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Sulla decrescita

24 febbraio 2012

È da un po’ che volevo scrivere qualcosa sulla decrescita, ma per mancanza di tempo non ci sono mai riuscito. Questo non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un work-in-progress per districarsi in quel crogiuolo di opinioni e cialtronerie che è diventata la decrescita sui media italiani.

Cominciamo dall’inizio: cos’è la decrescita? Decrescita è un termine che abbraccia tante discipline – economia, ecologia, eccetera – e parte dall’assunto che le risorse naturali sono limitate. Di conseguenza, non si può immaginare un sistema a crescita infinita. Sulla decrescita è cresciuto negli anni un coacervo di idee e movimenti anti-produttivisti, anti-consumisti, anti-capitalisti ed ecologisti, in conflitto con (quasi) tutto, spesso anche tra di loro. In Italia, i decrescisti più famosi sono certamente Maurizio Pallante e Luca Mercalli, anche se sulla decrescita si sono espressi di recente Serena Dandini, Carlo Petrini e Sandro Veronesi.

La decrescita non va confusa con lo sviluppo sostenibile, il quale non mette in discussione il perseguimento della crescita economica ma lo sottopone a vincoli di sostenibilità. Dal momento che una crescita infinita in un mondo dalle risorse finite è per definizione insostenibile, per i decrescisti lo sviluppo sostenibile è niente più che un ossimoro. Intediamoci, la teoria della decrescita non implica il perseguimento della decrescita fine a se stessa, ma si pone come fine la ricerca di vita migliore, sostenendo che la crescita del PIL non coincide con una crescita di benessere. Proprio per l’assunto di finitezza della risorse sfruttabili, la decrescita è in opposizione a ogni forma di spreco dell’attuale economia produttivista basata sulla combustione di fonti fossili finibili (carbone, petrolio, gas naturale).

Fin qui la teoria. Ora vediamo la pratica. In questi tempi di crisi economica, la decrescita è stata calvacata da alcuni esponenti della sinistra secondo cui il desiderio di avere scuole migliori, ospedali migliori, più fondi alla ricerca, più fondi alla cultura, stipendi più alti, pensioni più alte, strade più sicure, servizi sociali migliori – più “benessere” insomma – sarebbe possibile non con la crescita e lo sviluppo bensì con la decrescita. Di recente si è potuto leggere su Il Fatto Quotidiano un surreale scambio sull’argomento tra Maurizio Pallante e Stefano Feltri. Surreale perchè Pallante, pur essendo uno dei massimi sostenitori, dimostra una certa confusione sull’idea stessa di decrescita oltre che su concetti di macro-economia e “benessere”. Insomma, siamo al delirio quasi totale.

Come si misura la crescita del “benessere”? Il “benessere”, lo sapete tutti, si misura attraverso il famoso/famigerato PIL, ossia il Prodotto Interno Lordo. Ora, qualcuno giustamente potrebbe chiedersi perchè usare proprio il PIL. Perchè non usare un altro indicatore meno materiale – come vorrebbero i decrescisti – quale l’indice di sviluppo umano dell’ONU, la spesa in ricerca o l’istruzione media? Per un ottimo motivo: perchè tutti gli indicatori alternativi considerati da economisti e statistici in decenni di ricerche, quelli sopra inclusi, alla fine sono risultati essere fortemente correlati col PIL. Ergo, se cresce il PIL cresce l’indice di sviluppo umano, e via così per tutto il resto. Se esiste un indicatore migliore del PIL per definire il “benessere” questo non è ancora noto, per cui ci dobbiamo tenere il PIL. Almeno finchè i decrescisti non spiegheranno quale indicatore usare.

Tornando ai decrescisti citati sopra, Pallante da tempo perora l’efficienza energetica – la “logica del bottiglione”, per chi ha letto i libri di Pallante – come esempio di decrescita. Peccato che l’efficienza energetica non si ascriva alle misure per la decrescita, quanto proprio all’opposto, come giustamente fa notare Feltri. Risparmiare risorse, ad esempio, isolando termicamente casa serve appunto a consegnare un surplus di risorse libere (quelle risparmiate) da investire in altro, con il risultato di far crescere il PIL. L’efficienza energetica dunque è un modo per crescere, e non per decrescere, e il suo risultato è massimizzato dallo stimolo della libera competizione. Questo, alla fine, è il motivo per cui Monti&co. stanno puntando su liberalizzazioni e flessibilità di mercato per ridare smalto all’economia europea: perchè in Europa consumiamo troppo rispetto a come produciamo.

Secondo la solita teoria economica marginalista dello sfruttamento delle risorse naturali finibili, quando una risorsa è in via di rarefazione il suo prezzo aumenta, tanto da rendere economicamente conveniente lo sviluppo di alternative più economiche. E se non esiste alternativa? Semplicemente molti beni diventeranno troppo costosi e non avrà più senso produrli. Insomma, se il petrolio divenisse troppo costoso e non esistesse alternativa, semplicemente smetteremo di produrre tutti quei beni voluttuari di cui alla fine non ce ne facciamo poi molto, concentrandoci sui beni primari. E se non avessimo abbastanza energia o risorse per produrre anche solo i beni primari? Semplice, saremmo tutti morti. Alla fine, il punto dei decrescisti è proprio questo: siccome viviamo in un sistema finito e rischiare la pelle non piace a nessuno, è meglio razionare i consumi al minimo indispensabile, da ieri e per sempre. Niente sprechi, niente crescite infinite, niente SUV, niente aifòn. E qui arrivano i dubbi.

Nell’accezione di Pallante e Mercalli, efficienza energetica probabilmente significa, ad esempio, isolare casa ma mettendo da parte le risorse risparmiate per il futuro oppure reinvestendole in qualcosa di sostenibile, come ad esempio la produzione di energia elettrica tramite pannelli solari. Ecco, per farla semplice, cosa è sostenibile e cosa no? La ricerca è sostenibile? E internet, google, Il Post sono sostenibili o spreco di energia? Il libero mercato così come esiste oggi, attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta – stimoli keynesiani incontrano il mio personal favore – serve proprio allo scopo di massimizzare il “benessere” lasciando libertà alle persone di decidere cosa è meglio per il loro futuro, limitandone contemporaneamente i consumi. Se non esistesse il sistema dei prezzi di mercato semplicemente tutti vorremmo tutto, checchè ne dicano i decrescisti su base volontaria, con il risultato di bruciare le risorse in brevissimo tempo.

Ma soprattutto, chi decide cosa è sostenibile e cosa non lo è? Nel momento in cui l’allocazione di beni e risorse è decisa da un ente centralizzato, dal potere enorme per definizione, chi lo compone? Lo eleggiamo con libere elezioni? Se alle elezioni si presentassero due coalizioni facenti capo, ad esempio, a D’Alema e Berlusconi, quale dei due preferireste decida quanto, per cosa e quando siete autorizzati a consumare? Oppure aboliamo le libere elezioni? Non lo dico per essere antipatico, quanto proprio perchè non mi è chiaro il meccanismo decisionale di allocazione delle risorse proposto per la decrescita. Questo è da sempre il grande limite dei decrescisti: tranne qualche banalità volontaristica (e i contrari in galera, probabilmente) nessuno va oltre la critica al sistema economico attuale ed è in grado di costruire un programma serio – ho detto serio – e credibile – ho detto credibile – di politiche economiche, sociali ed energetiche che consenta di governare un mondo in decrescita. Certo, risolvere problemi settoriali come quello ambientale o energetico è importante, ma siamo ben lontano dal risolvere il problema di governo nella complessità delle società moderne.

Più a monte, nonostante decenni di stime, modelli e predizioni non sappiamo esattamente quante risorse *sfruttabili* ci siano sul pianeta. Non lo sappiamo perchè la definizione di *sfruttabile* dipende da tante cose – esplorazione, avanzamenti tecnologici, EROEI, costi, esigenze reali e voluttuarie, eccetera – nessuna delle quali è univocamente fissata nel tempo. Certo, può essere che l’avanzamento tecnologico abbia un limite. E può anche essere che di petrolio ne resti davvero poco poco, e che il mondo non abbia pronto un rimpiazzo adeguato quando arriverà il momento. Può essere che accadano tante cose, anche tremende, capaci di far collassare il mondo come lo conosciamo – guerre, asteroidi, carestie – nessuna delle quali impossibile. Semplicemente non sappiamo cosa ci attende domani e di conseguenza non sappiamo come comportarci oggi. Alla fine, la decrescita si configura come una filosofia dominata dalla paura dell’ignoto, in cui dovremmo razionare tutto, da oggi e per sempre, altrimenti domani cosa ne sarà di noi. Proprio questo motivo mi convince che la decrescita rimarrà comunque un movimento marginale e di nicchia per conservatori benestanti: perchè pone al suo centro la paura dell’esaurimento delle risorse, in opposizione al sogno di un domani migliore dell’economia produttivista. Intendiamoci, questo non vuol dire che potremo necessariamente sempre mantenere o aumentare il livello di produzione e consumo attuali. Coi limiti fisici della materia non si scherza. Vuol invece dire che il razionamento su base volontaria perorato dai decrescisti è una utopia destinata a rimanere tale, e che, in assenza di un modello di governance credibile, se e quando i consumi diminuiranno avverrà comunque solo per la rarefazione delle risorse naturali, vivendo comunque al limite consentitoci.

