Sulla decrescita

È da un po’ che volevo scrivere qualcosa sulla decrescita, ma per mancanza di tempo non ci sono mai riuscito. Questo non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un work-in-progress per districarsi in quel crogiuolo di opinioni e cialtronerie che è diventata la decrescita sui media italiani.

Cominciamo dall’inizio: cos’è la decrescita? Decrescita è un termine che abbraccia tante discipline – economia, ecologia, eccetera – e parte dall’assunto che le risorse naturali sono limitate. Di conseguenza, non si può immaginare un sistema a crescita infinita. Sulla decrescita è cresciuto negli anni un coacervo di idee e movimenti anti-produttivisti, anti-consumisti, anti-capitalisti ed ecologisti, in conflitto con (quasi) tutto, spesso anche tra di loro. In Italia, i decrescisti più famosi sono certamente Maurizio Pallante e Luca Mercalli, anche se sulla decrescita si sono espressi di recente Serena Dandini, Carlo Petrini e Sandro Veronesi.

La decrescita non va confusa con lo sviluppo sostenibile, il quale non mette in discussione il perseguimento della crescita economica ma lo sottopone a vincoli di sostenibilità. Dal momento che una crescita infinita in un mondo dalle risorse finite è per definizione insostenibile, per i decrescisti lo sviluppo sostenibile è niente più che un ossimoro. Intediamoci, la teoria della decrescita non implica il perseguimento della decrescita fine a se stessa, ma si pone come fine la ricerca di vita migliore, sostenendo che la crescita del PIL non coincide con una crescita di benessere. Proprio per l’assunto di finitezza della risorse sfruttabili, la decrescita è in opposizione a ogni forma di spreco dell’attuale economia produttivista basata sulla combustione di fonti fossili finibili (carbone, petrolio, gas naturale).

Fin qui la teoria. Ora vediamo la pratica. In questi tempi di crisi economica, la decrescita è stata calvacata da alcuni esponenti della sinistra secondo cui il desiderio di avere scuole migliori, ospedali migliori, più fondi alla ricerca, più fondi alla cultura, stipendi più alti, pensioni più alte, strade più sicure, servizi sociali migliori – più “benessere” insomma – sarebbe possibile non con la crescita e lo sviluppo bensì con la decrescita. Di recente si è potuto leggere su Il Fatto Quotidiano un surreale scambio sull’argomento tra Maurizio Pallante e Stefano Feltri. Surreale perchè Pallante, pur essendo uno dei massimi sostenitori, dimostra una certa confusione sull’idea stessa di decrescita oltre che su concetti di macro-economia e “benessere”. Insomma, siamo al delirio quasi totale.

Come si misura la crescita del “benessere”? Il “benessere”, lo sapete tutti, si misura attraverso il famoso/famigerato PIL, ossia il Prodotto Interno Lordo. Ora, qualcuno giustamente potrebbe chiedersi perchè usare proprio il PIL. Perchè non usare un altro indicatore meno materiale – come vorrebbero i decrescisti – quale l’indice di sviluppo umano dell’ONU, la spesa in ricerca o l’istruzione media? Per un ottimo motivo: perchè tutti gli indicatori alternativi considerati da economisti e statistici in decenni di ricerche, quelli sopra inclusi, alla fine sono risultati essere fortemente correlati col PIL. Ergo, se cresce il PIL cresce l’indice di sviluppo umano, e via così per tutto il resto. Se esiste un indicatore migliore del PIL per definire il “benessere” questo non è ancora noto, per cui ci dobbiamo tenere il PIL. Almeno finchè i decrescisti non spiegheranno quale indicatore usare.

Tornando ai decrescisti citati sopra, Pallante da tempo perora l’efficienza energetica – la “logica del bottiglione”, per chi ha letto i libri di Pallante – come esempio di decrescita. Peccato che l’efficienza energetica non si ascriva alle misure per la decrescita, quanto proprio all’opposto, come giustamente fa notare Feltri. Risparmiare risorse, ad esempio, isolando termicamente casa serve appunto a consegnare un surplus di risorse libere (quelle risparmiate) da investire in altro, con il risultato di far crescere il PIL. L’efficienza energetica dunque è un modo per crescere, e non per decrescere, e il suo risultato è massimizzato dallo stimolo della libera competizione. Questo, alla fine, è il motivo per cui Monti&co. stanno puntando su liberalizzazioni e flessibilità di mercato per ridare smalto all’economia europea: perchè in Europa consumiamo troppo rispetto a come produciamo.

Secondo la solita teoria economica marginalista dello sfruttamento delle risorse naturali finibili, quando una risorsa è in via di rarefazione il suo prezzo aumenta, tanto da rendere economicamente conveniente lo sviluppo di alternative più economiche. E se non esiste alternativa? Semplicemente molti beni diventeranno troppo costosi e non avrà più senso produrli. Insomma, se il petrolio divenisse troppo costoso e non esistesse alternativa, semplicemente smetteremo di produrre tutti quei beni voluttuari di cui alla fine non ce ne facciamo poi molto, concentrandoci sui beni primari. E se non avessimo abbastanza energia o risorse per produrre anche solo i beni primari? Semplice, saremmo tutti morti. Alla fine, il punto dei decrescisti è proprio questo: siccome viviamo in un sistema finito e rischiare la pelle non piace a nessuno, è meglio razionare i consumi al minimo indispensabile, da ieri e per sempre. Niente sprechi, niente crescite infinite, niente SUV, niente aifòn. E qui arrivano i dubbi.

