Chi era – anche – don Luigi Maria Verzé

Quanto segue è un ritratto agiografico di Don Verzé. I più non lo leggeranno perché è troppo lungo, altri perché non hanno voglia di cambiare opinione o di mettere in dubbio la propria, mentre la maggioranza – penso io – perché in realtà non hanno nessuna opinione né interessa loro averne una: e tuttavia la esprimono. In ogni caso: se anche avessi scritto che Don Verzé era dio in terra, la cosa non bilancerebbe minimamente le castronerie che sono state scritte su di lui in questi giorni.

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C’è gente come Armando Torno (Corriere.it) che ha scritto la biografia di Don Verzé copiando testualmente da Wikipedia: neanche una virgola spostata. E ci sono poveracce come Antonella Mascali, sul Fatto Quotidiano, che nel giorno della morte di Don Verzé lo ha liquidato come un bancarottiere, un megalomane, uno «amico dell’ex capo del Sismi» col suo «ospedale tanto caro a Craxi, Berlusconi e Formigoni». Ora: il San Raffaele, una delle poche eccellenze italiane che dialoga con le grandi istituzioni mondiali – un polo di ricerca in cui sono curati migliaia di malati che giungono da ogni parte d’Italia – forse meritava biografi meno sbrigativi. Fa niente, cominciamo pure dalla fine e mettiamo subito a verbale che il San Raffaele non è più quello di una volta, e pure da un pezzo: da ben prima, cioè, dei casini finanziari che ora tralasciamo. Perché il San Raffaele, ora, è soltanto un ottimo ospedale lombardo come altri, in qualche caso anche peggiore: è infarcito di medici bravissimi o da prendere a pedate, come altrove, e i paramedici sono caritatevoli o subumani analfabeti, come altrove: e soprattutto come altrove – anzi di più – il San Raffaele è un posto in cui la musica e la salute cambiano se sei raccomandato o semplicemente se paghi, anzi se sei «solvente». Il dettaglio è che gli altri ospedali, prima del San Raffaele, non c’erano, non esistevano, non erano ospedali per come li intendiamo oggi, e per come il San Raffaele ha ridefinito che dovessero essere con effetto splendidamente trainante. Non ci crederete, ma è così.

Don Verzé poteva anche stare sulle palle, ma resta un uomo che nella sua lunghissima vita ha fatto più cose (buone) di quanto riuscirà la maggior parte di noi messi insieme, un uomo che per realizzarle ha combattuto la Chiesa e lo Stato, la destra e la sinistra, gli uomini e le donne, soprattutto la stupidità intesa come la più inguaribile delle malattie. Tanti cretini in questi giorni antepongono sempre le «ombre» ai suoi successi (quali ombre, in definitiva? I debiti?) e ignorano che gli ospedali italiani, prima di Don Verzé, letteralmente non esistevano nell’accezione moderna del termine: non come riferimenti per un ceto medio che non esisteva a sua volta, non come centri di ricerca e di studio, di previdenza e di assistenza sociale. Non è un modo di dire: non c’erano proprio, c’erano le cliniche dei baroni che si portavano appresso i malati come pacchi, c’erano le cliniche dei ricchi in mano quasi sempre a religiosi accomodanti, oppure, ecco, c’erano lazzaretti, i casermoni con camerate puzzolenti e file di cinquanta letti, lugubri cronicari con la cultura del dolore e della penitenza come unica e vetusta regola: Sergio Zavoli, su questo, ha fatto delle bellissime inchieste. Altro che diritti del malato, altro che rispetto sacrale dell’infermo e altre sciocchezze che Don Verzé, da noi, immaginò semplicemente per primo, questo per lo scandalo e per l’ostracismo di tutte le curie, del Vaticano, dell’italietta cattocomunista secondo la quale ciascuno doveva stare al posto suo, i preti in chiesa e i medici nelle cliniche tirate a lucido.

Nato il 14 marzo 1920, Luigi Maria Verzé era figlio dell’uomo più ricco di Iliasi, un paesino in provincia di Verona. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia con Padre Gemelli, venne ordinato prete nel 1948. Entrò nella «congregazione dei poveri servi» e resterà sempre diviso tra il diventare medico o sacerdote, mestieri che immaginerà sempre in connubio. Collaborò con Don Giovanni Calabria (futuro santo) e divenne se stesso praticamente da subito, dandosi da fare secondo visioni decisamente personali. Fu il prediletto del cardinale Ildefonso Schuster (beatificato: è l’uomo che nel 1944 salvò la vita a Indro Montanelli) ma i favori curiali finirono praticamente lì. Don Verzé cominciò a inventarsi delle scuole di avviamento professionale per ragazzi di periferia (falegnameria, officina, stamperia e motoristica) e un centro di assistenza all’infanzia. Cominciò a pensare a delle case-albergo per anziani. Nel 1951 ottiene una parrocchia sul pratone di Cimiano, in zona Palmanova-Segrate, ed ecco sopraggiungere il pallino dell’ospedale. Ne aveva in mente uno di nuova concezione e cominciò a studiarci sopra: andò in Olanda e in Belgio per vedere i reparti di dialisi, in Svizzera per le sale operatorie, in Germania per i servizi sociali già all’avanguardia. Il suo esempio negativo, per contro, in quel periodo è il Cottolengo di Torino. Don Verzé era già un tipo sui generis: aveva la patente, guidava una Fiat 1100 bianca (col cambio moltiplicatore) e vantava amici disparati come il futuro sindaco socialdemocratico Virgilio Ferrari e poi Ferdinando Innocenti, il creatore della Lambretta. Si muoveva, parlava, progettava. Aveva un’altra idea eretica: creare una facoltà cattolica di medicina ma senza la scritta «cattolica» sul frontone, così da evitare contrapposizioni e promuovere un cattolicesimo più laico. Raccolse subito entusiasmi ma anche dubbi e dinieghi, soprattutto per la sua idea di rivoluzione ospedaliera. Dati i tempi e la mentalità, ce n’era già abbastanza perché le preoccupazioni della Curia diventassero ufficiali. Nel 1957 l’insofferenza porporale era già palpabile. Venne convocato il 20 dicembre e gli dissero chiaro e tondo che se non si fosse calmato gli avrebbero tolto l’incarico alla parrocchia di Cimiano oltreché i laboratori e tutto il resto. Lui si difese – è tutto agli atti – e srotolò l’ambizioso progetto per un grande ospedale universitario, come faranno negli USA negli anni Ottanta: il piano era già avanti – disse – e aveva la parola del sindaco oltre a idee innovative per i reparti: l’idea era di mettere a disposizione di tutti le terapie più moderne in camere con al massimo due o tre letti. Accennò anche a come trovare i soldi, a piani di marketing, insomma parlava un’altra lingua. I prelati lo guardarono come quello che in parte era: un pazzo. La Curia lo esonerò. Decretò che doveva andarsene da Milano, destinazione Verona.