Forse Colombo sapeva cosa avrebbe trovato oltre le colonne d’Ercole, prima di varcarle? No, certo. Ebbe paura? Probabilmente sì, come abbiamo tutti paura di fronte all’ignoto. Allora perchè sfidare i limiti del mondo conosciuto mettendo a repentaglio la proprio vita? Perchè, alla fine, la sete di conoscenza e il desiderio di sfidare i nostri limiti è la ragione che ci muove ogni giorno, che ci spinge a fare le cose oggi meglio di ieri, per un domani migliore. È quello che ci rende vivi. Quello che ci rende umani.

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  • Antonio Cipolla

    Pol Pot era ilmassimo esponente della decrescita. Ovviamente c’era il problema di chi non voleva decrescere

  • Ceci

    Quindi sono tutte paranoie di benestanti annoiati di sinistra? torniamo a consumare allegramente perchè è quello che ci fa felici, giusto? cambiamo iphone ogni 6 mesi perchè siamo umani? penso che in tanti condividano il punto del suo discorso in cui si dice che non si sa cosa accadrà in futuro, è forse l’unico punto in comune tra le varie teorie…ma andare avanti come se non stesse succedendo niente nel mondo riguardo a disponibilità di risorse, inquinamento, etc etc non mi pare molto arguto. Anche arrivare a definire un nuovo modo di vivere che sia meno dipendente dalle risorse non rinnovabili mi pare una bella sfida intelletuale, una sfida ai nostri limiti

  • ekkekkakkio

    mmmm mi ricorda qualcosa che ho letto molti anni fa di un tipo che parlava della necessità di creare l’uomo socialista( e gli altri, nella migliore delle ipotesi, tutti in galera )
    ….per questi servirebbe quindi l’ uomo decrescista?

  • http://simonluca.net Simonluca Merlante

    Credo, ma non voglio parlare a nome di cose o persone che non conosco, che più di una linea politica precisa la decrescita vada intesa come uno strumento di “ammorbidimento” degli shock.
    Provo con un esempio: se in seguito ad uno studio, abbiamo ragione di credere che nei prossimi 20 anni la riduzione dei carburanti fossili porterà a un improvviso boom del biofuel, con parallela competizione nella produzione agricola e prezzi del grano e del mais alle stelle, possiamo immaginare carestie, rivolte, costi sociali e umanitari consistenti derivanti in modo indiretto dall’esaurimento delle fonti fossili. Per come l’intendo, la decrescita dice: troviamo un modo per ridurre il consumo dei carburanti, in modo da facilitare la transizione verso forme alternative di energia, evitare shock ai prezzi e magari guadagneremo il tempo necessario a spostare la ricerca verso forme di energia rinnovabile che non competano con le coltivazioni destinate al sostentamento.
    Ripeto, è solo un esempio, ma di come forse la teoria della decrescita può avere più senso come soluzione “di transizione” tra un modello produttivo di sfruttamento e uno di sostenibilità.

  • http://www.facebook.com/surace suro

    Mi piace la conclusione, quasi l’Ulisse dantesco:

    “O frati”, dissi, “che per cento milia
    perigli siete giunti a l’occidente,
    a questa tanto picciola vigilia

    d’i nostri sensi ch’è del rimanente
    non vogliate negar l’esperïenza,
    di retro al sol, del mondo sanza gente.

    Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza”.

    E ora, tutti a studiare l’alternativa al petrolio!

    • Defcon70

      L’alternativa al petrolio esiste già: si chiama gas naturale e si chiamano FER (Fonti Energetiche Rinnovabili). L’Italia – da questo punto di vista – è diventata un modello per il mondo intero.

  • Edoardo l’Addolorato

    “Intendiamoci, questo non vuol dire che potremo necessariamente sempre mantenere o aumentare il livello di produzione e consumo attuali. Coi limiti fisici della materia non si scherza.”

    Ceci, ma ha letto o vuole solo estremizzare e semplificare?

  • acousticmotorbike

    Gentile Zuliani, io sono fondamentalmente d’accordo e non ho mai avuto particolare simpatia per la “decrescita” (felice o triste che sia).
    Però non è vero che:
    <>
    Il PIL misura la ricchezza di un paese, non il benessere (o la qualità della vita) dei suoi cittadini. Queste sono cose molto diverse tra loro, anche in un orizzonte di economia di mercato.
    Luca

    • Annie

      Concordo con Acousticmotorbike.
      Lungi dall’essere una simpatizzante della decrescita- ho molto apprezzato il contenuto dell’intervento di Pascale a riguardo su queste pagine – ritengo che la ricerca di indicatori da affiancare al PIL, se non da sostiturire, sul modello di Sen o di altri economisti sia importante per lo sviluppo di questo pianeta, e non ritengo affatto che tale ricerca debba essere lasciata ai sostenitori della descrescita.

  • acousticmotorbike

    nel mio messaggio precedente si è perso un pezzo…

    Gentile Zuliani, io sono fondamentalmente d’accordo e non ho mai avuto particolare simpatia per la “decrescita” (felice o triste che sia).
    Però non è vero che:
    “Il “benessere”, lo sapete tutti, si misura attraverso il famoso/famigerato PIL, ossia il Prodotto Interno Lordo.”

    Il PIL misura la ricchezza di un paese, non il benessere (o la qualità della vita) dei suoi cittadini. Queste sono cose molto diverse tra loro, anche in un orizzonte di economia di mercato.
    Luca

  • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

    “Risparmiare risorse .. serve appunto a consegnare un surplus di risorse libere (quelle risparmiate) da investire in altro”. No, fare efficienza significa fornire uno stesso livello di servizio con un minor utilizzo di risorse, ma che queste debbano essere immediatamente reinvestite in un’altra attività, è un’opinione personale. La mia idea sarebbe quella di conservare le risorse liberate per un utilizzo futuro, dal momento che sono scarse, con buona pace della crescita del PIL.
    L’approccio contrario alla decrescita è sempre molto ideologico, con questa visione dei decrescisti come vetero comunisti. In realtà, nessuno propone un Gosplan che decida come e quanto consumare le risorse . Decrescere significa rendersi conto che il PIL tendente a più infinito è un’idea assurda perché il mondo è un sistema chiuso, ed è necessario mettere in campo degli strumenti per ridurre gli sprechi. Tutti vedono che le risorse oggi sono allocate in modo non efficiente né efficace, quindi preoccuparsi di aggiustare queste storture non significa essere pavidi, ma rifiutare l’atteggiamento fideistico che vuole il mercato perfetto allocatore, creatore del migliore dei mondi possibili.

    • Wilson

      Ma cosa fa pensare che PIL e consumo di risorse fisiche siano inevitabilmente correlati? Non è così né in teoria né in pratica. I più grandi incrementi del PIL nella storia sono derivati da un migliore coordinamento del lavoro (che era la risorsa più costosa), in alcuni casi (la catena di montaggio, per esempio) questo ha permesso di consumare più risorse fisiche (metalli e energia, per semplificare) con lo stesso lavoro, in altri casi no (l’informatica, per esempio, permette una “produzione intellettuale” moltiplicata senza aumentare i consumi di risorse fisiche e in molti casi riducendoli).
      Insomma: l’idea che la finitezza delle risorse comporti l’impossibilità di una crescita indefinita del PIL è ideologica (non che la crescita indefinita sia sicuramente possibile, ma non certo per questo motivo).

      • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

        Wilson, proviamo a ragionare a voce alta partendo dalle tue affermazioni? Migliorare il coordinamento significa aumentare la produttività, giusto? Quindi se per produrre 10 panini al giorno mi servivano 10 operai, ora me ne servono 5. A questo punto ho 2 strade: o butto fuori i 5 operai in esubero, o produco 20 panini al giorno. Nel secondo caso, a parità di lavoro aumento il consumo di risorse, nel primo caso a parità di risorse riduco il lavoro. All’infinito, essendo le risorse scarse, la maggiore produzione è esclusa. Al tempo stesso, l’infinita produttività del lavoro(lavoro tendente a zero) finirebbe con l’annullare la C dell’identità keynesiana. Dove mi sbaglio?

  • marco

    “se cresce il PIL cresce l’indice di sviluppo umano, e via così per tutto il resto.” quest’affermazione è vera solo in teoria ma MAI in pratica, il pil non rappresenta realsiticamente il benessere di un paese perchè essendo che è una media se in un paese ci sono 4 persone due ricchissimi e due poverissimi il paese risulterebbe in media ricco, quando in realtà il paese è banalmente al tempo stesso richissimo e poverissimo, il caso simbolo di questa contraddizione sono USA e Cina. semmai c’è da dire che il PIL continua ad essere usato pr calcolare il benessere perchè in quanto tale è il meno relativo tra i possibili criteri utilizzabili

  • Wilson

    Incredibile, sono completamente d’accordo con Zuliani, non solo: trovo che questo sia l’articolo più lucido sull’argomento che abbia letto.

    ps: ricchezza e PIl sono concetti diversi, diciamo che la ricchezza sta al pil come il saldo del conto in banca sta allo stipendio (è ricco chi ha molto, non chi guadagna molto, anche se facilmente lo diventerà). Il PIL misura il Prodotto Interno Lordo, cercando un sinonimo “benessere” non è peggio che “ricchezza”, anzi, come scritto nell’articolo si è visto nella pratica che PIL e Benessere sono collegati (mentre la ricchezza dipende molto dal passato e dalla propensione al risparmio).

