n infrazioni italiane nel recepire le direttive europee
    Mi riservo di riflettere prima di scrivere un commento articolato cmq ti (se posso darti del tu) volevo chiedere: noi abbiamo un piano provinciale sulle ARIR e c’é un db regionale ecc discendente dalla cd Seveso bis (o ter non mi ricordo) e dal dm del 2001. Tutto ciò per dire che le ARIR non possono stare vicino ad insediamenti residenziali e non solo per motivi di inquinamento ma per ragioni di sicurezza. Ora Ilva é antecedente a tutte queste leggi ma a questo punto non bisognerebbe x prima cosa oltre alle bonifiche delocalizzare gli insediamenti più vicini? Dico questo senza avete studiato nulla quindi magari é impreciso come commento. Ah e quello citato come decrescitista lo conosco. Anche i pannelli solari sono fatti con i materiali che tanto schifa . Anzi c’é il silicio le industrie sono a rischio di incidente rilevanute e smaltirlo é problematico. Ma tanto é come dire che uno che fa l’operaio siderurgico faccia il giorno dopo le bonifiche. Mah

  • beatrixkiddo

    Ah io finanzio Greenpeace anche se non conosco tutto ciò che fa. Ma anch’ io non sopporto i no tutto perché per lavoro li incontro spesso e non propongono mai soluzioni percorribili. Sanno dire no di default poi il mondo reale purtroppo é diverso e ci sono operai industrie discariche rifiuti pochi soldi ecc e spesso si sceglie il male minore l’optimum non é possibile in un pianeta con 7 miliardi di persone. E noi siamo i fortunelli. Il bello é che però hanno tutti pc smartphone auto vanno in aereo che é il mezzo più inquinante e pensano che con la differenziata si risolva tutto. Come se il riciclo non inquinasse e non richiedesse energia. Es carta riciclata. Il compost ricavato dal recupero organico non lo compra nessuno ecc. Ovvero non esiste l’impatto zero. Anch’ io prima di lavorare nel campo credevo queste cose ed ero contro es tagliare alberi.Ora ho scoperto che i boschi si stanno espandendo dato che i terreni montani non sono più coltivati
    . Il problema é la scarsa manutenzione e il frazionamento delle proprietà private per cui non é facile intervenire da parte dello Stato nel senso di Enti pubblici. Questo per dire che ogniqualvolta si cerca di fare qualcosa ci si scontra con leggi interessi diversi ecc. Soluazioni semplici

  • beatrixkiddo

    Finisco soluzioni semplici non esistono

  • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

    concordo con MICHE FAX:
    “Invece è solo l’occasione per un nuovo round della autoreferenziale battaglia contro i decrescisti, sempre più dipinti con toni al limite dell’insulto, ”

    Qui è sempre uno sparare contro i decresciti o i NIMBY, ma probabilmente sono altri a non voler ridimensionare i propri lussi per far vivere meglio tutti.
    Saluti da uno sprovveduto decrescista ambientalista senza soluzioni in tasca.

  • http://unosei.wordpress.com ortelius

    Akiro, you are not the only one!

  • leguleio

    Per akiro

    Saluti da uno sprovveduto decrescista ambientalista senza soluzioni in tasca.
     
    Chi non ha soluzioni inevitabilmente finisce con lo scrivere prediche, quando commenta su questi argomenti. A fare il grillo parlante.
    E a fare i grilli parlanti, Pinocchio lo insegna, non ci si guadagna nulla.

  • http://www.amatelarchitettura.com qfwfq

    Interessante la parte che riporta gli interventi fatti da Riva per abbattere le emissioni. dati alla mano ci troviamo di fronte a un sostanziale rispetto della normativa per quanto riguarda le attuali emissioni
    rimane sullo sfondo la cokeria che ha ancora tempo per adeguarsi, ammesso che si apossibile (da altre parti ho letto che a Piombino hanno risolto il problema apunto aliminandola)
    ovviamente da qualche parte nel mondo ci sarà una cokeria produttiva

    Quello su cui dovremmo tutti riflettere è il fatto che le parole del ministro sono applicabili al’intera struttura produttiva e industriale italiana.
    Non è un mistero infatti che , ad esempio la falda che passa sotto Milano sia compromessa da anni; anni di inquinamneto ed emissioni portate dal boom economico, quando non esistevano leggi per la tutela ambientale e men che meno esisteva una sensibilità diffusa in materia

    Lo stato, proprietario di industria, è stato anzi il primo inquinatore; motivo per cui è sacrosanto il contributo per le bonifiche.

    Ora il dilemma sembra insormontabile. La verità è che per risolverlo occorrono anni di lavoro, faticoso, difficile, dispendioso, non pagante in termini elettorali, men che meno in termini economici (parlo in senso generale)
    nel frattempo tanta gente continuerà ad ammalarsi, e molti errori verranno fatti

    la domanda è se si vuole affrontare il problema oppure no? o se si preferiscono soluzioni utopistiche da parte di chi nutre solo certezze?

