Berlusconi, Fini o niente?

A me di Gianfranco Fini non me ne frega niente, ma sto con lui. Ho già scritto che si può essere «finiani senza Fini» e guardare con simpatia al sommovimento che ha creato: anche se non si ha nulla a che spartire col suo retroterra culturale, col suo passato, con le sue metamorfosi. L’ampissimo centrodestra italiano, del resto, non è diviso solo tra berlusconiani e finiani, non porta soltanto i mocassini e le giacche berlusconiane in alternativa al maledetto «cachemire» che si tende a immaginare su chiunque appaia diverso dall’archetipo che ci piace. Ciò che m’interessa, anzitutto, è che assieme a Fini se ne va a catafascio anche il banalissimo assunto secondo il quale il partito più grande del dopoguerra dovrebbe avere delle pluralità al proprio interno, quelle identità che corrispondono alle mille sfumature della società e la cui sintesi, un tempo, era il motore della politica. Detto in termini medici: Fini potrebbe aver torto nella terapia, e magari andarsi presto a schiantare: ma la sua diagnosi è proprio tutta sbagliata? Sicuri che i problemi da lui posti siano soltanto dei pretesti per reclamare fette più generose di potere? Io no, io non sono sicuro. Anzi, sono abbastanza certo del contrario.

Mentre guardavo la direzione nazionale via internet, pateticamente, mi appuntavo anche i temi sui quali ero o non ero d’accordo con Fini. A un certo punto quegli uomini benvestiti che si agitavano accoratamente sembravano addirittura un partito, un vero partito forse per la prima volta. Passavano in secondo piano anche la solita scenografia-fotocopia (quella sì) nonché una claque che è apparsa patetica e ossequiente da entrambe le parti, come tutte le claque del mondo: ma per il resto ebbene sì, sembrava un partito, e questo non per un feticismo della democrazia volto a santificare persino il litigio e la baruffa, ma perché ciò che sfilava sul palco per una volta era un reality, per una volta era tutto vero, scena senza retroscena. Un giornalista straniero che avesse ignorato i prodromi e la coda polemica che ha preceduto la direzione nazionale di ieri (riunita per la prima volta in un anno) avrebbe anche potuto pensare che però, questi italiani: parlano chiaro come nordici, altro che fumi e bizantinismi, sembra il Ppe tedesco.

Parliamo, ovviamente, del monarca e del principe decaduto: tutto il resto non è sinceramente esistito, perché quella di ieri non è stata un’ordinaria direzione nazionale che ha registrato gli acuti di due prim’attori: è stata un vuoto autocelebrativo in cui Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, sino a un dato momento, sono parsi le due sole persone normali, i soli che parlavano di qualcosa, cioè dei famosi «contenuti», i soli che si confrontavano con franchezza (anzi, che si confrontavano e basta) e comunque che offrivano spunti, qualcosa di cui discutere. L’eccezionale sembrava l’ordinario di un partito vero, quando per vero s’intende tradizionale, non una reliquia del passato, semplicemente normale nella più neutra delle accezioni, qualcosa che tuttavia appare diverso da ciò che Silvio Berlusconi, a torto o a ragione, desidera o giudica necessario per vincere.

Non avevo capito niente. Il Pdl è un partito plebiscitario con venature populiste, punto e basta. Lo è perché lo si vuole così. Non ha un progetto per cui chiede voti, ma chiede voti per elaborare un progetto. Meno male che Silvio c’è. Meno male che Tremonti c’è. Eccetera. Questo non piace a tutti, e Fini su questo sfondo è divenuto il reagente di tutte le contraddizioni, lo sfiatatoio di apnee che forse duravano da troppo tempo. A molti interessa solo fare la conta, a me interessa che l’ennesima identità, quale che sia, andrà probabilmente annacquata.

Sin dai giorni scorsi, anzi da mesi, forse da anni, a nessuno interessava davvero discutere se le ragioni addotte a un divorzio Fini-Berlusconi potessero avere o no qualche fondamento, a nessuno cioè è mai davvero interessato discutere la ripartizione dei torti e delle ragioni se non sulla base dei rapporti di forza. E, anche ieri, la frase chiave l’ha detta Angelino Alfano: «Delle buone ragioni, espresse in cattivo modo, possono sembrare dei pretesti». Ecco, è quello che ha inquinato ogni cosa, il peccato originale che associa il Pdl a una mancanza di vera democrazia: un continuo e incessante processo alle intenzioni altrui. Qualche giorno fa, su Libero, avevo scritto un articolo perché non riuscivo a capire che cosa fosse esattamente una corrente nell’accezione finiana. Si leggeva di minoranza organizzata, opposizione interna, scissione, area, frazione, fronda, semplici rompicoglioni. Ma per il resto: c’è qualcosa che sancisce l’esistenza di una corrente, in questo caso, rispetto alla sua non-esistenza? No: a meno di ritenere che nasca una corrente ogni volta che un gruppo di deputati firma un documento all’unisono, andando come detto alla conta. C’è qualcosa che gli aderenti a questa corrente non potevano fare già prima, anzi, qualcosa che già non facevano prima? No: i finiani già si conoscevano e nelle cronache venivano definiti come tali. E come tali hanno dissentito, fatto pressioni, annacquato l’unanimismo berlusconiano, rallentato o rimandato percorsi legislativi. Ma non è che ora i finiani vestiranno un’uniforme particolare, o potranno eccepire sulla linea del Partito (del Governo) più di quanto non abbiano già fatto in precedenza: a meno che ecco, sia una questione di modiche quantità. «E’ inaccettabile contestare la leadership tutti i giorni» ha detto per esempio Fabrizio Cicchitto. A giorni alterni invece è accettabile? Una corrente, dunque, permette un surplus di contestazioni rispetto alla norma? Sempre che ci sia una norma: tutto può essere, del resto è proprio questo che la corrente «berlusconiana» (perché fatta una corrente, se ne creano giocoforza due) obiettava in questi giorni: si dissenta pure, ci mancherebbe, purché nelle forme e nei modi che il partito prevede. Ma lo prevede? Forse il punto in discussione è questo. Lo prevede, sì, ma in forma quasi estetizzante, ottimisticamente «democratica» sinché il gioco non si fa troppo duro, un contorno rispetto alla bistecca cucinata dal cuoco e da un paio di sotto-cuochi, al limite.