  • lukemc

    Magari il PIL pero’ andrebbe comparato al coefficente di GINI, allora forse la misura del benessere materiale avrebbe piu’ senso?

    • Wilson

      Si, sicuramente, e ad altri indicatori (purtroppo li usano solo gli economisti).
      Però è una cosa indipendente da decrescita e risorse fisiche: avere una distribuzione equa del benessere deve essere un obiettivo in qualsiasi contesto e fase economica.

  • Raffaele Birlini

    La governance non perde il connotato di sovrastruttura neppure all’interno di regole e regimi democratici: l’obiettivo rimane quello di gestire i rischi collettivi, che sia fronteggiare carestie, rivolte, invasioni, oppure aumenti del prezzo di materie prime importate. Questa è la governance, sia che venga esercitata da dittatori illuminati, da aristocrazie nobiliari, dal consiglio degli anziani o da un’accozzaglia di ignoranti, populisti, tagliaborse, megalomani. Anche solo ipotizzare una governance che non si faccia portavoce delle istanze popolari per disinnescare la potenza fisica delle masse, razionalizzare e interpretare le esigenze per evitare esplosione del conflitto il più a lungo possibile, ricorrendo a modelli decisionali interlocutori e non violenti. Pertanto il discorso sulla governance è ininfluente rispetto all’evidenza di uno sviluppo fondato essenzialmente sul petrolio. La rivoluzione industriale è una parentesi, non è una scoperta che rivoluziona l’umanità da qui all’infinito. Non esiste, fisicamente, nessuna alternativa al petrolio in grado di garantire non solo all’occidente ma a miliardi di persone quante sono nel mondo un livello di benessere e qualità della vita paragonabile al nostro (anche se con nostro intendo anche quello di chi l’ha finanziato, vedi Keynes, a colpi di inflazione e svalutazione che scaricano il costo sulla ricchezza e sulle altre valute e con l’indebitamento all’infinito dei posteri). Non esiste ammoniaca, solare, eolico, gas, idrogeno, nucleare, niente di tutto questo può supplire alla mancanza del petrolio e niente di tutto questo può essere considerato rinnovabile e sufficiente alle nostre esigenze. Non esiste carburante che non sia stato originato dal processo di fossilizzazione nell’era carbonifera, un arco di milioni e milioni di anni, in grado di sostenere il mondo industrializzato, a meno di ipotizzare batterie grosse come palazzi e le risorse naturali di un secondo e terzo pianeta Terra. Detto questo, cioè che non esiste una soluzione né adesso né domani per continuare così (c’è una grossa differenza fra l’essere ottimisti e ipotizzare chissà quali fantastiche scoperte scientifiche e illudersi di essere ‘buoni’ per non sentirsi in colpa nel perseguire un comportamento ‘temporaneamente’ sbagliato e dannoso – tipo i drogati dello smetto quando voglio), è anche vero che non c’è nemmeno una soluzione per smettere di consumare e distruggere e inquinare e diventare sempre più in tanti. Per cui la decrescita non è qualcosa che si fa o non fa, che si vuole o si evita, è una cosa che avverrà quando le circostanze lo imporranno. Non ci vuole un quoziente intellettivo stellare per fare una previsione a riguardo con stime ad alta confidenza, e anche se fossero in pochi a capire il dramma di un mondo che torna indietro di secoli perché dovrebbero sforzarsi di farlo capire a tutti, magari in toni catastrofisti da titoloni in prima pagina, per alimentare con soldi freschi il business politico della partecipazione popolare e la stucchevole guerra dei parlamentari sui media: tanto non ci si può far nulla per impedire che si bruci tutti il bruciabile, a costo di respirare andando in giro con bombole sulla schiena.

  • Ceci

    Ho letto, non capisco la conclusione, forse è un problema mio. Che non potremo necessariamente mantenere o aumentare il livello di produzione attuale cosa vuole dire? Come faremo allora? Probabilmente dovremo diminuire i consumi, non chiamiamola decrescita se è troppo utopico.. Io poi sono d’accordo con l’autore su un altra cosa: chi definisce cosa deve essere ridotto o cosa no? non è giusto che qualcuno lo decida per qualcun altro. Non vorrei MAI che mi venissero a dire che non posso più fare la doccia per difendere l’ambiente quando gli altri continuano a lavarsi, per dire. La strada principale, il lavoro grosso da fare è che ciascuno lo decide per sé e si prende la responsabilità dei propri consumi, senza azzerarli di brutto ma iniziando a ragionarci sopra. Quindi potrò fare qualche doccia in meno se arrivo a decidere che la mia vita non richiede l’igiene costante e perfetta (è un esempio del cavolo, ma per dire). Può essere una accettabile e praticabile via di mezzo? Le persone che conosco io che stanno iniziando a fare questi ragionamenti (persone iscritte a gruppi d’acquisto, che seguono il movimento della Transizione http://transitionitalia.wordpress.com/ ) sono tra le meno spaventate dal futuro tra tutte quelle che conosco, perchè hanno iniziato a ragionare sulla propria vita, pragmaticamente, con azioni concrete di cambiamento. I più angosciati e i più tristi sono invece quelli che temono per il loro attuale stile di vita, senza prendere in considerazione l’idea di poterlo modificare e adattare a un futuro diverso. Forse semplifico, ma l’argomento è vasto.

    • Wilson

      Grazie del link.
      Non so se sono d’accordo sui dettagli, ma lo spirito mi pare giusto: trovare e condividere strade ed esperienze di stili di vita (o singoli dettagli, come la doccia nell’esempio) alternativi e più adatti a quello che si ritiene il contesto probabile in futuro.
      Da parecchio credo che i decrescisti dovrebbero mollare tutto l’apparato ideologico (che ha sviste notevoli già alle basi) e concentrarsi su questi aspetti, che in molti casi affrontano già molto bene.

    • rccs

      Non vorrei MAI che mi venissero a dire che non posso più fare la doccia per difendere l’ambiente quando gli altri continuano a lavarsi, per dire.

      Inutile girarci intorno, per chi ragiona solo di PIL, lo scenario prarico è questo. E’ non è futuro, ma già presente, basta andare a fare un giro nelle bidonville di Lima.

  • marco

    questo articolo ha un’impostazione di fondo sbagliata, è fatto da un ingegnere (senza offesa), e si capisce da questa frase “E se non esiste alternativa? Semplicemente molti beni diventeranno troppo costosi e non avrà più senso produrli.” questa cosa può sembrare ovvia nella teoria ed in termini matematici non fa una piega, ma tradotta in realtà si chiama crisi economica, che diventa crisi sociale. chi ha scritto questo articolo è un ingegnere ed un fisico quindi giustamente ha una mente matematica, ma questo è anche un problema, così si può ragionare solo se ci si trova in un laboratorio, ma il problema è che l’economia è solo uno degli aspetti della società e di conseguenza non funziona davvero con criteri matematici, le analisi da laboratorio servono e funzionano per produrre macchinari etc, ma non servono e non funzionano per capire la società e l’economia che da essa dipende, che come tale è influenzata da un miriade di fatto legati al caso e alle scelte della politica che spesso sono frutto di una razionalità limitata.

    • giaime

      Si, vero l’economia non è una scienza esatta, ma la domanda resta: e se non ci fosse alternativa? Una volta bruciato tutto il bruciabile, con cosa si manda avanti la baracca dal punto di vista energetico?

      • Defcon70

        Ci sono decine di fonti energetiche alternative (rinnovabili e non) che stanno solo aspettando che il barile di petrolio sia stabilmente al di sopra di certi livelli di prezzo per affermarsi. Ci sono disponibili quantità di tecnologie volte a incrementare l’efficienza dei processi produttivi che stanno solo aspettando che i prezzi dell’energia siano al di sopra di determinati livelli per affermarsi.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Caro Marco, lo so che quella si chiama crisi economica. Come ho scritto l’articolo tratta solo il modello di governance della descrita, e non vuol essere esaustivo su tutti gli aspetti della moderna societa’ produttivista.

  • andrea n

    Riguardo la correlazione fra PIL e qualsiasi indice di benessere, questi indici sono correlati nella PRATICA. Magari a livello teorico saranno anche distanti, ma se sono correlati, questo è un dato.
    I motivi sono semplici: un paese che cresce può investire di più in settori come la cultura, la salute ecc. Anche il più povero di un paese in crescita ha la possibilità di stare meglio rispetto a un povero di un paese stazionario o in decrescita. L’Italia di questi ultimi anni ne è l’esempio più lampante.