  • http://www.amatelarchitettura.com qfwfq

    Riprendendo in punta di pensiero le tesi sulla decrescita. Non è tanto sulla validità oggettiva di certe tesi che mi trovo in disaccordo (il mondo ha risorse finite, quindi occorre limitarne il consumo per non esaurirle).
    Giuste o sbagliate che siano le assunzioni di fondo, è evidente che occorre ripensare al modello economico generale (su scala globale), consentendo ai paesi più poveri di svilupparsi senza ripetere la devastazione ecologica che ha caratterizzato il nostro sviluppo industriale. Al tempo stesso i paesi occidentali devono ridurre i consumi e divenire più “inteligenti” nell’impiego delle risorse: magari anche rinunciando a qualcosa.
    In questo, finchè l’economia globale continuerà a richiedere acciaio (anche in clima di decrescita succederà per molti anni), la soluzione più ecologica dal punto di vista globale è quella di contiinuare a usare gli stabilimenti che ci sono (non certo aprendone altri, in qualsiasi posto dovessero essere localizzati), evitando di consumera ulteriore territorio, paesaggio, ecc.
    per farlo è necessario investire sui processi produttivi, migliorandone la efficienza e abbattendo i residui inquinanti.
    Nel frattempo bisognerà studiare soluzioni immediate per la salute degli abitanti dei quartieri limitrofi (mi sembra strano che nessuno parli di un piano di trasferimento degli abitanti del quartiere Tamburi) e per la bonifica.
    Il tutto secondo un piano integrato che dovrà necesariamente coinvolgere tutti i soggetti interessati (l’impresa, lo stato, i lavoratori, gli abitanti) garantendo la progresiva trasformazione del sistema che non debba necessariamente porre i lavoratiro di fronte alla scelta tra l a”morte di cancro o la morte per fame”.
    Per questo quando si sostiene che la soluzione al binomio lavoro vs ambiente è “solo” l’azzeramento dei consumi, la chiusura delle fabbriche, e il ritorno alla vita dei campi (possibilmente in economia di autoproduzione autarchica) ho la sensazione di trovarmi di fronte qualcuno che mi sta proponendo come sola soluzione quella di smettere di respirare
    Un modello economico che propone di azzerare gli scambi, ridurre ogni tipo di consumo, smettere di acquistare materie prime estere, smettere di esportarne, cominciare a vivere dei soli prodotti che gli offre il terriotorio circostante, è un modello che, se anche dovesse garantire la sopravvivenza fisica dei propri esseri umani, condannerebbe alla morte la civiltà, tutta.
    Un modello senza prospettive di vita, non è un modello.

    http://www.ilpost.it/adrianozanni/2012/08/07/basta-smettere-di-respirare/comment-page-1/#comment-1052

    • beatrixkiddo

      Cose che volevo dire io ma dette meglio. Secondo me anche per motivi di sicurezza in un raggio di almeno un km non dovrebbe abitarci nessuno. É una azienda a rischio di incidente rilevante. Bisogna delocalizzare uno o due quartieri e bonificarli. Del resto credo che Ilva di Taranto sia una delle più grandi acciaierie in Europa.

  • milziade368

    E’ stato detto tutto e di tutto. Poco da aggiungere se non la condivisione degli incentivi fiscali, da estendere, a ragion veduta, allo spostamento delle zone residenziali a stretto contatto con gli impianti.

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  • http://www.ivys.it/respublica Ivana Di Carlo

    All’autore chiedo un chiarimento: sempre sul post ho letto che l’impianto a urea l’ha inaugurato Vendola: ma è, come dici, un’opera di ammodernamento realizzata dall’ILVA?
    L’altra cosa riguarda la riduzione delle emissioni del 90%. Sempre in quell’articolo del post http://www.ilpost.it/2010/08/02/la-nube-rossa-di-taranto/ si dice che ci sono dubbi sulle misurazioni, poiché effettuate non in maniera continuativa ma avvisando l’ILVA prima di controlli che durano 8 ore e in orari dove pare le emissioni siano comunque più basse. Tu nel post dici di non avere motivo di dubitare delle misurazioni dell’ARPA, come mai?
    Grazie!

  • calberto

    Leggo solo ora questo post, molto interessante; ho solo una domanda: non è che il problema è (era, forse?) che abbiamo davanti non un’acciaieria, ma la più grande d’Europa? Se ho la fabbrica più moderna del mondo, più pulita del mondo, ma allo stesso tempo più grande del mondo, non starò concentrando comunque una enorme quantità di agenti inquinanti in un solo posto? Non sono un decrescista, proprio no, e non voglio far polemica, la mia è solo una domanda.

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