Nell’accezione di Pallante e Mercalli, efficienza energetica probabilmente significa, ad esempio, isolare casa ma mettendo da parte le risorse risparmiate per il futuro oppure reinvestendole in qualcosa di sostenibile, come ad esempio la produzione di energia elettrica tramite pannelli solari. Ecco, per farla semplice, cosa è sostenibile e cosa no? La ricerca è sostenibile? E internet, google, Il Post sono sostenibili o spreco di energia? Il libero mercato così come esiste oggi, attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta – stimoli keynesiani incontrano il mio personal favore – serve proprio allo scopo di massimizzare il “benessere” lasciando libertà alle persone di decidere cosa è meglio per il loro futuro, limitandone contemporaneamente i consumi. Se non esistesse il sistema dei prezzi di mercato semplicemente tutti vorremmo tutto, checchè ne dicano i decrescisti su base volontaria, con il risultato di bruciare le risorse in brevissimo tempo.

Ma soprattutto, chi decide cosa è sostenibile e cosa non lo è? Nel momento in cui l’allocazione di beni e risorse è decisa da un ente centralizzato, dal potere enorme per definizione, chi lo compone? Lo eleggiamo con libere elezioni? Se alle elezioni si presentassero due coalizioni facenti capo, ad esempio, a D’Alema e Berlusconi, quale dei due preferireste decida quanto, per cosa e quando siete autorizzati a consumare? Oppure aboliamo le libere elezioni? Non lo dico per essere antipatico, quanto proprio perchè non mi è chiaro il meccanismo decisionale di allocazione delle risorse proposto per la decrescita. Questo è da sempre il grande limite dei decrescisti: tranne qualche banalità volontaristica (e i contrari in galera, probabilmente) nessuno va oltre la critica al sistema economico attuale ed è in grado di costruire un programma serio – ho detto serio – e credibile – ho detto credibile – di politiche economiche, sociali ed energetiche che consenta di governare un mondo in decrescita. Certo, risolvere problemi settoriali come quello ambientale o energetico è importante, ma siamo ben lontano dal risolvere il problema di governo nella complessità delle società moderne.

Più a monte, nonostante decenni di stime, modelli e predizioni non sappiamo esattamente quante risorse *sfruttabili* ci siano sul pianeta. Non lo sappiamo perchè la definizione di *sfruttabile* dipende da tante cose – esplorazione, avanzamenti tecnologici, EROEI, costi, esigenze reali e voluttuarie, eccetera – nessuna delle quali è univocamente fissata nel tempo. Certo, può essere che l’avanzamento tecnologico abbia un limite. E può anche essere che di petrolio ne resti davvero poco poco, e che il mondo non abbia pronto un rimpiazzo adeguato quando arriverà il momento. Può essere che accadano tante cose, anche tremende, capaci di far collassare il mondo come lo conosciamo – guerre, asteroidi, carestie – nessuna delle quali impossibile. Semplicemente non sappiamo cosa ci attende domani e di conseguenza non sappiamo come comportarci oggi. Alla fine, la decrescita si configura come una filosofia dominata dalla paura dell’ignoto, in cui dovremmo razionare tutto, da oggi e per sempre, altrimenti domani cosa ne sarà di noi. Proprio questo motivo mi convince che la decrescita rimarrà comunque un movimento marginale e di nicchia per conservatori benestanti: perchè pone al suo centro la paura dell’esaurimento delle risorse, in opposizione al sogno di un domani migliore dell’economia produttivista. Intendiamoci, questo non vuol dire che potremo necessariamente sempre mantenere o aumentare il livello di produzione e consumo attuali. Coi limiti fisici della materia non si scherza. Vuol invece dire che il razionamento su base volontaria perorato dai decrescisti è una utopia destinata a rimanere tale, e che, in assenza di un modello di governance credibile, se e quando i consumi diminuiranno avverrà comunque solo per la rarefazione delle risorse naturali, vivendo comunque al limite consentitoci.

Forse Colombo sapeva cosa avrebbe trovato oltre le colonne d’Ercole, prima di varcarle? No, certo. Ebbe paura? Probabilmente sì, come abbiamo tutti paura di fronte all’ignoto. Allora perchè sfidare i limiti del mondo conosciuto mettendo a repentaglio la proprio vita? Perchè, alla fine, la sete di conoscenza e il desiderio di sfidare i nostri limiti è la ragione che ci muove ogni giorno, che ci spinge a fare le cose oggi meglio di ieri, per un domani migliore. È quello che ci rende vivi. Quello che ci rende umani.

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