  • gianluca greco

    1. La decrescita è una cialtroneria anche leggendo i testi dei suoi padri nobili come Latouche. Non sono i media italiani a renderla tale.
    2. La correlazione fra PIL e altri indici del benessere è una scoperta di Freakonomics (http://www.freakonomics.com/2010/01/04/in-defense-of-gdp/) e mi sembra corretto citare la fonte principale piuttosto che un post lungo che solo di sfuggita accenna a questo tema.

  • marco

    si ma cosa vuol dire benessere? il pil valuta la ricchezza di un paese il nostro errore è credere che questo corrisponda al benessere, cmq io non sono un seguace della decrescita, sia chiaro.

  • rccs

    Quindi la critica alla decrescita sarebbe tutta nel “chi vuor esser lieto sia, di doman non v’è certezza?”.

    • Wilson

      Più che altro nella crescita sostenibile (che oltretutto potrebbe verificarsi per mero egoismo economico, anche se con ritardi e gravi storture).
      O meglio, la critica sta nei postulati falsi alla base del sistema di pensiero della decrescita (soprattutto riguardo alle relazioni tra PIL, “benessere” e consumo energetico), un percorso alternativo sta invece nell’affrontare seriamente i problemi che l’attuale percorso di crescita ci ha portato.

  • Luca Venturini

    @Simonluca

    Il problema posto in questo modo ha senso, però – di nuovo – la risposta non è la decrescita bensì lo sviluppo tecnologico, che permetta o di usare meglio le risorse che già sfruttiamo oppure di usare risorse al momento non utilizzate (o qualunque combinazione di queste due cose). Decrescita significa tornare indietro sugli standard di vita, possibilità per ciascuno, e via dicendo (come fa notare l’autore del post, PIL e ogni altra misura di benessere sono fortemente correlati: nella crescita così come nella decrescita).

    Inoltre, ridurre il tasso di crescita nello sfruttamento di una risorsa non è la stessa cosa che ridurne l’uso. Per fare un esempio noto, prendo la riforma sanitaria americana (“Obamacare”): fra dieci anni, con la riforma, gli USA spenderanno di più di quanto non spendano oggi in sanità, ma meno di quanto non avrebbero speso senza la riforma stessa…perché vanno a frenare di quanto crescono le singole voci di spesa in un anno.

    Innovazione e riorganizzazione potrebbero bastarci. Non c’è alcun bisogno di una vera decrescita: anche perché gli esempi recenti più noti di “decrescita” (violenta) sono stati quelli di Argentina e Grecia!

  • alessandromeis

    Un universalismo quanto mai discutibile che è un po’ il limite mentale che non permette all’articolo di capire la decrescita come teoria e stile di pensiero: “Perchè, alla fine, la sete di conoscenza e il desiderio di sfidare i nostri limiti è la ragione che ci muove ogni giorno, che ci spinge a fare le cose oggi meglio di ieri, per un domani migliore. È quello che ci rende vivi. Quello che ci rende umani”. Non sono un decrescista.

  • rccs

    Il libero mercato così come esiste oggi, attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta – stimoli keynesiani incontrano il mio personal favore – serve proprio allo scopo di massimizzare il “benessere” lasciando libertà alle persone di decidere cosa è meglio per il loro futuro, limitandone contemporaneamente i consumi. Se non esistesse il sistema dei prezzi di mercato semplicemente tutti vorremmo tutto, checchè ne dicano i decrescisti su base volontaria, con il risultato di bruciare le risorse in brevissimo tempo

    Ma quindi spiegatemi: cose come le leggi ambientali, gli incentivi e le detassazioni per le fonti rinnovabili, le regoamentazioni EURO 2,3,4, etc. per le automobili, ecc. sono frutte di una “logica di mercato della domanda e dell’offerta”?
    Le regolamentazione EURO 4 per le automobili è dovuta a una pressante richiesta dei consumatori?

    • marcello

      No, dalla pressante esigenza dei governi di contenere la spesa sanitaria. Maggiore inquinamento, maggiore malattie, maggiori spese sanitarie.
      Le sigarette inquinano i polmoni più delle marmitte, ma rendono allo stato più soldi di quanti ne spenda nella cura dei tumori, quindi a differenza delle marmitte euro 0, non vengono proibite.

  • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

    “Misurare il benessere, ormai lo sanno anche i muri, vuol dire andare oltre il Pil. Andare oltre il prodotto interno lordo non significa dimenticarlo, ma completarlo con indicatori che considerino tutto ciò che il Pil non cattura”
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002763.html
    E la soluzione è appunto il già citato coefficiente di Gini.

    Inoltre il libero mercato così come esiste oggi, serve proprio al contrario di quanto affermato, cioè massimizza il “benessere” di pochi accrescendo contemporaneamente i consumi di molti.

    >Allora perchè sfidare i limiti del mondo conosciuto mettendo a repentaglio la
    >proprio vita? Perchè, alla fine, la sete di conoscenza e il desiderio di sfidare i
    >nostri limiti è la ragione che ci muove ogni giorno, che ci spinge a fare le cose
    >oggi meglio di ieri, per un domani migliore.

    migliore? per pochi non per tutti.
    Quindi che senso ha sfidare i limiti se il benefici è relegato all’1%?!?

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Ovviamente hai ragione, ma qui entriamo nel campo della ripartizione del “benessere”. Utilizzare l’indice di Gini serve a parlare di crescita equa, come infatti titola l’articolo de LaVoce da te linkato, ma sempre di crescita stiamo parlando. Non di decrescita.

      • http://nononoeno.wordpress.com/ akiro

        crescita? per aumentare una media non serve crescere, serve altro.

  • FaustoB

    Solo per segnalare che molti aspetti di questa discussione non sono certo patrimonio esclusivo di parti della sinistra.
    http://www.farefuturofondazione.it/documenti/pdf/PAPER_FAREFUTURO_Oltre_il_Pil_DEF.pdf

  • Simone Pierazzini

    Condivido il commento di Raffaele Billini. Ma io non voglio parlare di decrescita, né di governance in realtà.
    Mi limito a due considerazioni: non ha senso consumare più risorse di quelle disponibili (e adesso lo stiamo facendo) e non ha senso consumare risorse non rinnovabili tout court (e adesso lo stiamo facendo).
    Sono due conseguenze dirette di un principio semplice: voglio lasciare ai miei figli un posto bello come l’ho trovato dai miei genitori.
    Mi sembra un principio evidente e dovremmo diffonderlo e farne partecipe più gente possibile. Perché non lo stiamo rispettando.

    Io seguo l’analisi lucida di Zuliani ma non le vedo traccia. La sua risposta è (se interpreto correttamente il suo articolo): tranquillo! Il PIL è il migliore strumento che abbiamo per sapere che facendo quel che facciamo garantiamo quel principio.
    Bene. Allora sappia Zuliani che a mio modesto parere l’evidenza dei fatti mi diche che non stiamo garantendo proprio niente. Quindi metto in discussione il suo PIL e tutto il resto.

    Detto questo, ritorno alle due conseguenze. Sono due ovvie banalità, al momento completamente utopiche. Però rispondono al dubbio di Ceci: “Chi decide cosa deve essere ridotto oppure no”. Non chi, ma quale criterio. E il criterio l’ho indicato. Quel criterio, ripeto: utopico, è una linea guida alla ricerca scientifica. E alla conseguente attività tecnologica. E quindi al lavoro e al vivere. E qui condivido Ceci che dice: ciascuno la responsabilità dei propri consumi. A tal proposito trovo istruttivo http://www.storyofstuff.org/.

    Io non ho altre risposte. Pretendo però che chi si confronta con il problema ragioni *anche* nei termini che ho esposto, perché il resto è fuffa.

  • enrico

    caro zuliani, bell’articolo, pone i termini della questione.

    non sono specializzato in materiali o energia o trasporti, quindi il ragionamento, il sentimento che mi fa simpatizzare per la decrescita è di questo tipo: se hanno ragione quelli della crescita ci sarà uno sviluppo, lineare o meno, dell’economia come la conosciamo; se hanno ragione quelli della decrescita finisce il mondo.

    ecco, i due scenari mi sembrano sbilanciati, preferisco tenere l’orecchio a terra.

  • giovanni6

    Ho un piccolo dubbio sulla correlazione tra PIL e altri indici di sviluppo (magari limitiamoci all’indice di sviluppo umano dell’ONU). La correlazione è pari a 0,95, variando tra le nazioni, oggi. Supponiamo anche che tale correlazione valga anno per anno (sempre variando tra le nazioni). Ma per una singola nazione, che correlazione c’è tra i due indici rispetto al tempo?

