Il Post
RSS share on Twitter share on FaceBook Registrati Login

Don Giovanni, un cretino

8 dicembre 2011

5 dicembre

Mercoledì sera c’è la Prima della Scala e ci sarà il Don Giovanni di Mozart: si sprecheranno titoli e valutazioni tipo «La Prima nell’era dell’austerity» (con infiniti commenti sul rinnovato stile, la sobrietà, il loden ecc.) e ci saranno le contestazioni di rito fuori dal teatro, e la sfilata delle autorità e della mondanità, sarà presente questo, sarà assente quello, Tizia sarà inappuntabile e Caia sbracata come una vacca. Tutto normale. La gente – divisa tra un terzo di competenti, un terzo di incompetenti e un terzo di capre – si annoierà fisiologicamente durante il secondo atto che però passerà abbastanza in fretta (tre ore e 15 in tutto) il che parrà un niente dopo le fatiche wagneriane degli anni passati, vere specialità di sua maestà Daniel Berenboim. La maggioranza del pubblico resterà comunque desta e soprattutto divertita in particolare dalla regia di Robert Carsen, uno di quei tanti originaloidi («geniale», of course) a cui di rispettare le parvenze dell’opera originale gliene frega meno di zero, anzi: farcirà l’opera, da quanto inteso, di vecchie trovate stile «teatro nel teatro» (il fantasma del Commendatore pare che spunterà dal palco presidenziale, speriamo che a Napolitano non gli prenda un colpo) sicché i meno avvezzi diranno «ooohhh» e così alla fine avremo i soliti dibattiti sulla regia, visto che ormai è l’unica cosa di cui si può seriamente discutere. Dovrebbe esserci anche Mario Monti, sì.

Ma stiamo tralasciando i fondamentali, dunque ricominciamo da capo: mercoledì sera il maestro Daniel Barenboim dirigerà il Don Giovanni, alias «Il dissoluto punito» che Mozart rappresento per la prima volta a Praga il 29 ottobre 1787, quando aveva 31 anni e cioè quattro anni prima di morire. Il cast è di grande livello: c’è un istrionico Peter Mattei (Don Giovanni) e un’inciccionita Anna Netrebko (Donna Anna) e poi un’autorevole Barbara Frittoli (Donna Elvira) e ancora Giuseppe Filianoti (Don Ottavio) e Bryn Terfel (Leporello) e altri ancora. Stiamo parlando di una delle opere più famose di tutti i tempi (la seconda che Mozart scrisse su libretto di Lorenzo Da Ponte) e a suo modo di un punto di riferimento della cultura occidentale, per quanto mutuato in cento sfumature: la versione mozartiana non ha fatto che cristallizzare con incredibile successo (soprattutto postumo) una versione tra le numerosissime che sono state caricate di valenze sempre nuove e diverse, un po’ come fa lo stesso personaggio di Don Giovanni durante i tre atti.

Anche per questo, guardando a mercoledì sera, tremano i polsi: l’opera è un’alchimia vulnerabile tra il drammatico e il burlesco, una contaminazione – non del tutto compresa, all’epoca – tra l’ordinaria opera buffa italiana e una vena drammatica che già bussava alle porte; far pendere la bilancia dalla parte sbagliata è davvero un attimo, tanto che i liquidatori del Don Giovanni come «opera buffa» andrebbero scaraventati nell’inferno degli artisti assieme a Don Giovanni. Ecco perché tutto rinfranca e tutto preoccupa, a margine di questa nuova produzione: che il regista possa eccedere nel burlesco, che il maestro Daniel Barenboim possa eccedere nel drammatico – com’è nelle sue corde, prevalentemente «tedesche» – e che la somma possa non dare il tutto, cedendo al notorio terrore del «romantico» e restituendoci qualcosa che con gli intenti originari di Mozart non abbia semplicemente a che fare.

Figurarsi, già accadde a suo tempo: l’opera in origine si concludeva con lo sprofondamento di Don Giovanni negli inferi – in consonanza con l’attacco dell’ouverture, del resto – ma poi il finale fu cambiato come meglio di chiunque ha spiegato Charles Gounod nel 1890: scrisse che i brani musicali che seguono l’inghiottimento del libertino «appaiono fuori luogo dal punto di vista drammatico» e dunque «Che un genio come quello di Mozart non abbia rinunciato a questo epilogo posticcio la dice lunga sul bisogno del pubblico di allora di avere una conclusione morale esplicita». Ecco: siamo in tempi di crisi e anche il nostro pubblico, forse, ha bisogno di conclusioni morali esplicite. Di ciò è legittimo essere terrorizzati, perché il vero Don Giovanni mozartiano è un personaggio che piacerebbe più senz’altro a un Berlusconi che a un Mario Monti. C’è il rischio che ne facciano strame. Anche del vero Don Giovanni, voglio dire.