Stanno per sbattere fuori Gianfranco Fini dalla cucina in cui voleva entrare. In un partito normale non si liquida preventivamente chi vuole intervenire dicendo «faremo un’altra direzione nazionale»; in un partito normale il segretario – che non è un segretario: è Berlusconi – non replica immediatamente all’intervento dissenziente di una minoranza, soprattutto se non è contemplata alcuna minoranza. Un partito plebiscitario, con venature populiste, prescinde dalla qualità degli argomenti e persino dalla maledetta conta, dai numeri. La creatura del Cavaliere, sinora vincente, ha le sue leggi: e Berlusconi la difende nella sua integrità. Sembrava, ieri, dapprima, che ci fosse un dialogo, un tentativo timido di riconciliazione coronato con la proposta di un congresso: non era vero. Il processo alle intenzioni era già concluso e passato in giudicato, e non era previsto appello. E’ stato un dibattimento al contrario, un verdetto inesorabile lo aveva preceduto.

Il risveglio si faceva anche più violento nel leggere le homepage dei quotidiani e i primi titoli delle agenzie di stampa: «divorzio», «rottura totale», «devi lasciare la Camera», «non me ne vado». Le forme battevano i contenuti cento a zero.

Ieri Gianfranco Fini ha detto che il Pdl non funziona. Berlusconi invece ha detto che funziona, ma che sia chiaro, funziona così.

E a me fa abbastanza schifo a prescindere da Fini. Il fatto è che c’è Berlusconi e basta. C’è lui e ci sono solo i suoi yesmen, i suoi oligarchi eletti con voti di lista, il Porcellum, la selezione per casting, i pigia-bottoni del Parlamento, e tanta, troppa gente euforizzata dal potere e disposta perciò a sostenere ogni cosa e pronta a obiettare che «il popolo lo vuole», anche se magari non è vero, lo vuole tizio, lo vuole Caio, lo vuole la Lega, lo vuole il Vaticano. C’è Berlusconi e uno strascico di organismi fittizi, un ufficio di presidenza pressoché inesistente, una direzione nazionale appunto convocata per la prima volta, nessuna discussione che faccia da base all’intuizione fulminea del leader. C’è un ex movimento liberale di massa che ha ceduto il posto a una linea clericale – per fare l’esempio a me più caro – la quale però non è mai stata deliberata, discussa, ufficialmente decisa. C’è una truppa in panico da ricollocazione che liquida con arroganza ogni dubbio vedendolo come debolezza, gente che in mancanza d’altro ha nella fedeltà a Berlusconi la sola stella polare. Quindici anni di elaborazione del centrodestra, nato con Berlusconi, hanno dato questo: Berlusconi. L’assioma contiene tutti i pregi e i difetti del caso.

Un ultima nota su Farefuturo, visto che appare sempre più stagliata la vera colpa di questa fondazione: esistere, l’essere emersa dal catacombale nulla in cui invece seguitano a sguazzare – anonimi – la maggioranza dei suoi residuali detrattori, gente in minima parte in buona fede ma in maggior parte composta da accidiosa servitù di centrodestra. Per chiudere il discorso su Farefuturo, in fondo, non c’è mica da avventurarsi in dotte analisi; basterebbe chiedere a uno dei suoi improvvisati antipatizzanti: dimmi, c’è altro, nel centrodestra? Negli anni – chiedergli ancora – si è mai davvero resa nota qualsiasi altra fondazione, laboratorio, sedicente «cultura di destra» che sia stata in grado di cogliere come tra Tolkien e Christian De Sica, tra Evola e Paolo Di Canio, tra Pound e Ciarrapico, c’è un Paese? Manco a parlarne: per loro è «di sinistra» e «radical chic» praticamente ogni cosa, vedono «salotti» e «cachemire» dappertutto, sono di sinistra Saviano, la Pellegrini, tutti i cantautori, San Patrignano, Pupi Avati, Fiorello, ovviamente Gianfranco Fini e le più elementari battaglie della destra europea, presto regaleranno alla sinistra anche Sarkozy, Cameron, Rajoy, la Merkel, Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Montanelli, i libri, le librerie e i congiuntivi. I diserbanti di Farepassato terranno solo Publitalia, l’Auditel e il Vaticano.

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