  • giova_p

    quello che francamente trovo più disarmante nelle argomentazioni dei fautori della decrescita è l’accanimento maniacale sul PIL. questa crociata “contro” l’utilizzo del Pil come indicatore è davvero senza senso.

    il PIL è un indicatore aggregato, serve a misurare i flussi di reddito (generalmente annuali). punto. non fa (e nessuno pretende che faccia) niente di più, né niente di meno.

    non misura l’inquinamento, le diseguaglianze, la qualità della vita, né pretende di farlo. ci sono altri indici, più o meno efficaci, che misurano tutte queste altre cose.

    il PIL invece è abbastanza utile per misurare e confrontare i redditi aggregati. è abbastanza palese che esista una correlazione forte tra il Pil e altre misure della qualità della vita, semplicemente perché a parità di altre condizioni è facile intuire che più si produce, più reddito si ha a disposizione, maggiori saranno le possibilità di ottenere beni e servizi che migliorano la qualità della vita. a me sembra ovvio che un miglioramento della qualità della vita è possibile a condizione che vi sia (tra le altre cose) un aumento dei redditi. chi sostiene il contrario dovrebbe argomentare in maniera logica in che modo perseguire l’obiettivo di redditi inferiori possa migliorare la qualità della vita..

  • Massimo Carli

    Bravo Zuliani, e’ riuscito a spiegare e mettere ordine tra alcuni argomenti che troppo spesso vengono trattati alla stregua di sinomini o giu’ di li (i.e.: svil sost e decresc).
    Serge Latouche deve essere l’economista piu’ citato di sempre! Anche se all’universita’ (parlo x me) ancora si studia Milton Friedman ed il calcolo del Pil ;-)
    A riprova che al vaglio scientifico ancora molti nodi debbono arrivare al pettine per quanto riguarda le nuove tematiche sulla decrescita.

  • LAzy

    Sulla correlazione tra benessere e felicità: http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2012/02/daily-chart-16

  • http://blogghetto.org michelelan

    L’articolo mi pare un po’ confuso… Bisogna partire da un fatto, non ci sono abbastanza risorse per tutti

    • marcello

      allora significa che dobbiamo calare di numero.

  • plato

    @zuliani
    pallante scrisse che la crisi economica, la perdita di migliaia di posti di lavoro, era un’opportunità per la decrescita. poi coniò il termine decrescita felice, ovvero come essere felici con meno. e questa è la storia italiana… ma il welfare state, quello che spende per quei miserabili che rubano un pezzo di pane, perché tassa i ricchi e riduce la loro ricchezza per sfamare dei reietti chiusi in prigione? saranno mica per la decrescita economica pure loro…?

  • fausto57

    Credo che possa essere utile leggere questo post correlandolo con uno precedente dello stesso Zuliani. Mi sembra se ne ottenga un “combinato disposto” più completo e interessante per meglio cogliere il pensiero di Zuliani
    http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/11/30/economia-e-risorse-fisiche/

  • diegoghi

    due anni fa ho cambiato macchina, sostituendo un vecchio catorcio euro zero che faceva a stento 10 km con un litro di super (non catalizzata) con un euro3 che consuma esattamente la metà.
    Chi mi spiega se sono “decresciuto” o no, comprandomi l’auto nuova? grazie.

  • ndg42

    Io non vedo tutto questo collegamento stretto tra PIL e benessere. Il PIL che pure negli ultimi anni pre crisi cresceva a quanti di noi ha portato un aumento di benessere?
    Non parliamo poi di quanto siano discutibili le obiezioni “etiche” del tipo “chi decide cosa è superfluo”. Terribile pensare che qualcuno possa decidere che non ti puoi comprare il tuo bel suv, ma invece non turba affatto sapere che mantenere questa nostra possibilità di consumare le risorse le rapiniamo a paesi dove il benessere non sanno neppure cos’è.
    Ma tanto c’è il libero mercato che con la legge della domanda e dell’offerta massimizzerà il benessere dell’umanità. Andate a raccontarlo a quelli che vengono licenziati perchè la multinazionale dove lavoravano ha scoperto che in Cina o in Romania l’offerta di lavoro è più allettante che in Italia.
    La sola costante che vedo negli articoli di critica alla decrescita è lo sberleffo senza però la proposta di una soluzione ad un sistema economico che – come è evidente ormai – non funziona.
    Certo si parla di innovazione e tecnologia, prescindendo però dal fatto che se siamo pronti a preoccuparci di “chi decide cosa è superfluo” in un sistema decrescista, forse dovremmo preoccuparci anche di “chi da sempre decide dove innovare e che tecnologie finanziare” in un sistema capitalistico.

  • diegoghi

    @NDG42, non vedi una contraddizione nel dire “Terribile pensare che qualcuno possa decidere che non ti puoi comprare il tuo bel suv” (che non è affatto sarcastico, vero?)e, nella stessa frase, “le risorse le rapiniamo a paesi dove il benessere non sanno neppure cos’è”? Ti rendi conto che, nella stessa frase, auspichi l’intervento di un’authority etica che giudichi cosa è giusto acquistare e cosa no e condanni alla stasi i paesi del terzo mondo? Magari ieri in Congo il benessere non sapevano nemmeno cos’era, oggi stanno meglio (vedi articolo del Post). E domani? Quando il Signor Mbutu vorrà mangiare carne una volta alla settimana e vorrà computer cellulare e automobile, cosa succederà? Che Latouche gli dirà “scusa moretto, ma sei arrivato tardi, ora ti tocca decrescere?”

  • Andrea

    Quello che mi sembra evidente in tutta questa discussione, è che la maggior parte dei commenti negativi sulla descrescita dimostra la totale ignoranza in materia. Altrimenti non si capisce come sia possibile sostenere che in Grecia, o in Argentina prima, ci sia descrescita. Leggete i testi prima di parlare, altrimenti si alimentano delle credenze idiote sulle teorie della decrescita. In Grecia c’è una cosa diversa, una assenza di crescita in una società della crescita, una società impostata per crescere che non è più grado di farlo, anzi.
    La decrescita suggerisce di uscire da tutte le dinamice correlate alla crescita. Quindi quello che sta accadendo in Europa, in Grecia e in parte anche da noi, NON è decrescita, ne tantomeno quello che “sognano” i fautori della decrescita.

    • giova_p

      non è colpa dei critici se pallante e compagnia usano concetti ben precisi in modo improprio, quando non del tutto errato. si ha crescita economica(crescita del PIL) se la somma dei redditi aggregati è maggiore rispetto al periodo di tempo precedente.
      chi auspica la decrescita dovrebbe avere chiaro questo punto: le scelte su come impiegare i redditi prodotti (se comprare il suv o la macchina elettrica, se installare la stufa a metano o costruire una casa con un riscaldamento efficiente, ecc) non hanno nulla a che fare con il PIL. a parità di reddito, se grazie alle mie scelte di autoproduzione, recupero, riciclo, efficienza ecc, mi trovo a spendere meno dell’anno scorso, le risorse risparmiate le spenderò in qualcos’altro che prima non potevo permettermi. oppure le presto a qualcuno che le investe. ma dal punto di vista del Pil non è cambiato nulla.

      per questo l’accanirsi contro il Pil mi sembra stupido. a meno che chi sostiene la decrescita non sostenga che si debba produrre meno reddito. e meno reddito vuol dire meno risorse da impiegare come ognuno ritiene meglio (sia per la maglietta griffata, che le verdure biologiche; sia per le autoblu, che per la sanità pubblica; etc): avere meno risorse può anche andare bene a qualcuno, a livello di scelta personale. ma se si vuole imporlo come programma di politica economica valido per una intera società (o peggio per il mondo intero) bisogna spiegare alle persone per quale motivo dovrebbero produrre meno reddito di quanto potrebbero, e avere meno risorse di quelle di cui potrebbero invece godere..

  • Angelo

    Detto che non sostengo il concetto di decrescita, ma di sviluppo equo e sostenebile, segnalo un saggio che propone un alternativa, in cui ci sono molti spunti interessanti, anche se ovviamente rimangono questioni aperte. E’ scaricabile gratuitamente, e tra l’altro in più lingue qui
    http://www.cnms.it/sites/default/files/altravia.pdf

    L’autore, Francesco Gesualdi, è uno dei fondatori di Rete Lilliput, e ha scritto vari libri sul tema.

  • http://lafuori.wordpress.com/ miche fax

    Da “breve trattato sulla decrescita serena” di S.Latouche, che per criticare bisogna anche sapere di cosa si sta parlando. “la decrescita è uno slogan politico .. la decrescita non è la crescita negativa .. a rigore, sul piano teorico si dovrebbe parlare di a-crescita .. si tratta di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a se stessa .. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando meno”.
    Smettetela quindi di pensare che quello che si vuole introdurre è un sistema in cui le imprese chiudano i battenti. Si tratta di cambiare mentalità, di ritornare ad una forma di “lentezza” che ci permetta di vivere meglio. E certo qualche sacrificio sarà anche necessario. Alcuni concetti vengono presi come dogmi inattaccabili. Dice, “ma se voglio comprarmi il suv, tu non hai nessun diritto di impedirmelo”. Seguendo questo ragionamento di relativismo egoista delle proprie libertà, se ci fosse un uomo infinitamente ricco in grado di acquistare tutto il cibo del pianeta, questi avrebbe il pieno diritto di farlo? Dobbiamo accettare che ci sono alcuni limiti che dobbiamo imporre, perché se non lo faremo ora, volontariamente, cambiando le nostre priorità, arriverà un momento in cui gli ex-sottosviluppati che vorranno essere “liberi” come noi di comprare tutto quello che possono permettersi, presenteranno il conto. Cosa faremo allora?