Era solo una battaglia in una guerra che non sarebbe finita mai, o che forse è finita in questi giorni. Decise di rimanere a Milano, anche senza una parrocchia. Prese a dormire dalla sorella, in viale Romagna. Non aveva un posto dove dir messa, ma il professor Emilio Trabucchi, un amico, gli mise a disposizione la cappella dell’istituto di farmacologia. Nella sua ex parrocchia di Cimiano, intanto, proseguiva clandestinamente la costruzione di laboratori attrezzati per seicento ragazzi e cento bambini, compreso un asilo. Ma era pur sempre un prete scardinato, la cosa pesava. Nel 1958 bussò all’arcivescovo Giovanni Maria Montini, il futuro papa: fu la prima di varie visite inutili. La sua idea di ospedale non interessava: doveva andarsene a basta. Ma niente da fare: sarebbe rimasto a Milano come apolide della Chiesa: per cavarsela insegnò religione in un paio di scuole pubbliche e strappò l’incarico di cappellano alla nuova clinica privata La Madonnina. Si mosse, imparò, studiò, parlò del suo progetto con medici e specialisti. Venne coinvolto nella realizzazione degli asili della Diocesi, si inzaccherò gli stivali nei cantieri, fece nuove amicizie e si comprò un’eretica Mercedes a nafta: quasi come comprarsi, fatte le proporzioni, un bell’aereo Challenger 604. Fatto sta che la voce delle sue idee pazzoidi continuava a girare e la sua intraprendenza e popolarità parvero eccessive anche per un apolide. La Curia non perdonava. Gli proibì di celebrare messa anche nella cappella di farmacologia, ma l’amico Trabucchi se ne inventò un’altra e lo mandò dalle suore domenicane che assistevano gli ammalati della clinica Città di Milano: si sarebbe occupato di amministrare la clinica più un paio di istituti nel lecchese e nel bergamasco.

Non si fermava mai. Sopra Como, a San Fermo della Battaglia, vide un istituto per bambini abbandonati: era fatiscente, l’umidità grondava dai muri, una pena. Si fece dare 300 milioni da un paio di industriali e accese un mutuo alla Bnl. Fece e farà sempre così: richieste assillanti, assedi dai riccastri vari, finanziamenti, mutui, faremo e vedremo. Come a Milano in via Gallarate: affittò una casa per anziani, abolì gli stanzoni e previde dei posti letto anche per i familiari, e all’epoca era una rivoluzione. Ebbe così successo che arrivarono da tutt’Italia ex insegnanti, magistrati, professionisti: l’arcivescovo Montini fu praticamente costretto a concedere la benedizione. Succedeva il 5 luglio 1960. Quando poi le case di riposo divennero due (250 anziani ospiti) il Vaticano lo guardò sempre più in cagnesco. Troppo dinamico, troppo maneggione, troppa confidenza col denaro. Dal convento che Don Verzé amministrava, quello delle suore domenicane, partirono delle lettere anonime dirette all’Arcivescovado: roba pepata, Dagospia ci sarebbe impazzito.

Quando si ripresentò dall’arcivescovo Montini nel tentativo di chiarire, il clima era immaginabile. L’Arcivescovo – lo racconta Giorgio Gandola in «Pelle per pelle», Mondadori 2004 – gli pose cinque solenni «quaestiones» così formulate: è vero che era entrato nel reparto riservato alle suore? E’ vero che andava in auto con donne varie? E che rincasava tardi sempre in compagnia di donne? E che insomma, tra le suore aveva portato turbamento? Che in pratica si era intromesso nell’andamento spirituale della congregazione?

Le accuse restarono anonime e ogni confronto fu negato: «L’odio curiale», disse testualmente Don Verzé a Giorgio Gandola, «è anche peggiore di quello delle donne». La Curia gli tolse il poco che gli era rimasto: l’incarico di cappellano alla clinica La Madonnina, la supervisione degli asili della Diocesi e il contributo per l’orfanotrofio di San Fermo. Gli fece persino annullare il mutuo della Cariplo che il Comune di Milano aveva garantito in vista della costruzione del mitico ospedale. Montini, secondo Verzé, disse così: «A Milano, chiunque metta in piedi una pompa di benzina cava soldi facilmente. Sono cose buone, ma sono laiche, come laica è l’opera che lei sta realizzando. Torni a Verona a fare il buon prete». Andò in un altro modo.

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