6 dicembre

Nel rispolverare la biografia di Mozart (nome completo: Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart, detto Amadeus) vien voglia di ironizzare sull’articoletto che il Corriere della Sera ha dedicato alla «Primina» di domenica scorsa: quella riservata ai giovani, anzi ai «ragazzi» come ha scritto la purtroppo inossidabile Giuseppina Manin. In tempi di retorica dei bamboccioni (nonché di futuro regolarmente «rubato ai nostri figli») si descrivevano gli under-trenta che presenziavano alla Scala come degli imbelli di 13 anni al massimo, e comunque «giovani» o meglio «i giovani». Del resto si titolava: «Don Giovanni seduce i giovani», «Gli Under 30 conquistati anche dalla regia», «i ragazzi accorsi numerosi per questa primina inventata per loro dal sovrintendente».

Mancavano solo i giocattoli e il karaoke. Lirico, magari: esiste anche quello. I pre-trentenni oggigiorno sarebbero «un nuovo pubblico», e il bello è che è anche vero, lo sono, eppure è difficile non sorridere nell’apprendere della loro «curiosità per una forma di spettacolo insolita». Perché vedete, è vero, spesso gli under 30 sono ancora e davvero dei ragazzini, e tralasciamo tutto il discorso sul benessere e sull’allungamento della vita media; sta di fatto che Mozart, a trent’anni, non solo aveva appena composto quel Don Giovanni che loro hanno potuto ammirare, ma il compositore era pure a fine carriera – lunghissima – e sarebbe schiattato entro cinque anni. Conosciamo le obiezioni: Mozart fu schiavizzato dal padre e non conobbe una vera infanzia e una vera adolescenza se non da fenomeno musical-circense, e poi un genio è un genio, la vita adulta cominciava prima, insomma le solite cose.

Sarà, eppure la Storia ridonda di personalità intraprendenti che furono se stesse da subito. Restando ai musicisti: i più, appena possibile, si districarono dalla bambagia e si buttarono a pesce addosso alla vita. Rossini a 21 anni era già celebratissimo, e non era il solo. È vero, sì, la maggioranza dei compositori ha dato il meglio di sé nella seconda metà della propria vita, se non addirittura negli ultimissimi anni: quando, cioè, il soffio dell’imperscrutabile suggerisce commiati e testamenti che hanno fatto la storia della musica. Beethoven a trent’anni non era Beethoven (o meglio: non lo sarebbe oggi) e Wagner a quell’età non aveva neppure composto il Tristano; senza contare i casi di Cajkovskij, Strauss, Mahler, tanti altri. Si rimarca sempre che i medici non riuscirono a salvare Mozart, è ritenuto stupefacente che sia morto a 36 anni non compiuti: ma è anche vero che Giovanni Battista Pergolesi, superbo compositore di musica sacra e autore dell’immortale Stabat Mater, morì a 26 anni: ma aveva fatto in tempo a diventare Pergolesi. Carl Maria von Weber, uno dei più influenti musicisti tedeschi a cavallo tra Sette e Ottocento, morì a 39 anni. Franz Schubert, magnifico e prolifico compositore austriaco, morì a 31 anni. Fryderyk Chopin, l’eccelso pianista polacco, a 39. Georges Bizet a 36. Significa qualcosa? Non sappiamo, ma nel leggere l’articolo sugli under 30 trattati come ospiti di una scuola materna (a torto o a ragione, non sappiamo) tornavano in mente queste cose, tutto qui.

1 2 3 Successiva »
TAG: , , ,

8 commenti

  1. brucekduke says:

    tl;dr. specie dopo la parola “bamboccioni”

  2. facci says:

    (sì, lo so che gli atti sono due, ogni tanto ho scritto tre, sbaglio sempre)

  3. alessandrosmerilli says:

    Dici : “il vero Don Giovanni mozartiano è un personaggio che piacerebbe più senz’altro a un Berlusconi che a un Mario Monti”.. Ieri è stato trattato male :” Dovrebbe stagliarsi come un libertino, un libero pensatore, l’anti-dogma che pure appartenne al Mozart del crespuscolo: «A torto di viltate, tacciato mai sarà». Un Don Giovanni che guarda l’umanità sprofondare in se stessa e che «si burla di noi». Invece era un idiota.” Puo’ darsi. Ma tieni conto che Lorenzo Da Ponte era un grande umanista. Conosceva il miles gloriosus di Plauto e quando scrisse “ madamina, il catalogo è questo ecc.. ecc..” sicuramente gli frullava nel cervello : Memini: centum in Cilicia et quinquaginta, centum in Scytholatronia, triginta Sardos, sexaginta Macedones sunt homines quos tu occidisti uni die.- Quanta istaec hominum summast?- Septem milia-. Tantum esse oportet: recte rarionem tenes.-(Mi ricordo: centocinquanta in Cilicia, cento in Scitolantronia, trenta Sardi, sessanta Macedoni, sono gli uomini che uccidesti in un solo giorno.- E qual è la somma?- Settemila-. -Deve essere proprio così, fai bene i conti tu). Ma Pirgopolinice, il miles gloriosus, è un osceno buffone. Gramsci criticava chi traduceva “gloriosus” vanaglorioso. Perché non rendeva a fondo il significato di colui che vanta se stesso e le sue conquiste aldilà dei limiti fisiologici della psiche umana. Obietterai, ma don Giovanni ebbe fermo il core in petto e non finì ridicolizzato come Pirgopolinice. Forse, costretti a rispettare la trama obbligata, Mozart e Da Ponte si sono alla fine un po’ innamorati del personaggio e l’hanno voluto salvare almeno moralmente. Hanno dato, molto in anticipo, un consiglio a Berlusconi che ora sa quello che deve fare per riscattarsi. Ps “l’austerità del contrappunto” non viene dal nord, trae origine dal Reale Collegio della Musica (l’attuale Conservatorio di Musica San Pietro a Majella) di Napoli, in particolare dal maestro Fedele Fenaroli.

  4. bertoli says:

    Carl Maria von Weber era cugino di Aloysia, non padre, suvvìa: era nato nel 1786.

  5. bertoli says:

    «il Don Giovanni (…) fu un fiasco a Praga»

    ???

    H. Abert, “Mozart”, tr.it. Saggiatore 1985, vol. II, p. 366: “Il successo della prima rappresentazione fu splendido”

  6. facci says:

    (Sulla cugina hai ragione (pura distrazione mia, altre volte avevo scritto giusto) ma sulla Prima a Praga no. Molte fonti riportano il successo sin dalla Prima, ma ci fu solo dopo, e tra l’altro senza precedenti. La prima-prima non andò bene. Fu modificata anche per questo. Non ci crederai, ma ho consultato – due estati fa – fonti praghesi, non quel fighetta appassita di Hega De La Motte). Non fatemi fare il maestrino, ma evitate anche voi).

  7. schulz says:

    Facci, bravo. Non ti leggo spesso, non sapevo scrivessi di musica. Hai scritto un articolo bello, interessante, molto ben argomentato, scorrevole. Poi magari lo leggo.
    Però voglio dire una roba sulla rappresentazione di ieri: ha avuto recensioni quasi tutte positive o molto positive, al solito. Ma la realtà, mi spiace, è un’altra: il livello era tra il mediocre e l’imbarazzante, si salva solo Don Giovanni (bravo). Netrebko sempre in affanno, Commendatore atroce. Gli altri inadeguati, assolutamente non-notevoli. Ma il peggio, chissenefrega della regia, è stato Barenboim. Uno scandalo, scusate, ma uno scandalo. Viene venduto come un genio, uno che fa mille cose e tutte bene, ma la realtà è che sì, le mille cose le fa, ma tutte male o malissimo. Una direzione pesante, noiosa, lenta, certo, ma il problema non è la lentezza, ma la lentezza non sostenuta da una tensione che ne giustifichi il senso. Suono scuro, poco trasparente, mai sferzante. Critici tutti d’accordo sul successo e sulla buona messa in scena, sull’ottimo livello del canto e la buona prova dell’orchestra.
    E il pubblico, dico io, quando c’è da contestare sacrosantamente, quasi niente. Sono i primi, quei coglioni ignoranti dei loggionisti, a contestare messe in scena clamorosamente belle, geniali, magari solo per una qualche piccola imprecisione, come se la bellezza e l’arte dell’interprete stesse nel cantare sempre tutto bene e tutto quello che c’è scritto come è scritto (o come lo si legge dal loggione). Un pubblico dozzinale che ha saputo insultare l’Otello di Carlos Kleiber, l’immenso Kleiber, gridandogli “Povero Verdi!”, e che idolatra questo mediocre Barenboim. Che triste. http://www.youtube.com/watch?v=GQY_mwgisfo

  8. georgekaplan says:

    Facci, scriva più spesso di musica classica (se ha tempo).
    Devo solo contraddirla in un piccolo particolare: Beethoven era senz’altro Beethoven a 30anni.
    Anzi,Beethoven era Beethoven anche a 2 anni, se è per questo.
    Leggo dei giudizi un po’ cattivi su Barenboim. Non ero a teatro, ma Barenboim direttore mi ha sempre convinto molto poco. Così come il Barenboim pianista.
    Prima di dare un giudizio, vorrei sentire.