  • Isa

    La decrescita è in atto! Avete mai sentito parlare di Transition Towns e di iniziative per la Transizione?
    L’approccio proposto dalla decrescita è alla base del movimento ideato da Rob Hopkins, il cui scopo è quello di ricostruire nelle comunità locali la così detta RESILIENZA, cioè la capacità di un sistema di adattarsi agli shock causati dalla scarsità delle risorse (in primis petrolio) e dalla diminuzione dell’approvvigionamento energetico.
    Nel 2005 era un esperimento che coinvolgeva solo qualche cittadina del Regno Unito; oggi invece sono un centinaio le iniziative diffuse in tutto il mondo. La Transizione sta prendendo piede anche in Italia: documentarsi su come si vive a Monteveglio (BO) potrebbe essere utile anche per determinare se questa benedetta decrescita sia davvero serena oppure no.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_di_transizione

    • diegoghi

      incollo da montevegliotransizione.wordpress.it, post del 3 febbraio 2012
      “Questa domenica dovrei andare nel pomeriggio a fare una conferenza sulla Transizione a Pianoro, se c’è qualcuno di Monteveglio o della valle che non ha mai visto un Transition Talk e ha voglia di venire (se il meteo non è proibitivo) possiamo fare il viaggio assieme, se poi ci fosse qualcuno con una 4×4 sarebbe anche meglio”
      As usual, facciamo la decrescita col SUV degli altri?

      • Isa

        Grande Diego, sei un fenomeno!
        Lo scorso 3 di febbraio Bologna e dintorni era completamente sommersa dalla neve e Monteveglio (servito da diverse linee extraurbane) parecchio isolato…
        Chi scrive il post che tu citi è Cristiano Bottone, presidente di Transition Italia: non so se sia riuscito a tenere quella conferenza e con che mezzo ci sia andato, puoi chiederlo direttamente a lui se ci tieni.
        Transizione comunque non significa usare solo la bicicletta o il cavallo, specialmente se vivi in posti leggermente fuori mano… In ogni caso, se ti trovi costretto ad usare un’automobile, l’ideale sarebbe usarla insieme ad altre persone che devono fare il tuo stesso tragitto. Mai sentito parlare di Car Pooling?

        • Ceci

          :-) ehi ehi, sono stata la prima a linkare (in questo articolo) il blog di Transition Italia. Ah si è vero, meglio decrescere anche con queste piccole competizioni :-) Diego, organizzare la macchinata insieme non è più molto ferquente…lo si faceva a 20 anni per andare al mare o ai concerti, pensare di farlo sempre appena è possibile a me pare molto innovativo, coraggioso e molto social. Per quel che so di Transizione, tre aggettivi appropriati a questo approccio.

  • whiteyes

    Io non me la prendo col PIL, solo che:
    1) E’ l’unico indice che guardano i mercati per dirti se sei sano (ti presto i soldi) o se sati male (ti massacro con la speculazione e gli spread), oltre al debito pregresso;
    2) Conseguentemente le scelte di politica economica di ogni stato sono basate unicamente su questo indice;
    3) L’ho letto pre la prima volta in un articolo di Massimo Fini (poi altri giornalisti e commentatori ne hanno fatto uso e abuso senza citarne la fonte): siamo la prima generazione che non lavora per produrre ma produce per poter lavorare.

  • whiteyes

    Scusate il verbo corretto è CONSUMARE non produrre

  • Andrea

    Caro Zuliani,
    trovo che la conclusione all’articolo sia assai azzeccata: in effetti paragonare la caparbietà dei coraggiosi ed instancabili sfruttatori delle risorse naturali alla “conquista” delle Americhe rende davvero l’idea dell’assurdità dell’impresa… Si ricordi però che per ogni Colombo che scopre un nuovo mondo ci sarà un Cortés pronto a sottometterlo, sfruttarlo e distruggerlo nel nome di un dio che oggi chiamiamo crescita economica! Il Columbus Day non è festa per tutti.

  • sinforosa

    Grazie. Bell’articolo. Condivido completamente.

  • Decrescita
  • Decrescita
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  • John Galanti

    Caro Zuliani, le sfide le abbiamo perse da tempo, bisognerebbe che se ne rendesse conto, ma si segga e prenda un bicchier d’acqua, prima di proseguire.

    A capo del FMI, o della BCE, o dei governi occidentali pare che non ci sia stato nè Pol Pot, nè Latouche, che qualche adolescente ha messo sullo stesso piano nelle risposte al suo post.

    Certo che se lei ha studiato gli economisti che non avevano previsto la crisi, forse si è fatto l’idea di poter criticare Latouche o Pallante… magari senza averli neanche letti. Ma comunque vedo che ha molti economisti di primo piano tra i suoi sostenitori. E lei gli ha rassicurati a dovere, e dalle riposte si sentono persino i sospiri di sollievo, grazie a lei che ci rassicura che la decrescita è una boiata.

    Un post di perfetta disinformazione, tutta retorica, nessuna discussione seria, nessun approfondimento, nessun principio dialettico nè scientifico di controverifica.

    Ora, con tutte le sue certezze, mi può spiegare anche questi articoli:
    “In Italia stipendi vicini alla metà di quelli tedeschi, più bassi anche della Grecia” (http://www.corriere.it/economia/12_febbraio_26/stipendi-italia-eurozona_dd1b9550-606f-11e1-aa87-12427cb0d5f0.shtml);
    “Electricity Democratization and Decentralization” (http://sustainableindustries.com/trendwatch/democratizationelectric-power-following-informations-lead/), a proposito del fatto che le RER non servono a cambiare moldello di sviluppo….

    Ma il mio spazio qui è limitato, quindi li consideri solo degli esempi di replica alle sue varie affermazioni.

    Casomai non riuscisse a spiegarmeli, le consiglio di ricominciare daccapo gli studi.

    Le propongo: I LIMITI BIOFISICI DELLA TERRA E LA RILETTURA DELLE CATEGORIE SPAZIO – TEMPO, di ENZO TIEZZI
    (http://www.cndamb.com/materiale/estratti/estratto10.pdf)

    e anche una critica argomentata del movimento della decrescita, ma come potrà leggere, non del fatto che la decrescita è inevitabile:
    Giorgio Nebbia, La decrescita (http://www.cndamb.com/materiale/2005/2005_6.pdf);

    in modo da integrare le sue fonti, basate su un Feltri che agita lo spauracchio del Burkina Faso (ha mai mangiato i fagiolini del Burkina Faso che si acquistano alla coop? o si serve solo dei prodotti delle campagne intorno a lei?).

    Grazie comunque del suo post, se non altro da esso si può comprendere che il concetto di sfida a cui lei fa riferimento autorizza un bel pò dei suoi lettori amanti delle corse clandestine in auto a credersi intelligenti.

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Cosa vuole che le spieghi, caro Galanti? Ha gia’ detto tutto lei: incontrovertibile, inevitabile, disinformazione, retorica, credersi intelligenti. Personalmente, mi piacerebbe avere tante certezze nella vita come lei.

      • whiteyes

        mi associo

  • Giulio

    Concordo con chi sottolinea che la crisi attuale non può essere affrontata solo in termini economici, perché è soprattutto una crisi ambientale, energetica, sociale, demografica, istituzionale. Basti citare il picco del petrolio ed il cambiamento climatico, di cui vediamo già gli effetti da alcuni anni.
    Le soluzioni perciò sono molto più complesse di una dePILazione (mi si passi la battuta), perché devono tener conto di tutti i diversi aspetti, tra loro intrecciati. Una “governance” dall’alto (nazionale, sovranazionale) per il momento ha evidentissimi limiti, ed inoltre pensare ad una decrescita imposta dai governi evoca inevitabilmente scenari orwelliani.
    Ma dal basso sì, che si può fare qualcosa subito. Partendo dallo stile di vita individuale e dalle comunità locali. Sperando che col tempo maturi una sensibilità anche tra chi viene eletto in parlamento, che è espressione delle culture presenti nella società. Mi associo a CECI ed ISA citando il movimento della Transizione, che non è altro che un insieme di pratiche di decrescita, resilienza e svezzamento dal petrolio già adottate in molte realtà locali in tutto il mondo, Italia compresa. Chi vuole guardi questo documentario http://vimeo.com/17134235 , e giudichi da sé.
    Grazie a Filippo Zuliani per l’articolo e per la possibilità di discussione!

  • John Galanti

    Caro Zuliani, chi s’accontenta gode. Continui pure a farsi delle idee tramite Feltri. La facevo più coraggioso.

  • Leo

    Caro Zuliani, uno degli errori di fondo, dal quale poi discende gran parte del Suo ragionamento, è che avere più risorse significa automaticamente aver più benessere. Cioè assimmilare l’avere al benessere. Ma chi l’ha detto? chi ha detto che l’aver più cose, acquistate con le “risorse”, dia maggior benessere della gratificazione dell’autocostruirsi o dell’autoripararsi le cose;, del camminare con abiti che, sebbene “vecchi” piacciono ancora al dispetto di quelli nuovi indotti dalle mode; del viaggiare lento; del piacere del dono, dell’aiutarsi a vicenda, della solidarietà? Tutte soddisfazioni che non dipendono da risorse economiche. Tutti piaceri non misurati dal PIL.
    La Decrescita è “felice” proprio quale automatica conseguenza di tali atti, scelti liberamente e non imposti da alcuno, come piuttosto cerca di fare la straripante e ossessiva pubblicità.
    E, a proposito di benessere, è proprio la pubblicità, in ossequio alle regole del “mercato”, che ha come obiettivo principale quello di rendere il “consumatore” (orribile definizione) eternamente insoddisfatto, presentandogli oggetti sempre più nuovi. Che trasforma, con i suoi subdoli metodi, i desideri in bisogni, sollecitando costantemente il “consumatore” a dannarsi per soddisfare tali “bisogni”.
    La Decrescita Felice è una scelta di vita fatta da persone che vogliono costruirsi il benessere fondato su atti liberi scaturiti dal scelte volontarie ed intelligenti, nel rispetto per gli altri uomini e dell’ambiente.
    Cordiali saluti.

    p.s.: se vuole, possiamo poi parlare di occupazione, perchè è la crescita che ha creato la disoccupazione. Le scelte decrescenti invece la possono aumentare http://decrescitafelice.it/content/debiti-pubblici-crisi-economica-e-decrescita-felice-manifesto-appello-del-mdf .

    • http://www.simonluca.net Simonluca Merlante

      Perdonami, Leo, ma questa proprio non la capisco. In che modo la pubblicità renderebbe il consumatore eternamente insoddisfatto? Quali subdoli metodi usa? Non voglio essere polemico, sono sinceramente curioso. Perchè a quanto ne so nessuno mi obbliga a comprare una giacca di Armani, a fare la spesa alla Coop o, se lo desidero, acquistare meno, costruirmi la mia casa, indossare abiti vecchi, ecc…
      Mi sbaglierò, ma tu attribuisci un potere ai mezzi di comunicazione (e alla pubblicità che li utilizza)che può essere esercitato soltanto a livello soprannaturale (pubblicità subliminale e boiate simili) o di fronte a un pubblico incapace di fare scelte volontarie e consapevoli.

      • Leo

        La pubblicità ha un potere enorme di condizionamento, potere che sfugge anche alle menti più preparate. I motivi del potere di condizionamento della pubblicità sono diversi: dall’essere assillante e martellante all’essere invadente e pervasiva. In TV poi non c’è un attimo di tregua: 24 ore al giorno. E poi i valoriche esprime: il nuovo è meglio del vecchio. Così capita che appena hai acquistato un prodotto nuovo, e quindi sei convinto di aver soddisfatto un tuo desiderio, poco dopo ti viene messo sotto il naso un altro più nuovo. E così ti fan sentire “fuori moda”. E se non sei forte (come la maggior parte degli acuirenti), in gran disagio. Ma quello che mi spaventa di più è l’esposizione dei prezzi: ti sei mai chiesto perché i prezzi non son più a cifra arrotondata? 50, 100, 100, ma praticamente tutti 49,99; 99,90; ecc.? Un acquirente intelligente si farebbe questa domanda: che senso ha mettere tali cifre? lo sanno tutti che 49,99 equivale a 50. Qualche commerciante, a domanda, mi ha risposto che scrivere 49,99 è diverso da scrivere 50,00: si vende di più. Tutti i commercianti fan così. Questo significa che le nostre barriere cerebrali vengono facilmente scardinate. E non è un caso che il nostro ex Presdente del Consiglio si sia fatto un impero economico e politico con le tv commerciali.

  • Pingback: parlare a vanvera di decrescita | gaia baracetti

  • ndg42

    @Diegoghi: forse mi sono espresso male, io non auspico affatto una “authority etica che giudichi cosa è giusto acquistare e cosa no”.
    Ritengo che la decrescita debba essere prima di tutto una scelta culturale e consapevole del singolo che scelga di smettere di essere un consumatore passivo di quello che altri (con la pubblicità ma anche con la creazione di modelli culturali) lo convincono essere indispensabile per vivere e/o essere considerato dalla società.
    Uscire di fatto dal circolo produci-consuma-crepa.
    Rendersi conto che di un sacco di cose potremmo fare a meno, magari in favore di un po’ di tempo per noi stessi in più.
    Peraltro, rispetto alle proposte di riforma dell’attuale sistema economico (riforma che mi pare evidente che debba essere fatta visto dove ci ha portato), il decrescere è una delle poche che ciascuno può iniziare ad attuare personalmente e da subito. Visto che siamo ormai considerati solo consumatori (e non più cittadini) cominciamo a consumare in modo consapevole rifiutando l’inutile. “Inutile” che è relativo: il suv può essere indispensabile per chi ha un podere, ma non per chi abita in città, per me può essere essenziale una connessione internet, per altri l’abbonamento a sky: non auspico che qualcuno decida per tutti ma che ciascuno si renda conto della marea di cazzate di cui ci circondiamo senza che ci servano o che ci diano un reale piacere tolto l’appagamento da shopping compulsivo o il tentativo di uniformarci per essere accettati dai nostri simili.

  • egiber

    Caro Zuliani,
    La premessa del tuo articolo è totalmente contraddetta dallo svolgimento.Dici :“non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un work-in-progress per districarsi in quel crogiuolo di opinioni e cialtronerie che è diventata la decrescita sui media italiani” ma poi dispensi certezze tranchant per tutto l’articolo unite al ridurre il dibattito sulla decrescita a un qualcosa di “surreale” molto simile ad una burletta.
    Ma non c’è spazio per una critica complessiva del tuo articolo: mi limito a segnalarti un rapporto che si chiama “Prosperity without growth” scritto dalla Sustainable development commission del governo UK liberamente scaricabile qui http://www.sd-commission.org.uk/publications.php?id=914 che secondo me usa un termine molto piu’ corretto di “decrescita”.
    Mi permetto solo una annotazioni puntuale. Scrivi :
    “…perchè tutti gli indicatori alternativi considerati da economisti e statistici in decenni di ricerche, quelli sopra inclusi, alla fine sono risultati essere fortemente correlati col PIL”.
    A me risulta che la forte correlazione sia valida per un PIL procapite basso-medio, intorno ai 15000 dollari/persona poi la curva si appiattisce, cioé ad un aumento del PIL procapite non corrisponde piu’ una crescita dell’indice di felicità (e di altri indici): questo vale sia per paesi diversi che per lo stesso paese nel tempo. Vedi grafico a pag. 33 del suddetto rapporto.
    E poi concludi “Ergo, se cresce il PIL cresce l’indice di sviluppo umano, e via così per tutto il resto.”. Qui veramente non capisco: è lo stesso Zuliani che nel post precedente (quello sul picco del petrolio) ha pontificato con tanto di citazioni da Wikipedia sulla correlazione spuria ? cioé se due grandezze sono correlate questo non implica che tra di essi esista necessariamente un legame di causa-effetto. E’ qui che si appunta la critica fondamentale che la vasta galassia della decrescita muove al mantra della crescita economica infinita: è falso e ampiamente dimostrato dai dati che la crescita economica –l’incremento del PIL – trascini (direttamente causa-effetto) con sè tutti gli altri indicatori del benessere umano. Ma questo dal tuo articolo non si capisce. Se davvero, come scrivi nella premessa, è un work in progress spero vorrai fare uno sforzo per cercare di essere un po’ piu’ chiaro sulle critiche fondamentali che vengono mosse alla crescita infinita. saluti

    • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

      Nell’ordine, Egidio
      - Questo non e’ un post esaustivo perche’ non si parla di sostenibilita’ economica ne’ di tante altre cose (crescita della popolazione, intensita’ energetica e tecnologica, distribuzione del “benessere”, eccetera).
      - Non ho mai parlato di relazione di causa-effetto. Secondo gli economisti di NoisefromAmerika gli indicatori sono correlati. Punto. Certo, nel tempo e nello spazio si verifica, ma non sempre, un progressivo disaccoppiamento. Tuttavia, nessuno dice che il PIL sia un indicatore perfetto, si sostiene invece che sia il meno peggio tra i tanti considerati e considerabili. Se qualcuno ha una opinione diversa e vuole proporre un indicatore diverso, la esponga pure qui, correlata da dati. Mi faro’ personalmente carico di perorarla agli economisti di mestiere.
      - Questo post parla della decrescita, non della crescita infinita (di cui non sono nemmeno un sostenitore, per altro).
      Contraccambio i saluti.

      • egiber

        nell’ordine Filippo:
        -scusa, ma allora di che parla il post? sembra che il problema che abbiamo di fronte sia la decrescita. Ma la decrescita qualunque cosa essa sia (e purtroppo il tuo post non aiuta a fare chiarezza) è una possibile (appena abbozzata, contraddittoria, contrastata, rabberciata… e tutto quello che vuoi) risposta all’impossibilità della crescita infinita propugnata dall’economia mainstream
        -che il PIL sia criticato non è una novità (ultimo esempio la commissione Stiglitz-Sen insediata da Sarkozy) il post che citi di NoisefromAmerika secondo me è un po’ “paraculo” perché in sostanza (se avete cuore da leggerlo tutto) dice: tenetevi il PIL perché è imperfetto ma se lo criticate avete dei pregiudizi politici e siete sostenitori di Sarkozy o peggio di Tremonti. Che poi in sostanza è stessa lettura che fai tu della decrescita: roba da fighetti conservatori benestanti di sinistra.
        -a me sinceramente della decrescita in sé interessa poco. Il problema è la crescita infinita contro un pianeta finito. E’ quello il mantra che guida l’economia, non la decrescita. Perché non fai un bel post su quello? anche gli economisti mainstream stanno cominciando a ragionarci sopra (v. questo per esempio http://www.project-syndicate.org/commentary/rogoff88/Italian La revisione dell’imperativo di crescita di Kenneth Rogoff. Magari lo leggono anche quelli di NoisefromAmerika. Saluti

        • http://energiaemotori.wordpress.com Filippo Zuliani

          Allora, per l’ultima volta:
          - questo post parla della decrescita, non di crescita infinita. Punto. Se poi te vuoi proprio metterli a confronto sentiti pure libero di farlo su un articolo tuo.
          - le critiche al PIL non sono nuove. Tuttavia, i decrescisti stessi ammettono che “non siamo ancora giunti alla definizione di un indicatore statistico che sostituisca, e non integri, il PIL”. E non lo dico io, lo dice il MDF (Movimento per la Decrescita Felice) e lo scrive pure Pallante nel suo ultimo libro.
          - personalmente ritengono le teorie sullo stato stazionario di Daly e Georgescu interessanti. Ma ci ritorneremo sopra.
          Saluti

          • egiber

            La decrescita non è fine a se stessa. Nessuno nella pur variegata galassia dei “decrescetisti” sostiene la decrescita per la decrescita. nessuno. Infatti Latouche, che non citi neanche nel tuo articolo, dice che si dovrebbe parlare di “acrescita”, ma suona troppo male, cioé assenza di crescita; come ateismo. Infatti la crescita ha un aspetto religioso, mitico. E’ questo che i decrescetisti criticano. L’idea di un’economia non-crescente è un anatema per un economista ma l’idea di un’economia sempre crescente dovrebbe essere un anatema per un fisico che conosce i limiti del pianeta. Gli economisti mainstream devono rispondere alla domanda su come puo’ un sistema economico sempre crescente essere compatibile con un sistema ecologico finito. Questa è la domanda da porsi, caro Filippo, a mio modesto avviso, non cosa pensa Pallante o la Dandini del PIL. Attendo fiducioso il prossimo post sull’economia dello stato stazionario. alla prossima

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  • http://www.decrescitafelice.it Massimo De Maio

    Caro Zuliani, La ringrazio ancora per l’articolo che, nonostante le nostre divergenti opinioni, riconosco che contribuisce ad un confronto costruttivo sui temi della decrescita. Il suo ultimo commento mi fa pensare che Lei abbia già letto. Mi permetto di segnalare anche ai lettori del blog il link alla mia nota, troppo lunga per stare in un commento. La trovate sul sito di MDF (insieme al commento dell’amico Giuseppe Leoni di MDF):
    http://decrescitafelice.it/content/risposta-filippo-zuliani-nuovo-critico-della-decrescita
    oppure da sola su quello dell’associazione Fare Verde:
    http://www.fareverde.it/blog/articoli-e-interviste/decrescita-felice-critiche-e-risposte.html
    Grazie e a presto.

  • Spartaco

    Filippo le consiglio di leggere:”Bioeconomia” di G. Roegen. la storia dell’economia del marcusiano Galbraith (che ha scritto il famoso discorso di Robert Kennedy sul PIL, un po’ di Max Weber, qulache filosofo come Bauman (l’Etica in un mondo di consumatori) e forse capirà la differenza fra economia e diseconomia.
    Le argomentazione dei decrescenti(decrescisti vuole inserire un ismo che si confà di più al capitalismo ormai cotto e privo di alternative) sono quelle dei veri economisti per i quali gli imprenditori non sono datori di lavoro, ma prenditori di lavoro da coloro che lo offrono in termini materiali con la loro opera giornaliera e soprattutto sostengono che la fonte di ogni ricchezza non è il lavoro (Lassalle) ma la natura poichè evidentemente senza risorse naturali non vi sarebbe lavoro.
    Faccia i compitini come Monti prima di sparare stupidaggini che non hanno nulla a che fare con l’economia, ma con il suo contrario.

    • Spartaco

      Quando cade l’asino.
      L’economia è la non scienza per eccellenza poichè nasce da un’aporia di fondo che l’ha resa incapace di governare l’economia reale: l’impossibilità di redistribuire la ricchezza, alla quale tenta di rimediare con le rapine e le guerre (terre rare, coltan, speculazione su tutto, petrolio, ecc)
      L’asino cade quando uno si definisce economista.
      Affermare: ” Risparmiare risorse, ad esempio, isolando termicamente casa serve appunto a consegnare un surplus di risorse libere (quelle risparmiate) da investire in altro, con il risultato di far crescere il PIL” significa solo che nessuna risorsa va risparmiata. La frenesia del distruggere senza fine che caratterizza l’economia capitalista, dove ogni risorsa è un’opportunità di accrescere la ricchezza e quando finirà, come dice il nostro asinello:”Semplice, saremmo tutti morti”.
      Pallante non intende questo, ma pensa che le risorse devono essere risparmiate attraverso una società più sobria, affinchè anche le future generazione possano goderne. La differenza è tutta qui: l’economia capitalista non pensa alle future generazioni, ma solo ad accumulare il massimo possibile delle ricchezze nelle mani di pochi.

  • Giuseppe TOMAO

    Crescita e decrescita sono due termini che assumono significato soltanto se si definisce un punto di riferimento, altrimenti è mera accademia discuterli.
    E’ mia opinione che quanti parlano di decrescita, sostanzialmente non si riferiscono alla condizione della parte più povera del mondo bensì all’altra. L’affermazione è banale, si potrebbe obiettare; ma in quella sconcertante banalità il “RE diventa nudo”, e si può comprendere che in un modo FINITO in cui le risorse (acqua, cibo, energia, ecc.) hanno una ben limitata capacità di RIGENERARSI, ognuno deve scegliere da quale parte del conflitto d’interessi si vuole schierare.
    Tempo fa si diceva che un DIRITTO o è per tutti oppure è soltanto un privilegio, ma questa è una categoria morale; viceversa l’appropriazione forzata delle risorse è un concreto scontro tra aree del mondo che stanno prosciugando l’Occidente il luogo in cui noi in questo momento stiamo conducendo la nostra conversazione.
    ERGO il mio punto di vista è che non si tratta di obbligare nessuno a decrescere ma pittosto concordare prima che sia troppo tardi un livello di benessere a cui ciascun essere umano deve convergere; e nell’ambito delle risorse concordate ciascuno è libero di godersele, risparmiarle o investirle (da solo e/o assieme ad altri)come meglio crede.
    Certamente non si può continuare una volta terminate le proprie risorse ad abbusare, anche in nome di un presunto progresso, di quelle altrui; altrimenti altrettanto presto o tardi si sentiranno leggittimati a fare anche gli altri (C.N.F.).
    La massima sarebbe “CIO’ CHE PER TE NON VUOI AGLI ALTRI (è saggio) NON FARE”

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  • maral107

    “Se cresce il PIL cresce l’indice di sviluppo umano”: dunque dobbiamo concludere che Cina e India stanno facendo passi da giganti in termini di sviluppo umano?
    In realtà il valore di crescita e decrescita va stabilito in riferimento al cosa cresce e decresce, non preso in sé. E non è tanto il timore, peraltro giustificato, di cosa ci riserva il futuro in termini di sostenibilità a questa crescita a renderla preoccupante, quanto il senso di alienazione sempre più spinto che obbliga lo schiavo volontario contemporaneo a produrre e consumare per obiettivi di governance (meglio definibili come deliri di illimitata potenza astratta)fini esclusivamente a se stessi, al proprio delirio tecnologico autoreferenziale. Il punto di saturazione non è collocato in un preoccupante futuro opinabile, ma nel passato, è già accaduto in termini di una miseria presente che si vuole far passare per progresso.

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  • Marino Voglio

    insomma, la decrescita no perché è impopolare; e vabbè.
    il controllo delle nascite no perché è impopolare impossibile e contrario al volere degli dei, tutti.
    “Coi limiti fisici della materia non si scherza.” indiscutibile.

    …non resta che l’apocalisse di casaleggio mi pare… o no?

    (a parte… i marinai chiacchierano, e colombo sapeva benissimo cosa avrebbe trovato al di là delle colonne d’ercole; solo, lo ha spiegato ai re cattolici nel modo più adatto a farsi finanziare l’avventura…)